Il grande inganno ottico del Partenone

Alain Goriely, matematico dell’Università di Oxford, mette in discussione una delle interpretazioni più consolidate del Partenone. In uno studio pubblicato nel 2026 su Royal Society Open Science, significativamente intitolato The Illusion of Illusions: There Are No Optical Corrections in the Parthenon[1], il ricercatore inglese sottopone le principali cosiddette «correzioni ottiche» a un esame matematico e percettivo. La questione non riguarda l’esistenza delle deformazioni architettoniche, che nessuno mette seriamente in discussione, ma l’ipotesi secondo cui esse sarebbero state introdotte precisamente per neutralizzare determinati effetti della visione.
Il risultato mette in discussione una delle interpretazioni più affascinanti della storia dell’architettura. Per quasi due secoli abbiamo guardato il Partenone attraverso l’idea che la sua apparente perfezione geometrica fosse il risultato di una deliberata manipolazione delle forme, concepita dagli architetti per correggere le imperfezioni della percezione umana.
Le linee orizzontali del tempio non sarebbero perfettamente rette, le colonne presenterebbero una lieve bombatura, gli elementi verticali sarebbero inclinati verso l’interno e le colonne d’angolo avrebbero dimensioni leggermente diverse dalle altre. Queste deviazioni dalla geometria rigorosa sono state tradizionalmente interpretate come altrettante correzioni ottiche, accorgimenti attraverso i quali Ictino e Callicrate avrebbero anticipato le illusioni dell’occhio per restituire all’osservatore un edificio apparentemente diritto, equilibrato e immobile.
La teoria possiede una forza narrativa straordinaria perché sembra condensare in un’unica idea alcuni dei caratteri più celebri dell’architettura greca: la precisione matematica, il dominio della proporzione e la capacità di subordinare la geometria astratta all’esperienza concreta dello spettatore. Il Partenone, secondo questa lettura, non sarebbe semplicemente un edificio perfettamente misurato, ma un edificio progettato tenendo conto del modo imperfetto in cui l’essere umano guarda e interpreta lo spazio. La sua perfezione deriverebbe dunque da una deliberata alterazione della perfezione geometrica.
La questione assume però una particolare complessità proprio perché la presenza delle curvature non viene affatto negata. Il Partenone rimane un edificio nel quale la geometria rettilinea viene sistematicamente modificata. Lo stilobate, la piattaforma sulla quale poggia il colonnato, presenta una lieve curvatura verso l’alto e variazioni analoghe interessano altri elementi orizzontali della costruzione. Le colonne mostrano la cosiddetta entasi, una leggera bombatura del fusto, e sono inclinate verso l’interno. Anche le colonne d’angolo possiedono caratteristiche dimensionali differenti rispetto alle altre.
La precisione con cui queste variazioni sono state realizzate rende difficile considerarle semplici errori di costruzione. Goriely stesso riconosce che molte di esse furono evidentemente deliberate. Il problema comincia quando dalla constatazione della forma si passa alla ricerca della sua intenzione.
Questa distinzione, apparentemente elementare, riguarda in realtà uno dei problemi più delicati della storia dell’arte. Una forma può essere intenzionale senza che sia possibile stabilire con certezza perché sia stata concepita in quel modo. Nel caso del Partenone possediamo la materia, possiamo misurarla, confrontarla, ricostruirne le proporzioni e persino modellarne matematicamente gli effetti, ma non possediamo una testimonianza diretta di Ictino, Callicrate o degli artigiani che spieghi il significato delle loro scelte.
La distanza fra ciò che possiamo osservare e ciò che possiamo attribuire alle intenzioni dei costruttori costituisce precisamente lo spazio nel quale la teoria delle correzioni ottiche ha prosperato. La genealogia di questa interpretazione conduce fino a Vitruvio, che nel De architectura descrive la necessità di modificare determinate proporzioni architettoniche affinché gli edifici producano nell’occhio l’effetto desiderato. Ma il trattatista romano scrive diversi secoli dopo la costruzione del Partenone e le sue osservazioni non costituiscono una testimonianza diretta delle intenzioni degli architetti ateniesi. La tradizione successiva ha spesso collegato le indicazioni vitruviane alle irregolarità geometriche dei templi greci, costruendo progressivamente un rapporto fra due elementi che in origine non erano necessariamente legati da una prova documentaria.
