top of page

GAM Torino: l'architettura che "smonta" il museo

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min
LA DIAGONALE DI LUCE. Un attraversamento urbano all’interno del quartiere. GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Progetto architettonico: MVRDV + BALANCE. Credito fotografico: MVRDV
LA DIAGONALE DI LUCE. Un attraversamento urbano all’interno del quartiere. GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Progetto architettonico: MVRDV + BALANCE. Credito fotografico: MVRDV

A Torino è stato presentato oggi il progetto di rigenerazione della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, affidato al gruppo internazionale composto da MVRDV, BALANCE Architettura ed EP&S Group. L’intervento si colloca tra le operazioni più significative in corso in Europa nel campo della trasformazione museale e riguarda una delle istituzioni storiche più rilevanti del secondo dopoguerra italiano, riattivandone in chiave contemporanea la vocazione sperimentale.

Più che un progetto di riqualificazione in senso stretto, l’operazione si configura come una riformulazione del museo come dispositivo urbano. La GAM viene riletta non come oggetto autonomo, ma come infrastruttura civica porosa e attraversabile, costantemente in relazione con la città: un campo in cui architettura, collezione e spazio pubblico tendono a sovrapporsi fino a produrre una nuova idea di centralità culturale urbana. Il progetto si colloca così in un punto ormai cruciale del discorso museale contemporaneo: quello in cui l’architettura non è più chiamata a rappresentare l’istituzione, ma a ridefinirne le condizioni di esistenza. Non si tratta di un aggiornamento funzionale né di un semplice intervento di restauro esteso, ma di una riscrittura del museo come dispositivo urbano.

In questa prospettiva, il gruppo composto da MVRDV, BALANCE Architettura ed EP&S Group si inserisce in una genealogia precisa: quella dei musei europei che, negli ultimi decenni, hanno progressivamente abbandonato l’idea di autonomia dell’edificio culturale per assumere la città come campo operativo. La GAM non viene più letta come oggetto isolato, ma come nodo di una rete di flussi, attraversamenti e soglie.

È significativo che la retorica della “piazza” ritorni con insistenza. Ma qui la piazza non è una figura metaforica né un semplice dispositivo di apertura: è piuttosto il tentativo di colmare la distanza sempre più instabile tra spazio pubblico e istituzione culturale. Il museo, in questa prospettiva, non si limita a ospitare il pubblico: lo produce, lo modella, lo espone.

La cosiddetta Diagonale di Luce funziona allora meno come infrastruttura di connessione e più come dichiarazione spaziale. Attraversare il museo diventa un gesto urbano prima ancora che culturale. L’edificio viene perforato e reso permeabile, fino a rinunciare alla propria compattezza modernista originaria per trasformarsi in un campo attraversabile.

In questa operazione emerge una tensione strutturale: da un lato il rispetto dell’impianto progettato nel secondo dopoguerra, dall’altro la sua progressiva dissoluzione come forma chiusa. La GAM di Bassi e Boschetti — uno degli episodi più compiuti della museografia italiana del Novecento — viene così riletta non come patrimonio da preservare nella sua integrità formale, ma come struttura disponibile alla riscrittura.

Particolarmente significativo è il dispositivo del cosiddetto Deposito Vivente, che ribalta una delle gerarchie storiche del museo moderno: quella tra visibile e invisibile, tra esposizione e conservazione. Rendere accessibile il deposito non significa soltanto ampliare lo spazio espositivo, ma mettere in crisi l’idea stessa di selezione come fondamento curatoriale. L’archivio non è più ciò che sostiene silenziosamente il museo, ma ciò che entra direttamente nel suo regime discorsivo.

Tuttavia, proprio in questa apertura si intravede anche il rischio di una trasparenza eccessiva. La permeabilità, quando diventa principio assoluto, tende a trasformarsi in una forma di neutralizzazione: tutto è visibile, tutto è accessibile, ma non tutto è necessariamente leggibile.

La nuova organizzazione spaziale — tra ambienti pubblici, didattici, espositivi e performativi — insiste su una logica di continuità più che di separazione. È un modello ormai consolidato nell’architettura museale contemporanea, che tende a dissolvere le soglie tra funzioni. Ma proprio questa continuità solleva una domanda decisiva: che cosa resta del museo quando tutto diventa potenzialmente museo?

Sul piano urbano, il progetto si inserisce nella più ampia strategia di riposizionamento culturale di Torino, sostenuta da un investimento significativo della Fondazione Compagnia di San Paolo. Ma al di là della dimensione programmatica, ciò che emerge è una trasformazione più sottile: l’assunzione del museo come infrastruttura civile, cioè come dispositivo che non rappresenta la città, ma la struttura.

La GAM, in questa prospettiva, non è più soltanto un’istituzione culturale. È un campo di prova per una diversa idea di spazio pubblico, in cui architettura, curatela e urbanistica tendono a sovrapporsi fino a diventare indistinguibili. Resta aperta la questione se questa sovrapposizione produca realmente nuove forme di esperienza o se, al contrario, rischi di attenuare le differenze che rendono il museo un luogo ancora necessario.


Redazione




© Interactive Art Project. Tutti i diritti riservati. Registrata presso l'Agenzia delle Entrate di Venezia.
Un progetto promosso e gestito da Interactive Art Project, Associazione Culturale - C.F. 94091760275
bottom of page