Du Hai Jun presenta a Venezia "Chronicles of the Floating City"
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A Venezia è in corso Chronicles of the Floating City, prima mostra personale in Italia di Du Hai Jun, ospitata presso Cavana Gallery. Il progetto si sviluppa in uno spazio raccolto, la cui dimensione non limita l’esperienza espositiva ma la concentra, favorendo un rapporto diretto e ravvicinato con le opere. In questa prossimità lo sguardo non coglie immagini immediate, ma entra piuttosto in una costruzione progressiva, fatta di stratificazioni, ritmi e micro-variazioni che emergono solo attraverso una osservazione prolungata. Curata da Hui Shuwen e Alessandra Pozzi, la mostra riunisce nuclei centrali della ricerca dell’artista, restituendo una visione coerente in cui la città non è mai semplice soggetto, ma campo di elaborazione percettiva e mentale.
Il lavoro di Du Hai Jun si fonda su una concezione della città contemporanea come struttura percettiva prima ancora che spaziale. L’urbano, nelle sue opere, non coincide con una somma di edifici o con una veduta riconoscibile, ma con un sistema di relazioni che regolano la produzione stessa dell’immagine. In questo senso, la pittura non descrive la città, ma ne mette in evidenza le condizioni di visibilità, restituendo lo spazio urbano come processo di costruzione dello sguardo piuttosto che come dato esterno.
Nelle serie Urban Window e N Windows, questo principio si traduce in una grammatica rigorosa fondata sulla ripetizione. La finestra, elemento ricorrente e solo apparentemente elementare, perde la funzione descrittiva per diventare unità minima di una struttura visiva più ampia. Non è più dettaglio architettonico, ma soglia operativa tra interno ed esterno, individualità e anonimato, presenza e sottrazione. La serialità delle facciate e la reiterazione dei moduli non compongono un’immagine unitaria della città, ma producono una superficie frammentata, in cui la totalità non si dà mai come sintesi, ma come tensione continuamente differita.
Questa logica della frammentazione non ha carattere illustrativo, ma riguarda direttamente la natura dell’esperienza urbana. La città, così costruita, non è mai pienamente accessibile: si offre come insieme di unità equivalenti che non convergono in una forma conclusa. La ripetizione non genera ridondanza, ma una condizione di instabilità percettiva, in cui lo sguardo resta sospeso tra riconoscimento e perdita di orientamento.
La pittura a olio, spesso estesa a supporti come l’alluminio, rafforza questa impostazione attraverso una superficie controllata e compatta, in cui la precisione del segno non tende alla rappresentazione mimetica, ma alla costruzione di un ordine interno dell’immagine. La città non viene imitata, ma ricodificata come sistema visivo autonomo, dove la densità strutturale sostituisce la profondità illusionistica. Ne deriva una forma di astrazione che non si distacca dal reale, ma lo attraversa per estrarne le sue logiche costitutive.
Accanto a questi nuclei storici, la mostra presenta una serie dedicata alle metropolitane urbane ed europee. Qui lo spazio urbano si sposta dalla superficie al sottosuolo, modificando radicalmente la natura dell’esperienza. Se nelle serie precedenti la città si organizzava secondo griglie e ripetizioni verticali, in questo caso prevale una dimensione lineare e temporale, definita dal movimento continuo. La metropolitana non è rappresentata come luogo, ma come condizione percettiva: uno spazio in cui il soggetto è immerso in flussi, transiti e ripetizioni che impediscono la fissazione stabile dell’immagine.
La serie Quando il fumo si dirada introduce una discontinuità ulteriore, spostando l’attenzione dalla costruzione dello spazio alla sua esposizione alla crisi. Le città rappresentate non sono identificabili in senso geografico, ma emergono come resti visivi di un evento già avvenuto, come sedimentazioni di una trasformazione irreversibile. Non si tratta di documentazione, ma di residui: ciò che permane quando l’architettura perde funzione e si trasforma in traccia. In questo contesto, la pittura si confronta con un limite preciso, quello in cui l’immagine non può più appoggiarsi a un referente stabile e deve misurarsi con la persistenza della distruzione come forma della memoria.
La formazione di Du Hai Jun presso la China Central Academy of Fine Arts e la sua attività a Shanghai si collocano nel contesto della pittura cinese contemporanea legata ai processi di urbanizzazione accelerata. Tuttavia, la sua ricerca si distingue per una progressiva riduzione dell’elemento narrativo a favore di una costruzione sempre più strutturale dell’immagine, in cui la città diventa campo di analisi piuttosto che soggetto rappresentato. La coerenza del suo linguaggio si è consolidata attraverso una presenza costante in contesti espositivi internazionali e collezioni istituzionali.
Nel contesto veneziano, la mostra assume infine una risonanza che non deriva da un rapporto analogico o illustrativo con la città ospitante, ma da una prossimità strutturale più sottile. Venezia, nella sua configurazione storica e materiale, non si offre come immagine stabile dell’urbano, ma come forma di equilibrio instabile tra elementi eterogenei. Senza diventare riferimento esplicito, questa condizione contribuisce a far emergere con maggiore evidenza il nucleo del lavoro di Du Hai Jun, che non consiste nella rappresentazione della città, ma nell’indagine delle condizioni che rendono possibile la sua visione.
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