L’Ottocento segna un passaggio decisivo in questa storia. Le campagne di misurazione dell’architettura ateniese resero possibile osservare con precisione crescente le deviazioni del Partenone dalla geometria rettilinea. Francis Cranmer Penrose ebbe un ruolo fondamentale in questo processo, documentando con grande accuratezza le curvature e le altre raffinatezze dell’architettura ateniese e interpretandole all’interno di un sistema coerente di modificazioni percettive.
La misurazione e l’interpretazione finirono così per rafforzarsi reciprocamente. La curva divenne la prova visibile di un’intenzione ottica e l’intenzione ottica, a sua volta, sembrò offrire una spiegazione naturale della curva.
Con il passare del tempo questa lettura si trasformò progressivamente in una sorta di luogo comune della cultura architettonica. Le deviazioni dalla geometria euclidea vennero presentate come la manifestazione di una sofisticata consapevolezza della percezione e il Partenone finì per apparire come un edificio nel quale la matematica non era stata applicata alla materia in maniera astratta, ma era stata calibrata sulla fisiologia dell’occhio.
La costruzione divenne così una sorta di dispositivo percettivo ante litteram, capace di anticipare e correggere l’errore dello spettatore.
È precisamente questo passaggio che Goriely interviene a mettere in discussione.

La domanda centrale dello studio è semplice nella formulazione ma complessa nelle conseguenze: abbiamo prove sufficienti che l’occhio umano produca realmente le illusioni che quelle modifiche architettoniche avrebbero dovuto correggere? La questione riguarda anzitutto la curvatura dello stilobate. Secondo l’interpretazione tradizionale, una lunga linea perfettamente orizzontale potrebbe apparire leggermente concava verso il centro e gli architetti avrebbero dunque sollevato la parte centrale per restituirle visivamente la rettilineità.
La ricerca contemporanea sulla percezione mostra tuttavia che il sistema visivo umano possiede una notevole sensibilità nei confronti delle linee orizzontali e verticali, mentre le distorsioni più significative dipendono generalmente dalla presenza di specifiche configurazioni circostanti. Questo punto è importante perché impedisce di trasformare una generica conoscenza delle illusioni geometriche in una spiegazione automatica dell’architettura del Partenone. Non basta dimostrare che una determinata configurazione può produrre un’illusione: occorre verificare che quella configurazione fosse effettivamente presente nell’esperienza visiva del tempio e che la modifica architettonica fosse quantitativamente adeguata a compensarla.
La situazione diventa ancora più complessa quando si considera l’inclinazione delle colonne. Una delle ipotesi tradizionali vuole che la loro leggera convergenza verso l’alto contribuisca a compensare una deformazione percettiva prodotta dalla struttura complessiva dell’edificio.
Goriely calcola tuttavia che l’entità dell’inclinazione, circa quattro decimi di grado, sia troppo piccola per produrre l’effetto necessario e osserva inoltre che alcune delle deformazioni ipotizzate tendono, nella configurazione reale del tempio, a compensarsi reciprocamente. L’argomento non dimostra che la percezione fosse estranea alle scelte degli architetti. Rende però molto più difficile sostenere che una specifica illusione costituisse la causa necessaria di una specifica modifica.
Un ragionamento analogo riguarda l’entasi, la lieve bombatura delle colonne.
La spiegazione tradizionale vuole che un fusto perfettamente rettilineo possa apparire concavo o eccessivamente sottile nella parte centrale e che la convessità introdotta dagli architetti serva dunque a restituirgli l’aspetto di una colonna perfettamente diritta. Nel Partenone la variazione è però estremamente contenuta, dell’ordine di pochi millimetri e, secondo l’analisi di Goriely, non produce un effetto percettivo tale da giustificare la spiegazione tradizionale.
La questione diventa allora inevitabile: se la bombatura è stata progettata intenzionalmente, quale esigenza la determinava? È una domanda più difficile di quanto sembri. La teoria delle correzioni ottiche aveva il vantaggio di offrire una risposta generale: la forma è diversa dalla geometria ideale perché l’occhio è imperfetto. Una volta messa in discussione questa relazione causale, il dato architettonico torna a essere un problema aperto.
Una difficoltà analoga emerge osservando le colonne d’angolo, leggermente più robuste delle altre. Anche in questo caso la tradizione ha proposto una spiegazione percettiva legata alla particolare esposizione delle colonne sul margine dell’edificio e alla possibilità che la luce e il contrasto con il cielo le facessero apparire più sottili.
