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Manuela Toselli

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Manuela Toselli
Manuela Toselli

Alla Galleria Regionale d’Arte contemporanea Luigi Spazzapan di Gradisca di Isonzo, si è chiusa da poco la mostra collettiva Dodekafonija – Variacije / Variazioni 2, progetto transfrontaliero che metteva in relazione il lavoro di tre artisti: Dusa Jesih, Mario Palli e Manuela Toselli. Esibizione compresa in GO2025, Gorizia Capitale della Cultura 2025, che vedeva la collaborazione di ERPAC- Ente Regionale Patrimonio Culturale Friuli Venezia Giulia, Mestna Galerija di Nova Gorica e Pillonova Galerija di Aidussina, Slovenia.

Particolarmente interessanti i lavori tessili raccolti sotto il titolo “In attesa che qualcosa cambi” di Manuela Toselli, anche perché il medium che impiega è la seta. Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’artista.


Da cosa prende avvio il tuo lavoro e quanto conta la “natura dei materiali” nel tuo approccio creativo?

Non esiste una regola prestabilita per la nascita di un lavoro. Mi metto in ascolto di me stessa e di tutto ciò che in qualche modo cattura la mia attenzione. Ciò che mi turba o che vivo in prima persona, ciò che leggo, ascolto e osservo, viene raccolto e sedimentato.

Non si tratta di un processo istintivo, ma di un lungo lavoro di decantazione, distillazione e selezione. Solo ciò che rimane alla fine di questo percorso, la parte più essenziale e forse più astratta, si manifesta nel lavoro sotto un'altra forma.

I materiali sono fondamentali e la seta rappresenta l'unica costante della mia ricerca, sia nella sua purezza sia nelle combinazioni con altri elementi.

 

Come scegli le tecniche per lavorare i materiali che prediligi?

Ho studiato tessuto all'Istituto d'Arte e successivamente pittura in Accademia. Anche se il mio rapporto con il mondo tessile è nato quasi per caso, ha inciso profondamente sul mio modo di pensare e costruire le opere. Non ho mai abbandonato la pittura; semplicemente la pratico attraverso linguaggi e forme differenti, così come accade per la scultura. Non esiste una tecnica privilegiata. Ogni lavoro nasce dall'incontro tra forma, concetto e materiale. Non parto da un disegno preparatorio: è un equilibrio che si costruisce progressivamente e spesso è la materia stessa a suggerire la strada da percorrere. La seta continua a sorprendermi e la possibilità di collaborare dal principio con una tessitura veneta, mi ha consentito di entrare in contatto con residui di lavorazione normalmente esclusi dalla produzione. In questi materiali apparentemente marginali ho riconosciuto una straordinaria ricchezza. Questa collaborazione oggi si è estesa anche con altre industrie e questa grande opportunità, per me, è sorgente di idee. Dietro ogni processo industriale esiste un patrimonio di ricerca, sperimentazione e conoscenze che spesso rimane invisibile. È proprio questo universo sommerso, fatto di studio, materia e persone, a costituire per me una fonte inesauribile di idee.

Manuela Toselli, In attesa che qualcosa cambi #79 - #80,  2026, Seta shantung, filo di seta e organza di seta, 30 x 30 x 5 cm.
Manuela Toselli, In attesa che qualcosa cambi #79 - #80, 2026, Seta shantung, filo di seta e organza di seta, 30 x 30 x 5 cm.

Lo “scarto” è spesso protagonista dei tuoi lavori, ma esso supera la sua condizione e sviluppa nuovi significati ed esce nobilitato dal processo artistico. Lo “scarto industriale” è qualcosa che viene eliminato dopo aver partecipato ad un processo finalizzato alla creazione di un prodotto, questo aspetto conta per la tua ricerca? Lo “scarto” che è parte “sacrificata” nel processo di produzione industriale, nelle tue opere riceve il dono di una seconda vita?

Lo scarto occupa una posizione centrale nella mia ricerca. Conservo anche i residui generati dalle azioni che compio sulle opere e cerco di trasformare ogni elemento in altro. Nulla viene realmente escluso. Preferisco parlare di residuo di lavorazione piuttosto che di scarto. La parte che rimane può apparire marginale, ma è in realtà quella senza la quale il resto non potrebbe esistere. È la porzione meno perfetta e, proprio per questo, la più preziosa. In questa continuità riconosco una dimensione circolare che attraversa tutto il mio lavoro. Celebrare la materia significa anche rispettarne la storia e le possibili trasformazioni. Ciò che viene considerato eccedenza o sacrificio può diventare il luogo da cui ha origine una nuova possibilità.


 Nei “SkinTypes” sembra affacciarsi una nuova concezione del colore: intenso e profondo se usi il camoscio, di superficie ma lucido ed organico, quando usi la pelle. In questa serie sembra di poter registrare il ricorso alla tridimensionalità, qui le superfici vengono tese fino a formare a zone rigonfie ed esposte alla luce e altre impunturate per formare penombra. Senti in questa ultima fase una maggior attrazione per il colore e la tridimensionalità?

