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Angelica Kauffmann ed Élisabeth Vigée Le Brun a Napoli: due pittrici, due destini e una rivoluzione nell’arte del Settecento alle Gallerie d’Italia

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Alle Gallerie d’Italia di Napoli, settantatré opere mettono a confronto Angelica Kauffmann ed Élisabeth Louise Vigée Le Brun, due delle più importanti pittrici del Settecento. Attraverso le loro vicende artistiche e professionali, la mostra ricostruisce una stagione decisiva per l'affermazione delle donne nella cultura figurativa europea.

A sinistra: Élisabeth Louise Vigée-Le Brun, Maria Cristina di Borbone, principessa delle Due Sicilie, mentre coglie delle rose in un giardino (1791; olio su tela, 123 x 91 cm; Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte.
A destra: Angelika Kauffmann, «Autoritratto come musa della pittura», 1787, Firenze, Gallerie degli Uffizi.
A sinistra: Élisabeth Louise Vigée-Le Brun, Maria Cristina di Borbone, principessa delle Due Sicilie, mentre coglie delle rose in un giardino (1791; olio su tela, 123 x 91 cm; Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte. A destra: Angelika Kauffmann, «Autoritratto come musa della pittura», 1787, Firenze, Gallerie degli Uffizi.

La storia dell’arte europea del secondo Settecento non può essere raccontata senza riconoscere il ruolo di Angelica Kauffmann ed Élisabeth Louise Vigée Le Brun. Contemporanee e protagoniste di un’affermazione internazionale senza precedenti, le due artiste seppero conquistare una posizione di assoluto rilievo in un sistema culturale ancora largamente dominato dagli uomini. Le loro vicende, pur sviluppandosi attraverso percorsi formativi, sensibilità estetiche e strategie professionali differenti, restituiscono l’immagine di un’epoca attraversata da profonde trasformazioni: il secolo dell’Illuminismo, della riscoperta dell’antico e della circolazione cosmopolita di artisti, intellettuali e collezionisti, ma anche una stagione nella quale la presenza femminile cominciava a rivendicare una nuova legittimità nel mondo delle arti.

A questo confronto è dedicata la mostra Angelica e Élisabeth. L’età delle donne pittrici, ospitata alle Gallerie d’Italia di Napoli dal 6 novembre 2026 al 7 marzo 2027, con catalogo edito da Società Editrice Allemandi. Curata da Francesco Leone, Fernando Mazzocca ed Elisabetta Rasy, l’esposizione riunisce settantatré opere tra dipinti, disegni, incisioni e sculture, provenienti da prestigiose istituzioni italiane e internazionali. Dagli Uffizi al Louvre, dai Musei Capitolini alla National Portrait Gallery di Londra, dal Museo e Real Bosco di Capodimonte al National Museum of Women in the Arts di Washington, il percorso espositivo ricostruisce le traiettorie di due personalità che seppero imporsi ai vertici della scena artistica europea, conquistando il riconoscimento di corti, accademie e collezionisti.

Il valore del progetto risiede soprattutto nella scelta di non presentare Kauffmann e Vigée Le Brun come due eccezioni isolate, né di ricondurne le esperienze a un’indistinta categoria di artiste donne. Al contrario, la mostra restituisce la specificità delle loro individualità, mettendo in luce la capacità di entrambe di elaborare modelli autonomi di professionalità e di confrontarsi con le istituzioni, il mercato e le élite culturali del proprio tempo. Il loro successo non fu infatti soltanto il risultato di un talento fuori dal comune, ma anche della capacità di comprendere e attraversare le strutture di un sistema artistico in trasformazione, individuando spazi di autonomia e occasioni di affermazione.

Nata a Coira nel 1741, Angelica Kauffmann cresce in un ambiente nel quale la pratica artistica si accompagna a una solida educazione culturale. Il padre, pittore, ne riconosce precocemente le attitudini e sostiene la sua vocazione, accompagnandola in un percorso che la porterà a confrontarsi con i principali centri della cultura figurativa europea. La sua produzione rivela una notevole versatilità, sviluppandosi attraverso il ritratto, la pittura allegorica e, soprattutto, la composizione di storia, genere tradizionalmente considerato il vertice della gerarchia accademica e a lungo riservato agli artisti uomini. È proprio in questo ambito che Kauffmann manifesta una particolare ambizione intellettuale, facendo della cultura classica, letteraria e filosofica il fondamento di una pittura capace di coniugare eleganza formale, sensibilità narrativa e riflessione morale. La sua adesione al Neoclassicismo non si esaurisce in una scelta stilistica, ma esprime una precisa concezione dell’arte come esercizio di conoscenza e interpretazione dei modelli dell’antichità. La padronanza dei riferimenti culturali e la capacità di affrontare soggetti complessi le consentono così di rivendicare un’autorevolezza che supera i confini tradizionalmente assegnati alle pittrici.

