All’Ashmolean Museum di Oxford, Aphrodite: "The Making of a Goddess" ripercorre cinquemila anni di storia della bellezza.

Dalle divinità dell’antica Cipro alle Veneri del Rinascimento, fino alla cultura visiva contemporanea, la storia di Afrodite attraversa cinquemila anni di immagini e di desideri. All’Ashmolean Museum di Oxford, una grande mostra invita a guardare diversamente una delle figure più celebri dell’antichità e a interrogarsi su una questione ancora aperta: chi decide che cosa è bello, e a quali condizioni?
Una dea nuda, una mano che cerca di coprirla, un corpo esposto allo sguardo. Da oltre duemila anni, una parte considerevole della storia dell’arte occidentale torna su questa immagine, la riproduce, la perfeziona, la trasforma in un modello. Afrodite sembra appartenere a un tempo sottratto alla storia, come se la sua bellezza fosse una verità che ogni epoca si limita a riconoscere. Eppure, basta seguirne le metamorfosi per accorgersi del contrario. Il corpo della dea non è rimasto identico a se stesso: è cambiato con le religioni, le idee politiche, i gusti artistici e le convenzioni sociali che ne hanno determinato la rappresentazione. La sua apparente eternità è il risultato di una storia. È da questa contraddizione che prende avvio Aphrodite: The Making of a Goddess, la mostra dell’Ashmolean Museum di Oxford in programma dall’8 ottobre 2026 all’11 aprile 2027. Oltre centocinquanta opere ripercorrono più di cinquemila anni di cultura visiva, dalle origini mediterranee della dea alle sue interpretazioni contemporanee, passando per la scultura greca, la tradizione romana e la pittura rinascimentale. Il percorso consente di seguire la formazione di un mito, ma soprattutto di osservare come un’immagine religiosa sia diventata uno dei principali strumenti attraverso cui l’Occidente ha pensato la bellezza femminile.
La domanda che il titolo pone è più radicale di quanto possa sembrare. Che cosa significa, infatti, la costruzione di una dea? Significa riconoscere che nessuna immagine attraversa i secoli senza essere modificata, selezionata e investita di nuovi significati. Significa anche interrogarsi sulle condizioni che permettono ad alcune figure di diventare modelli universali, mentre altre scompaiono dalla memoria collettiva. Afrodite è sopravvissuta perché ogni epoca ha saputo riconoscervi qualcosa di sé, ma anche perché istituzioni, artisti, collezionisti e committenti ne hanno preservato e rilanciato l’immagine. La sua storia riguarda dunque tanto il mito quanto il potere culturale di chi lo interpreta.
All’origine di questa vicenda c’è Cipro, isola che per posizione geografica costituisce uno dei grandi punti d’incontro del Mediterraneo orientale. Durante l’età del Bronzo, i commerci e i contatti fra comunità diverse favorirono la circolazione di pratiche religiose e forme artistiche, in un ambiente nel quale le divinità femminili potevano incarnare la fertilità, la generazione della vita e la protezione. Le radici di Afrodite appartengono a questo mondo di scambi, nel quale le identità divine non si formavano entro confini culturali rigidi. La dea greca, nella forma in cui sarebbe diventata familiare alla tradizione occidentale, è il risultato di una lunga elaborazione mediterranea. Queste origini sono importanti perché restituiscono ad Afrodite una dimensione che la sua successiva fortuna estetica ha spesso oscurato. Prima di diventare un corpo da ammirare, la dea era una presenza da venerare. Il suo potere riguardava la vita e le forze che la rendono possibile, non soltanto l’attrazione fra gli esseri umani. La distanza fra le testimonianze religiose più antiche e le immagini classiche rivela quanto sia cambiato il modo di rappresentarla. La bellezza che oggi associamo spontaneamente al suo nome non costituisce un’essenza originaria, ma una delle interpretazioni che la storia ha reso dominanti.
Nel mondo greco, Afrodite acquista una personalità narrativa che rende ancora più evidente la natura ambigua del suo potere. Nei poemi omerici e nei racconti mitologici, la dea interviene nei rapporti fra gli dèi e gli uomini, alimenta passioni, protegge i propri favoriti e può provocare conseguenze devastanti. Il giudizio di Paride e la promessa dell’amore di Elena conducono alla guerra di Troia, trasformando il desiderio in una forza capace di sconvolgere l’ordine politico e familiare. La bellezza non è ancora una categoria contemplativa, separata dalla vita: agisce, persuade, espone al rischio. Afrodite non rappresenta una perfezione pacificata, ma un potere che nessuno può controllare completamente.