Goriely esamina anche questa ipotesi e, più in generale, una serie di variazioni proporzionali che la storiografia ha interpretato come risposte a presunte anomalie della percezione.
La conclusione complessiva non consiste nella negazione della sofisticazione geometrica del Partenone, ma nella richiesta di una prova più rigorosa del rapporto causale fra una forma e l’illusione che quella forma dovrebbe correggere. Uno degli aspetti più interessanti dell’argomentazione riguarda inoltre la presenza di curvature in parti dell’edificio che non erano direttamente accessibili allo sguardo. Se una modifica geometrica viene introdotta per correggere un errore della percezione dello spettatore, diventa difficile spiegare perché la stessa logica dovrebbe essere applicata a elementi nascosti o non osservabili. L’argomento non permette naturalmente di stabilire quale fosse la vera ragione della scelta costruttiva, ma indebolisce l’idea secondo cui la percezione dello spettatore possa costituire una chiave interpretativa universale delle irregolarità del tempio. È qui che la ricerca assume un significato più ampio. Le cosiddette correzioni ottiche sono state spesso trattate come se appartenessero a un unico sistema intenzionale nel quale ogni deviazione dalla geometria ideale rispondeva a un preciso errore dell’occhio. Una volta esaminati singolarmente questi presunti errori, il sistema appare molto meno compatto. Alcune spiegazioni possono risultare plausibili, altre deboli, altre ancora prive di una verifica sperimentale adeguata.
La straordinaria coerenza attribuita al progetto potrebbe dunque essere, almeno in parte, il risultato della nostra interpretazione successiva. Resta naturalmente da spiegare perché il Partenone presenti quelle forme. Goriely non pretende di sostituire una teoria con un’altra e questa prudenza costituisce uno degli aspetti più significativi della sua ricerca. Una possibile spiegazione riguarda la dimensione pratica della costruzione. La curvatura della piattaforma può aver contribuito allo smaltimento dell’acqua piovana, producendo un effetto concreto indipendentemente dalla percezione dello spettatore. Questa possibilità non dimostra che il drenaggio fosse l’intenzione originaria degli architetti, ma ricorda che un edificio deve essere considerato anche come una struttura sottoposta alle condizioni fisiche dell’ambiente.
Un’altra possibilità appartiene al territorio dell’estetica. Le curve potevano essere state considerate semplicemente più belle delle linee rigorosamente rette, più vive, più dinamiche, più capaci di conferire alla costruzione una tensione organica. La spiegazione appare forse meno spettacolare di quella dell’architetto che anticipa le illusioni della retina, ma proprio per questo merita attenzione. La storia dell’architettura tende talvolta ad attribuire alle forme antiche un grado di intenzionalità teorica che non siamo in grado di documentare, come se ogni dettaglio dovesse necessariamente rispondere a un principio formulato consapevolmente.
Esiste infine la possibilità che alcune di queste soluzioni appartengano alla tradizione costruttiva. Le tecniche architettoniche non nascono ogni volta da zero e gli artigiani lavorano all’interno di sistemi di proporzioni, convenzioni e procedure trasmessi attraverso le generazioni. Una determinata forma può essere ripetuta perché appartiene al linguaggio condiviso di una cultura architettonica, anche quando la ragione originaria della sua introduzione è ormai lontana. Una pratica può trasformarsi in norma e una norma può sopravvivere alla teoria che l’aveva eventualmente accompagnata. Queste possibilità non si escludono necessariamente. Una forma può avere contemporaneamente una funzione pratica, un valore estetico e una dimensione tradizionale.
![B. La scanalatura delle colonne doriche è ben approssimata da una semplice legge di potenza ($\alpha = 6{,}4$ e $\beta = 2{,}25$, sezione trasversale della colonna nord-ovest da [34, Tavola 13]).C-D. La colonna ricostruita con e senza l'entasi misurata. L'esercizio di determinare quale delle due sia curvata è lasciato al lettore.E. La stessa colonna con le scanalature.(Didascalia e immagine tratte dallo studio di Alain Goriely, "The illusion of illusions: There are no optical corrections in the Parthenon", University of Oxford)](https://static.wixstatic.com/media/43f864_eec398fe6c544f64a5d4e7b04a59856f~mv2.png/v1/fill/w_980,h_687,al_c,q_90,usm_0.66_1.00_0.01,enc_avif,quality_auto/43f864_eec398fe6c544f64a5d4e7b04a59856f~mv2.png)
Questa prospettiva modifica anche il modo in cui dovremmo leggere Vitruvio.
