La demistificazione dell’aura museale nello V&A East Storehouse – Dalla provocazione di Manzoni alla nuova esperienza del museo
- 24 feb
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Nel panorama museale contemporaneo, il V&A East Storehouse, nato come espansione del Victoria and Albert Museum di Londra, si presenta non tanto come un nuovo spazio espositivo quanto come una riflessione concreta e profondamente incarnata sull’idea stessa di museo, quasi fosse una dichiarazione resa architettura. Non si lascia ridurre alla definizione di deposito accessibile, né a quella di progetto dall’estetica industriale pensato per stupire o per aderire a una tendenza curatoriale del momento. Si configura, più profondamente, come un gesto consapevole e paziente che incide sul modo in cui l’istituzione decide di narrarsi, mettendo in discussione la propria immagine e scegliendo di renderla più trasparente e condivisa, Il museo decide di mostrarsi per intero, di non limitarsi alla superficie ordinata e rassicurante delle sale, ma di includere nel proprio racconto anche ciò che solitamente rimane invisibile e silenzioso. Archivio, scaffalature, casse, procedure, lavoro quotidiano entrano così a far parte dell’esperienza, e in questo atto di esposizione di sé l’istituzione sembra compiere un movimento di sincerità che la rende più vicina e più comprensibile.
All’inizio lo sguardo può sentirsi spaesato, perché ciò che si incontra non corrisponde all’immagine tradizionale di museo che portiamo con noi. Ci si trova davanti a corridoi alti, strutture metalliche, oggetti disposti secondo logiche funzionali più che scenografiche, e manca quella regia rassicurante che nelle mostre tradizionali guida il passo e orienta il pensiero attraverso un percorso calibrato. Tuttavia, proprio in questa apparente assenza di mediazione, si fa strada una consapevolezza più lenta e forse più profonda. Il museo non coincide con l’atto finale dell’esporre, non si esaurisce nella sala illuminata e nella didascalia ben composta; è prima di tutto un luogo di conservazione, di studio, di responsabilità. Il deposito, che per anni è stato percepito come un semplice spazio tecnico e marginale, si rivela invece come un centro silenzioso e necessario, lo spazio in cui il valore non viene proclamato ma custodito, preparato e talvolta rimesso in discussione prima di tornare alla luce.
In questo passaggio il dialogo ideale con Piero Manzoni emerge con naturalezza e acquista una nuova densità. Quando nel 1961 realizzò Merda d’artista, inscatolando i propri escrementi e immettendoli nel mercato dell’arte, Manzoni non cercava soltanto la provocazione fine a se stessa. Il suo gesto, tanto ironico quanto radicale, era un esperimento lucidissimo che mirava a rendere evidente un meccanismo spesso accettato senza interrogativi. Il valore artistico non risiede nella nobiltà del materiale, ma nella rete di relazioni che lo riconosce e lo legittima. L’artista firma, l’istituzione accoglie, il mercato attribuisce un prezzo, il pubblico reagisce. L’opera nasce e prende consistenza dentro questo intreccio complesso. La provocazione era lo strumento necessario per far emergere ciò che normalmente rimane implicito e invisibile.
Il V&A East Storehouse non adotta la stessa ironia tagliente, ma si muove nello stesso territorio concettuale con un tono diverso, più disteso e riflessivo. Anche qui viene interrogato il luogo in cui il valore prende forma e si consolida. Se Manzoni introduceva lo scarto nel circuito dell’arte per metterne a nudo i meccanismi, il museo londinese compie un gesto complementare e per certi versi speculare, perché porta alla luce ciò che sostiene quel circuito, ossia la conservazione, l’archiviazione, il lavoro tecnico e quotidiano che precede ogni esposizione, trasformandolo in esperienza condivisa. In entrambi i casi non cambia soltanto l’oggetto, ma cambia in modo sostanziale il nostro modo di guardarlo e di attribuirgli senso.
