La mostra di Lee Ufan alle Procuratie Vecchie di Venezia
- 6 mag
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Con l’apertura del 9 maggio 2026, SMAC Venice (San Marco Art Centre) presenta la personale di Lee Ufan, realizzata in collaborazione con Dia Art Foundation e curata da Jessica Morgan, nell’ambito degli Eventi Collaterali della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. L’esposizione si colloca in un orizzonte che eccede la semplice ricorrenza celebrativa dei novant’anni dell’artista, per configurarsi piuttosto come un dispositivo di rilettura critica, capace di riaprire il campo di una pratica che, nel corso dei decenni, ha progressivamente messo in discussione la centralità dell’immagine a favore di una dimensione percettiva più primaria, in cui l’opera coincide non con ciò che rappresenta, ma con le condizioni stesse della sua emergenza nello spazio e nel tempo.
Allestita nelle otto sale delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, la mostra si sviluppa attraverso un arco temporale che copre sette decenni di produzione, senza tuttavia aderire a un criterio cronologico o evolutivo. Le opere non si dispongono secondo una sequenza lineare, ma emergono come una struttura reticolare di rimandi, una costellazione di relazioni in cui lavori storici, interventi recenti e una nuova commissione site-specific si intrecciano per affinità percettive e risonanze interne. In questo assetto non gerarchico, ciò che viene meno è la logica della progressione storica, mentre ciò che si rafforza è la persistenza di un nucleo concettuale costante: la tensione irriducibile tra gesto e spazio, tra presenza e sottrazione, tra forma e intervallo.
La pratica di Lee Ufan, maturata nel dialogo tra la Mono-ha giapponese e la Dansaekhwa coreana, si fonda su una radicale decostruzione dell’idea stessa di produzione artistica. Il lavoro non si organizza come costruzione di immagini, né come affermazione di una soggettività espressiva, ma come attivazione di relazioni minime tra elementi eterogenei. In questo senso, pittura e scultura non sono linguaggi autonomi, ma dispositivi attraverso cui la materia viene sottratta alla sua funzione oggettuale per essere restituita a una condizione di sospensione, in cui il rapporto tra pieno e vuoto, tra densità e rarefazione, diventa il vero campo di esperienza dell’opera. Il gesto, ridotto all’essenziale, non interviene per generare forma, ma per aprire uno spazio di possibilità percettiva. È proprio in questa sottrazione che si produce un tipo particolare di attenzione, in cui lo sguardo non si limita a riconoscere ciò che vede, ma si trova costretto a sostare nella distanza che lo separa dall’oggetto. La percezione, in questo senso, non è immediata né trasparente, ma si costituisce come esperienza della durata, come esercizio di sospensione che rende visibile il tempo stesso dello sguardo. In tale prospettiva, lo spazio delle Procuratie Vecchie non può essere inteso come un contenitore neutro o semplicemente architettonico, ma come parte integrante del dispositivo espositivo. L’architettura non si limita a ospitare le opere, ma ne condiziona la possibilità di apparizione, instaurando con esse un rapporto di reciproca determinazione. Le sale, con la loro scansione ritmica e la loro densità storica, non fanno da sfondo, ma partecipano attivamente alla costruzione del senso, rendendo ogni lavoro inseparabile dal contesto in cui si inscrive.
L’allestimento si configura così come un sistema di equilibri instabili, in cui ogni elemento esiste non in sé, ma nella misura in cui entra in relazione con gli altri. Non vi è mai una visione univoca o definitiva, ma una continua oscillazione tra prossimità e distanza, tra apparizione e ritrazione. Lo sguardo è costantemente rimandato da un’opera all’altra, in un movimento che non tende alla sintesi, ma alla proliferazione delle relazioni percettive.
All’interno di questa trama, la nuova commissione site-specific non si impone come punto culminante né come elemento di chiusura del percorso, ma come ulteriore variazione di un linguaggio che rifiuta sistematicamente ogni forma di compimento. Essa si inserisce nella logica generale della mostra senza interromperla, contribuendo piuttosto a riattivarne la dimensione processuale, in cui l’opera non è mai definitiva ma sempre esposta a una condizione di instabilità e riarticolazione.
Nel suo insieme, la mostra veneziana non si limita a restituire una panoramica del lavoro di Lee Ufan, ma ne mette in evidenza la struttura più profonda e coerente: un pensiero della sottrazione che trasforma l’opera in campo di esperienza. In questo campo, il visibile non è mai dato una volta per tutte, ma emerge come effetto temporaneo di una relazione, come esito fragile di una tensione tra presenza e assenza, tra ciò che appare e ciò che continuamente si ritrae.
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