La trasformazione più influente della sua immagine avviene nella scultura greca del IV secolo avanti Cristo. Con l’Afrodite di Cnido, opera perduta di Prassitele, il nudo femminile entra nella statuaria monumentale in una forma destinata a esercitare un’influenza straordinaria. Le fonti antiche e le successive repliche romane tramandano l’immagine della dea colta in un momento di intimità, mentre si prepara al bagno. Il gesto quotidiano introduce una prossimità nuova fra la figura divina e lo spettatore. Il corpo non è più soltanto il supporto di una presenza sacra, ma diventa il centro dell’opera, organizzato per essere osservato.
Qui si apre una questione che la storia dell’arte ha spesso preferito lasciare sullo sfondo. Chi guarda Afrodite? E da quale posizione? La statua trasforma il corpo femminile in un ideale accessibile allo sguardo, ma la sua nudità è costruita attraverso una precisa scelta artistica. La posa, le proporzioni e il gesto del pudore non sono dettagli innocenti: stabiliscono le condizioni della visione, suggerendo come il corpo debba essere percepito e quale relazione debba instaurarsi fra la figura rappresentata e chi la contempla. La mano che copre diventa parte del dispositivo della seduzione, mentre l’apparente riservatezza intensifica l’esposizione. Il pudore non cancella il desiderio; gli dà una forma.
Non sarebbe corretto ridurre l’intera scultura greca a un semplice esercizio di dominio sul corpo femminile. La rappresentazione artistica nasce da convenzioni molteplici e la figura di Afrodite conserva significati religiosi, poetici e simbolici che eccedono la dimensione erotica. Resta tuttavia significativo che proprio il suo corpo sia diventato uno dei principali terreni sui quali la tradizione occidentale ha elaborato un canone estetico. La dea offre una forma apparentemente naturale alla bellezza, mentre la storia della sua immagine mostra quanto quella naturalezza dipenda da scelte culturali.
Roma conferisce a questa figura un’ulteriore dimensione. Identificata con Venere, la dea viene inserita nella genealogia mitica della città attraverso Enea e diventa un riferimento importante per la legittimazione del potere. La sua immagine circola negli spazi pubblici e privati, sulle sculture, nei mosaici e negli oggetti preziosi, assumendo funzioni che vanno dalla devozione alla celebrazione politica. La bellezza acquisisce così un valore pubblico, legato al prestigio e all’identità di chi se ne appropria. Il mito sopravvive perché è capace di cambiare funzione: ciò che in una società esprimeva la potenza divina può diventare, in un’altra, un segno di appartenenza e autorità.
Il Rinascimento aggiunge un passaggio decisivo. Con la riscoperta dell’antichità classica, Venere torna a offrire agli artisti una giustificazione culturale per rappresentare il nudo femminile e interrogarsi sul rapporto fra corpo e ideale. La pittura mitologica consente di affrontare la sensualità attraverso il linguaggio dell’erudizione, della filosofia e della bellezza formale. La figura della dea viene così sottratta alla sua sola dimensione religiosa e trasformata in un modello estetico che può essere studiato, collezionato e celebrato.
Nella tradizione di Sandro Botticelli, Venere assume una qualità particolare. Il corpo conserva la propria presenza fisica, ma la linea e la composizione lo allontanano dalla realtà quotidiana, conferendogli una grazia quasi astratta. La bellezza appare come qualcosa che la pittura può rendere visibile senza esaurirne il significato. È una delle ragioni per cui le immagini rinascimentali della dea continuano a esercitare un fascino così forte: sembrano proporre un ideale al di sopra del tempo, benché siano profondamente radicate nella cultura che le ha prodotte. Il Rinascimento non si limita a recuperare l’antico; seleziona ciò che desidera ereditare e costruisce, attraverso quella scelta, una propria idea di classicità.
Nei secoli successivi, il collezionismo europeo consolida questa autorità. Le statue antiche diventano oggetti di studio e di prestigio, mentre il possesso di una Venere segnala familiarità con il patrimonio classico e appartenenza a un’élite culturale. Musei, raccolte private e accademie contribuiscono a stabilire quali opere debbano essere considerate esemplari e quali modelli meritino di essere trasmessi alle generazioni successive. La sopravvivenza della dea non dipende soltanto dalla forza delle immagini, ma anche dalle istituzioni che le conservano, le espongono e le trasformano in patrimonio condiviso.
