Scoperti in Grecia gli strumenti lignei più antichi del mondo risalenti a 430.000 anni fa
- 2 apr
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Le evidenze provenienti dal bacino di Megalopoli, nel Peloponneso in Grecia, e in particolare dal sito di Marathousa 1, impongono una revisione sostanziale del modo in cui viene interpretato il record archeologico del Pleistocene medio europeo. Il rinvenimento di strumenti lignei datati a circa 430.000 anni fa non rappresenta soltanto un ampliamento quantitativo delle testimonianze disponibili, ma introduce una discontinuità qualitativa nella ricostruzione delle capacità tecniche umane, anticipando di circa 40.000 anni le prove finora note di lavorazione intenzionale del legno. La ricerca è stata condotta da un’équipe internazionale coordinata dalla paleoantropologa Katerina Harvati, direttrice del Centro Senckenberg per l’Evoluzione Umana e il Paleoambiente presso l’Università di Tubinga, in collaborazione con l’Università di Reading, istituzioni accademiche greche e il Ministero della Cultura ellenico. Un ruolo centrale nell’analisi dei materiali lignei è stato svolto da Annemieke Milks, specialista nello studio delle tecnologie preistoriche del legno.
I due manufatti lignei identificati mostrano caratteristiche morfologiche e tracce d’uso incompatibili con processi naturali. Il primo consiste in un segmento di tronco di ontano, recante evidenti segni di lavorazione e abrasione funzionale, interpretabile come strumento per scavo o manipolazione vegetale. Il secondo, di dimensioni ridotte e attribuibile verosimilmente a salice o pioppo, presenta una configurazione ergonomica che suggerisce una presa manuale intenzionale, pur restando incerta la sua funzione specifica. L’analisi microscopica e tomografica ad alta risoluzione ha evidenziato modificazioni strutturali del legno, inclusa la rimozione bilaterale di materiale per ottenere estremità appuntite, escludendo in modo convincente l’origine non antropica.
Questi dati si collocano all’interno di un insieme più ampio di 144 resti lignei recuperati durante le campagne di scavo, tra i quali solo una minima parte ha mostrato tracce inequivocabili di lavorazione. Tale selettività rafforza l’interpretazione intenzionale dei manufatti e, al contempo, evidenzia quanto il record archeologico sia condizionato da processi di conservazione differenziale. Il legno, normalmente assente per ragioni tafonomiche, emerge qui come componente strutturale delle economie tecniche, suggerendo che la centralità attribuita alla pietra sia in larga misura un artefatto metodologico.
Il contesto paleoambientale ricostruito per l’area di Megalopoli durante il Pleistocene medio contribuisce in modo determinante all’interpretazione dei dati. L’insieme delle evidenze faunistiche e botaniche indica un ecosistema lacustre o peri-lacustre, caratterizzato da disponibilità costante di acqua, elevata biodiversità e presenza simultanea di grandi mammiferi erbivori e carnivori. La documentazione di tracce su elementi lignei attribuibili a grandi predatori suggerisce una coesistenza competitiva tra gruppi umani e fauna di grandi dimensioni, con implicazioni rilevanti per la comprensione delle strategie di adattamento.
In questo quadro, la regione balcanica emerge non soltanto come area di transito, ma come possibile rifugio ecologico durante le fasi più rigide del ciclo glaciale. L’ipotesi di microambienti relativamente stabili capaci di sostenere comunità biologiche complesse trova nel caso di Megalopoli un supporto empirico significativo, indicando che la sopravvivenza e la successiva dispersione delle popolazioni umane in Europa possano essere state mediate da contesti locali favorevoli.
L’insieme delle evidenze suggerisce che le popolazioni attribuibili al Pleistocene medio, verosimilmente riconducibili a Homo heidelbergensis, disponessero di un repertorio tecnico più articolato di quanto tradizionalmente riconosciuto. La lavorazione del legno implica infatti una sequenzialità operativa, una previsione delle proprietà del materiale e una pianificazione dell’uso che eccedono la risposta immediata al bisogno, delineando un quadro comportamentale in cui dimensione cognitiva ed ecologica risultano strettamente integrate.
Questi risultati assumono ulteriore rilievo se considerati nel contesto delle trasformazioni metodologiche che interessano la disciplina archeologica. L’impiego di tecniche di analisi ad alta risoluzione, dalla tomografia computerizzata alle indagini microscopiche avanzate, consente di identificare tracce di attività umana su materiali tradizionalmente trascurati. La distinzione tra dato e metodo tende così a ridursi progressivamente, poiché è l’innovazione tecnica a rendere osservabili fenomeni precedentemente invisibili.
Ne deriva una conseguenza epistemologica di rilievo. La ricostruzione del passato umano non può più essere considerata una semplice funzione della quantità di evidenze disponibili, ma deve essere intesa come il prodotto di un’interazione complessa tra condizioni di conservazione, strumenti di indagine e modelli interpretativi. Il caso di Marathousa 1 dimostra che intere dimensioni della cultura materiale possono rimanere escluse dal campo osservabile per ragioni contingenti, alterando in modo significativo la nostra comprensione delle capacità tecniche e cognitive delle popolazioni arcaiche.








