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"Is Black: A British Story al V&A East Museum": tra diaspora sonora e istituzionalizzazione della memoria

  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Skin’s 2022 ‘Clit Rock’ ensemble, Is Black: A British Story al V&A East Museum, Londra
Skin’s 2022 ‘Clit Rock’ ensemble, Is Black: A British Story al V&A East Museum, Londra

Ogni volta che una cultura sonora viene trasportata nello spazio del museo si produce uno spostamento che non riguarda soltanto la sua rappresentazione, ma la sua stessa natura di esperienza. Ciò che nasce come pratica situata, intrecciata a contesti sociali specifici, a forme di conflitto, di appartenenza e di esclusione, viene inevitabilmente ricondotto a un regime di leggibilità storica che ne stabilizza i contorni e ne modifica la densità. "The Music Is Black: A British Story", inaugurata il 18 aprile 2026 al V&A East Museum di Londra, si colloca precisamente in questa soglia, dove il tentativo di rendere visibile una storia coincide con il rischio di neutralizzarne la forza.

La mostra si articola attraverso una sequenza di “atti” che sostituisce alla linearità cronologica una struttura più stratificata, come se la storia della musica nera britannica potesse essere raccontata soltanto per accumulazioni, ritorni e fratture. In questo arco temporale che attraversa circa 125 anni, dalla fine dell’Ottocento fino al presente, si intrecciano le eredità del colonialismo, della diaspora africana e caraibica, delle migrazioni postbelliche e delle trasformazioni urbane che hanno ridisegnato il paesaggio culturale del Regno Unito. I generi musicali che emergono, dal jazz al lovers rock, dal Brit funk al two-tone, fino a jungle, grime e drill, non funzionano come semplici categorie stilistiche, ma come tracce di una storia in cui il suono è sempre stato anche forma di negoziazione sociale e politica. L’apparato espositivo, costruito attraverso oltre duecento oggetti tra strumenti, abiti, fotografie e materiali d’archivio, rafforza questa tensione. La presenza di figure come Samuel Coleridge-Taylor (1875–1912) e Winifred Atwell (1914–1983), accanto ad artisti contemporanei come JME o Little Simz (attivi dagli anni Duemila a oggi), produce una continuità che rende visibile una genealogia altrimenti dispersa, ma che al tempo stesso tende a ricomporre differenze storiche e discontinuità sociali in una narrazione più stabile di quanto la materia stessa sembri consentire.

In questo quadro alcuni momenti conservano una maggiore resistenza alla ricomposizione. La stagione del two-tone, sviluppata tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta attorno a formazioni come The Specials, resta legata a una dimensione esplicitamente politica, intrecciata ai movimenti antirazzisti e alle tensioni sociali della Gran Bretagna postindustriale. Allo stesso modo, la cultura dei sound system, introdotta dalla generazione Windrush a partire dagli anni Cinquanta e sviluppatasi nei contesti urbani segnati da segregazione e trasformazione economica, non si lascia ridurre a un’origine estetica, poiché implica una vera e propria infrastruttura sociale del suono, una forma collettiva di produzione culturale che eccede la logica dell’opera e dell’autore.

La presenza di Stormzy, attivo soprattutto dagli anni 2010 a oggi, introduce un ulteriore livello di lettura. La sua figura non si esaurisce nella dimensione artistica, ma segnala il processo attraverso cui la cultura del dissenso viene progressivamente assorbita nei dispositivi di legittimazione istituzionale. La performance a Glastonbury 2019, con il giubbotto antiproiettile disegnato da Banksy, è ormai diventata un’immagine emblematica di questo passaggio, nel punto in cui la tensione tra marginalità e riconoscimento si trasforma in forma condivisibile e quindi storicizzabile.

È proprio in questa trasformazione che la mostra rivela la sua ambivalenza più profonda. Da un lato costruisce un archivio necessario, capace di restituire visibilità a una storia a lungo frammentata o rimossa, dall’altro organizza questa stessa storia secondo un principio di ordine che tende inevitabilmente a ridurne la carica conflittuale originaria. Non si tratta di una contraddizione accidentale, ma di una caratteristica interna al gesto museale, che trasforma pratiche vive e situate in oggetti di memoria culturale. In questo senso The Music Is Black: A British Story funziona meno come celebrazione che come dispositivo critico implicito, nel quale il tentativo di rendere leggibile una storia ne mette simultaneamente in luce i limiti. La mostra non si limita a raccontare la musica, ma mostra il processo attraverso cui una cultura sonora viene trasformata in storia esponibile, e dunque in archivio condiviso.

Resta infine una questione che attraversa l’intero impianto senza esaurirsi, e che riguarda ciò che accade al suono quando viene separato dai suoi contesti di produzione e ricondotto all’interno di un’economia della visibilità. In questo passaggio non si perde soltanto una dimensione esperienziale, ma si attenua la capacità della musica di produrre attrito, di eccedere la forma che la contiene, lasciando aperta la domanda su che cosa significhi oggi ascoltare una storia quando questa è già stata pienamente istituzionalizzata.



Ilektra Zanella

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