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Henry Moore: Monumental Nature ai Kew Gardens

  • 23 ore fa
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Henry Moore:  Monumental Nature, Kew Gardens, Londra
Henry Moore: Monumental Nature, Kew Gardens, Londra

Esistono artisti il cui lavoro sembra aspirare naturalmente alla neutralità protetta del museo e altri che, entro quello spazio disciplinato, finiscono invece per apparire in una sorta di esilio dalla propria condizione originaria. Henry Moore (nato nel 1898 e morto nel 1986) appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Le sue sculture, ricondotte entro la grammatica asettica del white cube, tendono spesso ad assumere il carattere di emblemi ormai pacificati del modernismo britannico. Nel paesaggio, al contrario, recuperano immediatamente qualcosa di più ambiguo e perturbante, una qualità arcaica e quasi litica che le sottrae alla semplice dimensione dell’oggetto estetico.

La grande mostra Monumental Nature ai Kew Gardens, aperta fino al 31 gennaio 2027, rende evidente proprio questo slittamento. Non si tratta semplicemente di un’esposizione all’aperto, ma della restituzione di un linguaggio formale alla propria ecologia percettiva. Nei vasti spazi di Kew le opere cessano di comportarsi come sculture nel senso tradizionale del termine e assumono piuttosto il carattere di presenze, masse organiche che instaurano con il paesaggio una relazione di reciprocità quasi metabolica. Del resto, l’intera ricerca di Moore sembra attraversata da una medesima domanda: come liberare la forma dalla rigidità antropocentrica della tradizione occidentale senza rinunciare del tutto al corpo umano.

Le sue figure reclinate, i grandi ovali traforati, le strutture vertebrali e totemiche nascono da una continua oscillazione tra anatomia e geologia. Il corpo non viene mai realmente rappresentato; è piuttosto eroso, sedimentato, restituito a uno stato preindividuale in cui osso, roccia, radice e membrana appartengono ancora allo stesso lessico materiale. A Kew questa continuità diviene quasi fisicamente percepibile. Le superfici bronzee, corrugate e porose, attraversate da fenditure e cavità, reagiscono alla luce come cortecce o pietre levigate dagli agenti atmosferici. I vuoti interni catturano frammenti di cielo, rami mossi dal vento, improvvise variazioni d’ombra. Il paesaggio non circonda semplicemente la scultura, ma vi penetra, la attraversa, ne modifica continuamente la percezione.

Moore comprendeva perfettamente che il vuoto non costituisce una semplice assenza plastica. È uno spazio attivo di attraversamento, un dispositivo capace di dissolvere la compattezza monumentale della materia e di aprirla alla fluidità del mondo naturale. È qui che la sua opera si separa definitivamente dalla tradizione monumentale europea. Nella statuaria classica il volume coincide con l’autorità; il corpo compatto, integro e verticale afferma la centralità dell’umano sul mondo. Moore, al contrario, perfora la massa, la destabilizza, la piega a un principio organico che rifiuta ogni chiusura identitaria. Le sue forme non dominano il paesaggio, vi si espongono. Più che imporre una presenza, sembrano accettare un lento processo di assimilazione naturale.

In questo senso Monumental Nature finisce per interrogare non soltanto il rapporto tra scultura e paesaggio, ma anche la nostra stessa capacità contemporanea di abitare il tempo della visione. L’opera di Moore richiede infatti una forma di attenzione lenta, non immediatamente consumabile, estranea alla velocità iconica attraverso cui oggi attraversiamo le immagini e gli spazi culturali. Camminare tra queste masse silenziose disseminate nei giardini di Kew significa allora fare esperienza di una temporalità diversa, più geologica che storica, in cui la forma non appare mai definitivamente compiuta ma continua a trasformarsi attraverso la luce, il clima, la distanza e lo sguardo di chi osserva. È forse proprio qui che risiede la persistenza della grandezza di Moore: nella capacità di concepire la scultura non come oggetto concluso, ma come organismo aperto, attraversato dal mondo e inevitabilmente destinato a mutare insieme ad esso.


Ilektra Zanella

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