L’arte contemporanea interviene proprio su questa eredità. In Venus of the Rags, realizzata da Michelangelo Pistoletto nel 1967, una statua classicheggiante è accostata a un cumulo di abiti usati. Il contrasto fra il corpo levigato e la massa disordinata dei tessuti mette in relazione l’ideale della tradizione con la materialità della vita quotidiana, il consumo e lo scarto. La Venere non scompare, ma perde la posizione incontestata che la storia le aveva assegnato. Il suo corpo perfetto entra in un ambiente che ne altera la percezione, mostrando quanto il significato di un’immagine dipenda anche dal contesto nel quale viene collocata. Pistoletto non cancella la tradizione classica; la costringe a confrontarsi con ciò che aveva lasciato fuori dal proprio campo visivo. Gli stracci portano nell’opera la dimensione materiale dell’esistenza, il disordine, l’usura e il consumo. La statua, al contrario, conserva la propria superficie intatta e la propria autorità simbolica. Fra questi due elementi si apre una distanza che riguarda anche la storia della bellezza: da una parte l’ideale che pretende di durare, dall’altra la realtà che cambia, si consuma e resiste a ogni tentativo di perfezione.
Il passaggio alla moda contemporanea rende il discorso ancora più complesso. Le immagini ispirate alla classicità continuano a circolare nello spettacolo e nella cultura popolare, dove il corpo femminile è al tempo stesso presenza scenica, costruzione estetica e strumento di autorappresentazione. Il riferimento ad Afrodite non implica più necessariamente l’adesione a un canone ereditato dall’antichità. Può diventare una citazione, un gioco con la tradizione o un modo per rivendicare il controllo della propria immagine. La figura della dea sopravvive così in un universo visivo nel quale la bellezza è continuamente prodotta, condivisa e sottoposta al giudizio pubblico. È qui che la sua storia incontra le questioni del presente. La moltiplicazione delle immagini ha ampliato le possibilità di rappresentazione, ma ha anche intensificato la pressione esercitata dai modelli estetici. I corpi vengono esposti e confrontati senza sosta, mentre la bellezza si intreccia con il consumo, la visibilità e la costruzione dell’identità. Afrodite sembra appartenere naturalmente a questo paesaggio, perché il suo potere è sempre stato legato alla capacità di suscitare desiderio. Eppure, la sua vicenda mostra quanto sia necessario interrogarsi sulle regole che governano quello sguardo. Chi produce gli ideali? Chi ne trae vantaggio? E quanto spazio rimane per le forme di bellezza che non corrispondono al modello dominante?
La mostra dell’Ashmolean Museum acquista valore proprio nella possibilità di affrontare queste domande attraverso la storia. Il percorso non richiede di giudicare il passato secondo criteri contemporanei, né di ridurre le opere a illustrazioni di una tesi. Invita piuttosto a osservare come ogni epoca abbia attribuito alla dea significati diversi, trasformandola in una figura religiosa, un ideale artistico, un simbolo politico o un’immagine da rimettere in discussione. La continuità di Afrodite non cancella le fratture della sua storia; le rende visibili.
Resta allora una domanda, più scomoda di quella da cui il racconto ha preso avvio. Se la bellezza cambia con le società che la definiscono, perché alcune sue rappresentazioni continuano a esercitare un’autorità così forte? Forse perché le immagini più longeve non si limitano a rispecchiare i valori del proprio tempo, ma contribuiscono a renderli credibili, fino a farli apparire naturali. Afrodite è sopravvissuta a religioni, imperi e rivoluzioni artistiche perché ogni epoca ha trovato il modo di riconoscersi nel suo corpo. Guardarla oggi significa anche riconoscere quanto il nostro sguardo sia stato educato da una storia che raramente si presenta come tale.
La dea che emerge da Oxford non è dunque soltanto la custode di un ideale classico; è la testimonianza di come quell’ideale sia stato costruito, tramandato e continuamente trasformato. La sua bellezza conserva il potere di sedurre, ma non può più essere considerata una verità fuori dalla storia. È una forma culturale, sostenuta da immagini e istituzioni, sulla quale si sono depositati desideri, convenzioni e rapporti di potere. Da oltre duemila anni Afrodite ci insegna a guardare un corpo perfetto. La domanda decisiva è se siamo finalmente pronti a guardare anche la storia che lo ha reso tale.
Ilektra Zanella