Attraversare lo Storehouse significa fare esperienza di questo spostamento in maniera quasi fisica, perché le opere non sono isolate come presenze sacralizzate e intoccabili, ma convivono, si affiancano, attendono. Non si presentano come racconto definitivo, bensì come possibilità aperte, come frammenti di una narrazione che potrebbe prendere forme diverse. Si percepisce allora che ogni mostra tradizionale è il risultato di una scelta, di un montaggio, di una costruzione narrativa accurata. Qui, invece, il museo sembra sospendere momentaneamente la narrazione compiuta per mostrarne l’origine, come se invitasse il visitatore a entrare nel laboratorio stesso del significato e a comprendere che l’arte non è un dato immutabile, ma un processo in continuo divenire.
Questa dimensione processuale diventa ancora più evidente nei laboratori di restauro, lasciati intenzionalmente visibili e integrati nel percorso. I visitatori possono osservare i restauratori al lavoro, seguire la lentezza concentrata dei gesti, intuire la responsabilità che accompagna ogni intervento e la competenza che lo rende possibile. Si comprende così che dietro ogni oggetto esposto esiste un tempo lungo fatto di studio, di attenzione e di decisioni ponderate. La bellezza non appare più come un miracolo improvviso, ma come il risultato di una cura costante e consapevole. In questo mostrarsi operativo il museo si umanizza in modo evidente, perché non si presenta più come un tempio distante e immobile, ma come un luogo abitato da persone che lavorano e che si assumono il compito di proteggere e trasmettere una memoria condivisa.
Un’immagine particolarmente intensa di questa tensione tra visibilità e tutela emerge nell’archivio dedicato a David Bowie, dove gli abiti di scena del cantante, simboli di metamorfosi e di identità plurime, vengono trattati in una sartoria anch’essa esposta allo sguardo del pubblico. Qui sono restaurati, stirati e preparati con un’attenzione che non è soltanto tecnica, ma profondamente rispettosa della loro storia e del loro significato culturale; e tuttavia, anche quando sono pronti per essere presentati nello spazio espositivo, restano spesso custoditi in sacchi copriabiti trasparenti, sospesi in un equilibrio sottile tra presenza e protezione. L’immagine, nella sua semplicità, risulta estremamente eloquente, perché rivela come l’icona resa celebre dalla spettacolarità debba essere preservata proprio per poter essere mostrata. La visibilità, in questo caso, passa attraverso una distanza necessaria, e tale paradosso non contraddice l’apertura del museo, bensì la rende più consapevole e più responsabile.
Da questo equilibrio tra accessibilità e tutela emerge la natura più profonda del progetto, che riesce a convincere il visitatore di trovarsi pienamente dentro un’istituzione museale proprio mentre ne mette in discussione l’immagine convenzionale; una convinzione che si rafforza nella possibilità, offerta a chi lo desideri, di richiedere gratuitamente una visita approfondita dedicata a un’unica opera o a un gruppo di opere, trasformando l’incontro con il patrimonio in un’esperienza concentrata, quasi meditativa, capace di restituire tempo e attenzione allo sguardo. Il museo non appare così soltanto come spazio di esposizione, ma come luogo di studio, di conoscenza e di relazione, un’istituzione che acquisisce, conserva, studia ed espone patrimoni al servizio della società e che, nello Storehouse, sceglie di non celare nessuna di queste funzioni dietro le quinte, rendendole parte integrante dell’esperienza stessa. In tal modo rivela le sue molte identità senza bisogno di proclami, mostrando di poter essere al tempo stesso sala espositiva e deposito, laboratorio e spazio pubblico, scena e retroscena, ricomponendo in un unico racconto dimensioni che solitamente restano separate.
Se Manzoni ha dimostrato che l’arte non coincide con la purezza del materiale ma con l’atto che la definisce e la legittima, il V&A East Storehouse mostra che il museo non coincide con la sola superficie della mostra, ma con l’insieme di pratiche umane che la rendono possibile e la mantengono viva. L’uno ha scelto la provocazione per incrinare certezze consolidate, l’altro sceglie la trasparenza per costruire consapevolezza, e in entrambi i casi ciò che viene chiesto a chi guarda è un gesto più attento e più maturo, quello di riconoscere che dietro ogni opera e dietro ogni esposizione esiste una trama di relazioni, di lavoro e di cura che costituisce la vera sostanza dell’esperienza museale.
Efthalia Rentetzi
























