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Digitalizzato e restaurato ritorna a Venezia il prezioso arazzo della Collezione Cini "L’Ingresso in Palestina dell’esercito di Vespasiano"

  • 13 ore fa
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L’entrata in Palestina dell’esercito di Vespasiano, manifattura franco-fiamminga, realizzato in una trama di lana e seta, su un modello del maestro di Coëtivy, è databile tra il 1470 e il 1480, 4,30 m per 3,98 m,  Collezione Cini, Venezia
L’entrata in Palestina dell’esercito di Vespasiano, manifattura franco-fiamminga, realizzato in una trama di lana e seta, su un modello del maestro di Coëtivy, è databile tra il 1470 e il 1480, 4,30 m per 3,98 m,  Collezione Cini, Venezia

Il completamento del restauro dell’arazzo Ingresso in Palestina dell’esercito di Vespasiano e Tito rappresenta un momento di particolare rilievo per gli studi e per la tutela delle arti tessili del tardo Quattrocento. Questo capolavoro della manifattura franco-fiamminga, databile tra il 1470 e il 1480 e realizzato in lana e seta su modello del Maestro di Coëtivy, offre una testimonianza di straordinaria chiarezza dell’equilibrio tra perizia tecnica e intensità narrativa che distingue la produzione fiamminga del secolo. Di dimensioni imponenti, superiori ai quattro metri tanto in altezza quanto in larghezza, l’arazzo giunse a Venezia nel 1967 quale dono di Leonardo Vitetti a Vittorio Cini ed entrò così nella raccolta di tappezzerie antiche della Fondazione Giorgio Cini, tra le più autorevoli collezioni private italiane. Il frammento oggi restituito alla piena leggibilità, corrispondente alla metà destra del ciclo originario, raffigura l’ingresso dell’esercito romano in Palestina sotto Vespasiano e Tito e trova il suo ideale completamento nel pezzo conservato presso il Musée des Arts Décoratifs di Lione, con il quale instaura un dialogo silenzioso e denso di memoria.

Prima dell’intervento l’opera recava i segni del tempo in modo evidente. Le cromie apparivano attenuate, la superficie era appesantita da depositi incoerenti, le lacune diffuse e le tracce di restauri precedenti talvolta alteravano l’equilibrio originario. I bordi ripiegati compromettevano la lettura della scena, occultando porzioni significative delle figure in primo piano. In più punti la trama risultava diradata e le ritessiture, disomogenee per qualità e tono, interferivano con la continuità cromatica e compositiva, rendendo difficile cogliere l’armonia complessiva e la forza narrativa dell’insieme.

Il restauro è stato condotto secondo un’impostazione coerente e pienamente consapevole, in cui competenza scientifica e sensibilità storico-artistica hanno operato in stretta sinergia. Una preliminare campagna di indagini ha permesso di documentare con precisione lo stato di conservazione e di ricostruire la storia materiale dell’arazzo, fornendo il fondamento conoscitivo necessario a ogni scelta successiva. La pulitura, calibrata con attenzione, ha restituito luminosità alle cromie senza compromettere la struttura tessile, mentre il consolidamento ha interessato le aree di maggiore fragilità attraverso interventi puntuali e rispettosi della materia originale. Le integrazioni sono state limitate alle porzioni indispensabili alla comprensione iconografica, in modo da garantire continuità visiva senza sovrapporsi alla mano dei maestri fiamminghi. L’opera è stata infine foderata e dotata di un sistema di sostegno idoneo ad assicurarne stabilità e corretta esposizione.

Accanto al restauro materiale si è sviluppato un approfondito progetto di digitalizzazione tridimensionale ad altissima risoluzione, che ha consentito di registrare con estrema precisione morfologia, trama e modulazioni cromatiche. Tale acquisizione costituisce uno strumento prezioso tanto per l’analisi scientifica e iconografica quanto per le future strategie di conservazione. La possibilità di esaminare dettagli prima difficilmente accessibili, di distinguere con chiarezza le integrazioni storiche dalla tessitura originaria e di osservare la complessità esecutiva senza sollecitare fisicamente il manufatto amplia in modo significativo le prospettive di studio.

Grazie a questo duplice percorso, l’arazzo torna oggi alla contemplazione nella pienezza della sua eloquenza formale. Esso si offre non soltanto come documento eminente della cultura visiva quattrocentesca, ma come testimonianza viva di un sapere tecnico e figurativo che attraversa i secoli. La sua rinnovata leggibilità rende percepibile la raffinata eleganza tardogotica e la tensione narrativa che anima la scena storica, mentre l’accurata opera di tutela ne assicura la trasmissione alle generazioni future. In tal modo il tempo, lungi dall’essere un fattore di perdita, diviene occasione di conoscenza e di rinnovata prossimità a un mondo remoto che continua a parlare con voce sorprendentemente attuale.


Redazione

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