Jakkai Siributr
- 11 mag
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Nel lavoro dell’artista thailandese Jakkai Siributr la questione fondamentale non è mai la rappresentazione del mondo, quanto piuttosto la trasformazione delle condizioni attraverso cui il mondo diventa dicibile senza essere ridotto o semplificato. La sua pratica si colloca deliberatamente in uno spazio liminale tra esperienza vissuta e memoria collettiva, in cui la soggettività non si configura come origine chiusa del senso, ma come punto di condensazione di una risonanza più ampia, sempre eccedente rispetto all’individuo. Siributr, attivo sulla scena internazionale ed esposto in contesti museali e biennali in Asia, Europa e Stati Uniti, sviluppa un linguaggio che si muove costantemente tra locale e globale, senza mai risolversi in una delle due polarità.
La tensione tra autobiografia e universalità non viene sciolta attraverso una distanza dal personale, bensì mediante la sua intensificazione radicale. In questa prospettiva, la specificità del vissuto non costituisce un limite, ma la condizione stessa della sua traducibilità condivisa. In lavori come Matrilineal, il gesto autobiografico non assume la forma della narrazione identitaria, quanto piuttosto quella di una struttura di intensità, nella quale la perdita individuale si apre a un campo di esperienza comune attraversato da lutto, fragilità e riconoscimento implicito.
Alla stessa logica risponde la nozione di sacro, che nel suo lavoro non appare mai come dato originario, ma come costruzione progressiva. Lontano da appartenenze religiose o culturali definite, così come da sistemi simbolici ereditati, il sacro emerge come effetto di un’operazione materiale e critica. Nelle serie Outworn e Airborne, sviluppate in risposta alla crisi pandemica, questa dimensione prende forma a partire da materiali dismessi: uniformi appartenute a lavoratori del settore dei servizi, la cui esistenza economica è stata interrotta dalla pandemia. L’acquisizione di questi indumenti non rappresenta un momento preliminare, ma entra a pieno titolo nella struttura etica e narrativa dell’opera.
Da tale operazione scaturisce una funzione quasi monumentale, pur priva di ogni monumentalizzazione retorica. Le opere non celebrano né commemorano in modo assertivo; piuttosto trattengono, sospendono, rallentano. Si configurano come dispositivi di dilatazione temporale, attraverso i quali un evento storico recente viene sottratto alla sua immediatezza cronachistica e ricondotto a una dimensione contemplativa. Il sacro coincide così con una densità percettiva capace di rendere visibile ciò che altrimenti si disperderebbe nell’eccesso informativo.
La temporalità costituisce uno degli assi portanti della sua poetica. La lentezza del ricamo, la ripetizione del gesto, la stratificazione dei materiali non vanno intese come scelte stilistiche, ma come forme di resistenza alla logica della fruizione immediata. Questa dilatazione temporale non riguarda soltanto la produzione, ma investe anche la ricezione: l’opera richiede un accesso progressivo, quasi meditativo, in cui il significato non si offre subito ma si costruisce attraverso la durata.
In 18/28: Singhaseni Tapestries, il rapporto tra tempo e memoria si addensa ulteriormente in una dimensione insieme intima e strutturale. Ricamare sugli abiti della madre scomparsa non equivale a rappresentare il lutto, bensì a instaurare una relazione che eccede la presenza fisica. Il tessuto diventa così uno spazio di contatto differito, dove la memoria non si cristallizza in archivio, ma si riattiva continuamente nel gesto. La contemplazione non implica distanza, ma immersione lenta nella persistenza della perdita.
La materialità assume, in questo quadro, il ruolo di portatrice di storie incorporate. Ogni indumento, ogni frammento tessile conserva stratificazioni di esperienza: uso, consumo, abbandono, deterioramento. L’intervento dell’artista non cancella questa densità, ma la disarticola e la ricompone in nuove configurazioni. Ne deriva non una nuova identità dell’oggetto, bensì la coesistenza di temporalità eterogenee, che restano parzialmente leggibili anche nella trasformazione.
Gli oggetti, in questa prospettiva, non si presentano come elementi neutri, ma come presenze dotate di una latenza narrativa, una forma di agency che resiste alla piena appropriazione. Il lavoro di Siributr consiste nel rendere percepibile tale resistenza senza neutralizzarla. Ogni cucitura diventa così simultaneamente gesto di connessione e segno di incompiutezza.
La dimensione spaziale delle installazioni amplia ulteriormente questo dispositivo. In progetti come There’s No Place, le opere non si offrono come immagini frontali, ma come ambienti da attraversare. Le superfici ricamate, disposte a differenti altezze, impongono una relazione corporea diretta, che sottrae lo spettatore alla pura contemplazione distaccata. L’esperienza estetica si configura allora come esperienza situata, nella quale la distanza critica viene continuamente rinegoziata.
Accanto a ciò, alcune opere introducono una dimensione esplicitamente partecipativa. Sempre in There’s No Place, il coinvolgimento di comunità apolidi attiva una produzione condivisa del significato. Le storie non vengono semplicemente rappresentate, ma tradotte in materia attraverso pratiche collettive di ricamo e successivamente riattivate nel dialogo con il pubblico. Il dispositivo di call and response trasforma l’opera in un campo relazionale, dove il senso emerge dalla circolazione tra soggetti più che da un’origine unica.
Il trauma, in questo contesto, non viene mai esposto direttamente. Siributr rifiuta tanto la spettacolarizzazione quanto la rimozione. Esso non si dà come immagine, ma come attraversamento: qualcosa che si deposita nella forma senza coincidere con essa. Per questo la sua pratica privilegia strategie di allusione, stratificazione e discontinuità, che impediscono la riduzione dell’esperienza a un messaggio univoco.
La scelta della sottrazione e della misura non indica evasione, ma una precisa postura critica. Operare attraverso il non detto, l’intervallo e la lacuna significa sottrarsi alla semplificazione del discorso pubblico senza rinunciare alla sua urgenza. Le opere non prescrivono interpretazioni, ma aprono spazi di interpretabilità, nei quali il significato non viene trasmesso ma generato.
In questa prospettiva, il lavoro di Siributr si configura come una pratica di costruzione di soglie: tra visibile e invisibile, tra personale e collettivo, tra materia e memoria. Il tessuto non si limita a funzionare come medium, ma diventa forma di pensiero incarnato, una tecnologia lenta attraverso cui il mondo non viene rappresentato, ma reso nuovamente attraversabile.
La traiettoria del suo lavoro trova inoltre riconoscimento in un circuito espositivo internazionale ampio e stratificato, che comprende la Biennale di Venezia, istituzioni e spazi espositivi in Thailandia, Europa e Stati Uniti. In Italia, il suo lavoro è stato presentato anche a Firenze, all’interno di contesti dedicati all’arte contemporanea, dove la sua ricerca si è inserita in un dialogo più ampio sulle forme del tessile come linguaggio critico e memoriale.
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