Il trattatista romano testimonia che il rapporto fra architettura e percezione era certamente un problema conosciuto nell’antichità, ma la sua testimonianza non autorizza automaticamente a proiettare sui costruttori del Partenone una teoria completa delle correzioni ottiche.
Fra il V secolo a.C. e il mondo romano di Vitruvio trascorrono infatti quasi cinque secoli, durante i quali pratiche costruttive, teorie architettoniche e concezioni estetiche possono essersi trasformate profondamente. Il collegamento fra il testo vitruviano e le forme del Partenone è dunque un’interpretazione storica, non una testimonianza diretta degli architetti ateniesi. La cautela è particolarmente importante perché proprio le interpretazioni più eleganti sono quelle che rischiano maggiormente di trasformarsi in certezze.
La storia moderna del Partenone mostra così quanto sia facile che una spiegazione plausibile acquisti progressivamente lo statuto di fatto.
La misurazione aveva stabilito l’esistenza delle curvature, la teoria ottica aveva fornito loro una ragione convincente e la ripetizione di quella ragione nella letteratura architettonica aveva finito per rendere quasi invisibile la distanza fra osservazione e interpretazione.
Goriely riapre precisamente quella distanza, chiedendo di separare ciò che possiamo misurare da ciò che possiamo soltanto inferire. Il risultato è paradossale, perché il Partenone non perde nulla della sua complessità geometrica e, sotto certi aspetti, diventa persino più enigmatico.
La ricerca non dimostra che Ictino e Callicrate non conoscessero gli effetti della percezione, né che gli architetti greci fossero indifferenti all’esperienza visiva. Dimostra piuttosto quanto sia difficile attribuire a una specifica intenzione una modifica architettonica quando mancano testimonianze dirette e quando l’effetto percettivo che quella modifica dovrebbe correggere non può essere verificato con sufficiente solidità. La distinzione fra forma e intenzione assume allora un valore che va oltre il caso del Partenone.
La storia dell’arte lavora continuamente con oggetti materiali ai quali deve restituire significati, funzioni e intenzioni perdute. Ogni interpretazione nasce necessariamente da una relazione fra ciò che è sopravvissuto e ciò che possiamo ricostruire attraverso il confronto con altre opere, le fonti, le tecniche e le conoscenze disponibili. Il pericolo comincia quando una ricostruzione interpretativa, per quanto elegante, viene confusa con una testimonianza.
Il Partenone continua dunque a essere curvo, inclinato, leggermente deformato rispetto a una geometria ideale e straordinariamente preciso proprio nelle sue deviazioni. Quello che la ricerca di Alain Goriely mette in discussione non è la perfezione dell’edificio, ma una delle spiegazioni che abbiamo costruito per renderla comprensibile. Per molto tempo abbiamo immaginato che il tempio fosse stato concepito come una macchina capace di correggere l’occhio umano. Oggi possiamo tornare a guardare quelle stesse forme senza pretendere di conoscere immediatamente la ragione per cui furono create. La rinuncia a una certezza interpretativa non impoverisce necessariamente il monumento. Al contrario, restituisce alla sua architettura una complessità che una spiegazione unica rischiava di cancellare. La curva dello stilobate può avere avuto una funzione pratica, una ragione estetica, un’origine tradizionale oppure una combinazione di fattori che oggi non siamo più in grado di ricostruire. La stessa pluralità può riguardare l’entasi, le inclinazioni e le variazioni delle colonne. Una cultura capace di costruire con tanta precisione non deve necessariamente essere stata guidata da un’unica teoria esplicita della percezione.
Forse il vero risultato della ricerca di Alain Goriely consiste proprio nel riportare il mistero nel luogo al quale appartiene. Il Partenone ci permette di misurare con straordinaria precisione ciò che i suoi costruttori fecero, ma continua a sottrarci la certezza su ciò che pensavano mentre lo facevano. Dopo quasi duemilacinquecento anni, la geometria del tempio può essere descritta, modellizzata e sottoposta al calcolo, mentre le intenzioni dei suoi architetti rimangono fuori dalla portata della matematica. La perfezione, in fondo, resta visibile.
[1] Goriely, Alain. "The Illusion of Illusions: There Are No Optical Corrections in the Parthenon." Royal Society Open Science 13, no. 9 (2026): article 260999
Redazione