Le opere della serie “Skin Types” sono nate nel 2019 e hanno trovato una loro forma compiuta solo nel 2023, in occasione dell'omonima mostra a Milano. I primi lavori erano molto più timidi e sono rimasti a lungo in attesa, finché non ho sentito che era arrivato il momento giusto per presentarli. In questa ricerca metto in relazione tre materiali organici – pelle, seta e legno – accomunati dall'essere stati un tempo vivi. Qui ho scoperto tre temperature: quella della seta, la più calda; quella del legno, che è intermedia; e quella della pelle, che è la più fredda. Mi interessa la loro diversa temperatura e il loro grado di prossimità al corpo. La pelle, in particolare, rivela una fisicità sorprendentemente vicina alla nostra: cicatrici, smagliature e pori la rendono quasi uno specchio. “Skin Types” nasce da una riflessione sulla fragilità come condizione di trasformazione. Le opere non rappresentano il corpo, ma ne evocano il comportamento: la materia si tende, si deforma e cerca un nuovo equilibrio. La vulnerabilità non coincide con la rottura, ma con la capacità di adattarsi e sopravvivere. Mi interessa questa tensione tra delicatezza e resistenza, tra attrazione e inquietudine. La materia diventa così metafora di una condizione umana condivisa, continuamente esposta alle pressioni del mondo, ma ancora capace di generare trasformazione e rinascita.


A proposito di “medium” la seta risulta essere un materiale privilegiato, anche se non l’unico, perché? Ciò nasce da una specifica valenza simbolica del materiale?

La seta è il mio alter ego e rappresenta l'unica costante del mio lavoro. Le serie cambiano, si interrompono e riprendono nel tempo, ma la seta ritorna sempre. È un materiale che porta con sé una storia antichissima e una metamorfosi incompiuta. Per questo, sul piano simbolico, lo percepisco come qualcosa di profondamente autentico. Vive in relazione alla luce e possiede una fragilità che considero una forma di purezza. Per me la seta è una pelle: separa e mette in comunicazione interno ed esterno, protegge e rivela allo stesso tempo. È una materia che mi permette di compiere azioni molto diverse e che continua a sorprendermi. La sua particolare temperatura l'ho compresa grazie a un laboratorio con bambini ciechi e ipovedenti. È stata un'esperienza fondamentale, che mi ha insegnato un altro modo di percepire e di guardare il mondo, non limitato alla sola vista.

 

La seta è stata da te usata in vari modi: in strisce intrecciate che giocano con la luce, in “Tessuto precario”, è stata impiegata a disegnare trasparenze e geometrie nelle tue “Morbide geometrie”, per creare giochi di spessore nelle “Pagine del tuo diario” cosa ti attrae da un punto di vista formale in questo materiale?

Da un punto di vista formale, della seta mi attrae tutto. La sua capacità di trattenere e riflettere la luce, la temperatura, la resistenza e, allo stesso tempo, la sua estrema delicatezza. È un materiale vivo, imprevedibile, che continua a sorprendermi e a suggerirmi nuove possibilità.

Come scegli i tuoi titoli? In “Tessuto precario” ad esempio colpisce il contrasto tra la forte componente razionale della composizione e il senso di “disfacimento” creato dalle trame sciolte che pendono lungo i bordi delle strisce che si articolano sulla superficie. La serie “In attesa che qualcosa cambi”, nasce da scarto di produzione tessile; si tratta di un materiale incompiuto poiché non si è trasformato in un prodotto, è questo suo “non divenire” che genera l’attesa di cui parli nel titolo? Quale relazione esiste tra opera e titolo nei tuoi lavori?

I titoli sono una chiave importante per comprendere il mio lavoro. Arrivano sempre alla fine, quando l'opera ha già trovato la propria forma, e ne completano il significato.

Nella serie” In attesa che qualcosa cambi” utilizzo degli orditi di seta destinati normalmente a essere eliminati. In quella porzione di tessuto priva di intreccio ho riconosciuto una sorta di storia mai accaduta, uno spazio sospeso, una possibilità rimasta in attesa.

Fissando quel materiale sulla superficie dell'opera, quell'attesa viene sottratta alla sua condizione di immobilità e trova una nuova esistenza. Se qualcosa non si è compiuto, può comunque diventare parte di un'altra storia.


Perché spesso scegli per le tue opere lo scarto industriale? Vedi, forse, nella sua natura di “residuo di produzione” utile ad un processo da cui poi viene escluso una metafora delle relazioni umane, delle strutture di potere, delle dinamiche collettive?

Mi piace dare una seconda possibilità alle cose. Più che lo scarto, mi interessa ciò che resta. Il concetto di rifiuto riguarda non solo la materia, ma anche le relazioni e i meccanismi attraverso cui attribuiamo valore o esclusione. Prima ancora di decidere cosa scartare, credo sia necessario interrogarsi sul significato stesso di questo gesto.


Parlaci dei tuoi ultimi lavori.

L'ultima serie, iniziata nel 2025, si intitola “La leggerezza di un tempo”. Si tratta di sculture da parete realizzate con antichi tessuti di seta, pelle, piume, pellicce e legno, materiali provenienti da recuperi, donazioni e residui di lavorazione.

Questa ricerca nasce dal desiderio di recuperare una diversa esperienza del tempo: quella lenta, scandita dalla luce naturale e dai gesti quotidiani, propria di un passato che sembra essersi progressivamente allontanato da noi.

Le opere assumono la forma di ritratti antropomorfi privi di un volto definito. Richiamano la ritrattistica aristocratica, ma diventano soprattutto figure in cui riconoscersi e riflettersi.

Viviamo immersi in una continua accelerazione che rischia di impoverire l'esperienza, le relazioni e persino il pensiero. Con questa serie cerco di recuperare simbolicamente una dimensione temporale più profonda, uno spazio in cui tornare ad abitare il tempo senza l'urgenza costante della prestazione e dell'efficienza.

 

Francesco Zampieri

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