Pol Taburet: "Paranoia as a Method" a Villa Medici
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La mostra Paranoia as a Method di Pol Taburet, presentata nell’ambito di Art Club #40 a Villa Medici, si inserisce nel decennale del ciclo espositivo avviato nel 2016 e curato da Pier Paolo Pancotto, che nel tempo ha costruito un dispositivo di confronto tra pratiche artistiche contemporanee e la stratificazione storica e simbolica dell’Académie de France a Roma. In questo contesto l’intervento di Taburet non si limita a occupare gli spazi della Villa, ma li riattiva come parte integrante di un sistema percettivo esteso, in cui architettura e immagine entrano in una relazione di reciproca contaminazione.
Il progetto nasce dalla residenza dell’artista svolta tra marzo e aprile 2026 e si sviluppa attraverso un insieme inedito di sculture, disegni e dipinti di grande formato. L’insieme non si organizza come sequenza espositiva tradizionale ma come campo unitario di tensioni visive e temporali. Ciò che si costruisce non è una narrazione lineare ma una struttura discontinua, descritta come il tracciato di una giornata segnata da turbamento e alienazione, che non si lascia mai ricondurre a una cronologia stabile.
La dimensione narrativa evocata dal progetto si frantuma in nuclei autonomi che coesistono senza gerarchia. Il tempo non funziona come contenitore neutro ma come materia instabile, continuamente deformata dalle immagini che lo attraversano. Ogni opera sembra trattenere una propria temporalità interna, autonoma rispetto alle altre, generando una sovrapposizione di durate non conciliabili. Ne deriva una condizione percettiva in cui lo spettatore non attraversa una sequenza ma un sistema di temporalità simultanee e disallineate.
Le figure che abitano questo universo visivo sono costantemente collocate in uno stato di indeterminazione. Si tratta di presenze ibride, sospese tra umano e animale, tra organismo e apparizione, tra vita e morte. Questa condizione non ha valore puramente iconografico ma riguarda la struttura stessa dell’immagine, che si comporta come entità instabile, sempre sul punto di trasformarsi in altro da sé. L’identità non appare mai come dato acquisito ma come processo in corso, continuamente reversibile.
Il lavoro di Pol Taburet si fonda su un approccio istintivo in cui il gesto precede e insieme genera la forma. Le immagini non sono la traduzione di un contenuto preesistente ma emergono nel tempo stesso della loro esecuzione. La pittura e il disegno non funzionano come strumenti rappresentativi ma come dispositivi di apparizione, in cui il senso non precede la forma ma si deposita progressivamente al suo interno. Ne deriva una pratica in cui controllo e accidente coesistono senza soluzione, mantenendo la superficie dell’opera in uno stato di tensione permanente.
La dimensione spirituale evocata dal lavoro non va intesa come riferimento trascendente ma come intensificazione della presenza materiale dell’immagine. Si tratta di una spiritualità immanente, diffusa, che coincide con la capacità del segno di non risolversi in significato univoco ma di restare aperto, attraversato da forze contraddittorie che non vengono mai completamente ricomposte.
Il titolo Paranoia as a Method introduce una chiave interpretativa che sposta il discorso sul piano epistemologico. La paranoia non è qui una categoria clinica ma una modalità di organizzazione del reale, un regime percettivo in cui ogni elemento tende a entrare in relazione potenziale con ogni altro. Le connessioni si moltiplicano in modo laterale e instabile, spesso eccedente rispetto a qualsiasi struttura gerarchica. La conoscenza non procede per sintesi ma per proliferazione di associazioni, deviazioni e cortocircuiti che impediscono la chiusura del senso.
All’interno del dispositivo espositivo di Villa Medici questa logica si amplifica. Gli spazi storici non funzionano come sfondo ma come componente attiva del sistema. La loro stratificazione architettonica entra in risonanza con la struttura instabile delle opere, contribuendo a moltiplicare i livelli percettivi senza mai stabilizzarli. Il risultato è un ambiente in cui le soglie tra interno ed esterno, tra opera e contesto, tra tempo storico e tempo mentale si indeboliscono progressivamente.
Anche la figura dello spettatore viene ridefinita da questa configurazione. Non si trova di fronte a oggetti separati ma immerso in un campo percettivo che lo coinvolge direttamente. L’atto del vedere non è mai distaccato ma implica una continua esposizione a interferenze che modificano ciò che viene percepito. La visione diventa così una pratica instabile, sempre in bilico tra riconoscimento e disorientamento.
Tra i lavori presentati figura It has always been because of you (2026), scultura in legno, acciaio e pau a pique che condensa la logica ambigua del progetto: un oggetto che si colloca tra presenza e enigma, tra stabilità materiale e instabilità interpretativa, contribuendo a rafforzare la dimensione non lineare dell’insieme.
In questa prospettiva la mostra si configura come un ambiente epistemologico più che come un’esposizione in senso tradizionale. Non rappresenta uno stato del mondo ma ne attiva una modalità di accesso fondata sull’instabilità. La paranoia evocata dal titolo non indica una deviazione patologica ma una forma di attenzione radicale, in cui il reale non si lascia mai consolidare in una forma definitiva e rimane costantemente aperto a nuove connessioni e slittamenti di senso.
Michele Zanella
