Un percorso differente, ma non meno significativo, è quello di Élisabeth Louise Vigée Le Brun, nata a Parigi nel 1755 e destinata a diventare una delle ritrattiste più celebri del suo tempo. Anche nella sua formazione il sostegno paterno riveste un ruolo determinante: il padre, pittore e pastellista, ne riconosce precocemente il talento e le trasmette i primi strumenti del mestiere. La successiva frequentazione dell’ambiente artistico parigino contribuisce a consolidarne la tecnica e a sviluppare una sensibilità pittorica di straordinaria raffinatezza. Il matrimonio con Jean-Baptiste-Pierre Le Brun, mercante, collezionista e conoscitore d’arte, favorisce inoltre il contatto con il mondo del collezionismo e del mercato, sebbene il rapporto personale ed economico con il marito sia complesso e non privo di squilibri. La sua affermazione, tuttavia, non può essere ricondotta a tale relazione: Vigée Le Brun aveva già manifestato un talento eccezionale e costruito una propria identità professionale, destinata a consolidarsi attraverso importanti commissioni aristocratiche e il rapporto privilegiato con la corte francese. La sua pittura si distingue per la luminosità della tavolozza, la fluidità della pennellata e una particolare capacità di restituire la dimensione psicologica dei soggetti. Nei suoi ritratti la rappresentazione sociale non esclude mai l’indagine individuale: l’immagine ufficiale si arricchisce di una naturalezza attentamente costruita, di una gestualità eloquente e di una relazione diretta tra la figura rappresentata e lo sguardo dell’osservatore. Il prestigio dei modelli si accompagna così alla restituzione di una dimensione più intima, nella quale emergono carattere, sensibilità e individualità. Se Kauffmann ricerca una piena legittimazione intellettuale attraverso la varietà dei generi e il confronto con la pittura di storia, Vigée Le Brun porta il ritratto a un livello di particolare complessità espressiva e professionale. Due differenti concezioni del mestiere artistico, dunque, che dimostrano come l’affermazione femminile potesse realizzarsi attraverso linguaggi e strategie diverse, senza rinunciare all’ambizione di misurarsi con i più alti livelli della cultura figurativa contemporanea. È proprio nella costruzione della propria immagine che queste due esperienze trovano uno dei punti di confronto più significativi. Gli autoritratti, ai quali la mostra dedica un nucleo importante, non sono semplici testimonianze autobiografiche, ma veri e propri strumenti di autorappresentazione e affermazione pubblica. Dipingere se stesse significa, per entrambe, assumere il controllo della propria immagine e definirne il significato, rivendicando al tempo stesso una posizione professionale e culturale in un contesto nel quale l’autorevolezza femminile deve ancora confrontarsi con numerosi pregiudizi.

Negli autoritratti di Kauffmann prevale una costruzione colta e idealizzata, nella quale gli abiti classici, le pose misurate e i riferimenti allegorici concorrono a definire una figura di artista in cui bellezza, virtù e conoscenza si presentano come qualità inscindibili. La pittrice non si limita a documentare la propria identità, ma la interpreta attraverso i valori della tradizione classica, attribuendo alla propria immagine una dimensione intellettuale. La definizione di «pittrice delle grazie» sintetizza efficacemente questa concezione, nella quale la grazia non è soltanto una qualità formale, ma diventa una vera e propria dichiarazione di poetica. Diversa è la strategia di Vigée Le Brun, che affida alla luminosità della pittura e alla naturalezza dell’espressione la costruzione della propria identità pubblica. Nei suoi autoritratti la dimensione mondana si accompagna a una consapevole affermazione professionale, mentre il rapporto con la figlia introduce una componente affettiva capace di rinnovare i codici tradizionali della rappresentazione femminile. Particolarmente significativo è l’Autoritratto degli Uffizi, realizzato nel 1789, nel quale l’artista si presenta con tavolozza e pennelli, dichiarando apertamente la propria identità di pittrice. L’immagine non è soltanto una rappresentazione di sé, ma una presa di posizione: Vigée Le Brun afferma la propria autonomia e la piena consapevolezza del ruolo conquistato nel panorama artistico europeo. In entrambe, seppure attraverso soluzioni formali differenti, l’autoritratto diventa così uno spazio di affermazione individuale e una forma di autorità visiva. Le artiste non sono più soltanto soggetti dello sguardo altrui, ma autrici che definiscono direttamente la propria immagine, i suoi significati e la sua destinazione.

Il confronto assume un significato particolare proprio a Napoli, città nella quale entrambe entrarono in relazione con la corte borbonica, seppure in momenti e attraverso modalità differenti. Angelica Kauffmann incontrò il favore della regina Maria Carolina, che ne apprezzava soprattutto la preparazione culturale e la capacità di affrontare composizioni complesse. Alla pittrice fu affidato un monumentale ritratto di parata della famiglia reale, ambientato all’aperto e organizzato secondo una composizione corale. L’opera rispondeva alle esigenze della rappresentazione dinastica, traducendo la presenza della famiglia sovrana in un’immagine di continuità, prestigio e autorità politica. L’esperienza di Vigée Le Brun si colloca invece nel contesto dei suoi rapporti privilegiati con la monarchia francese e con Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina. A Napoli l’artista realizzò ritratti della sovrana e dei suoi figli, nei quali la dimensione ufficiale della rappresentazione si intreccia con una sensibilità più intima. La maternità, la relazione affettiva e la naturalezza dei gesti contribuiscono a definire un’immagine della famiglia reale meno rigidamente cerimoniale, nella quale il prestigio dinastico si accompagna a una più diretta dimensione umana.

La città diventa così uno dei luoghi nei quali è possibile osservare concretamente le differenti concezioni della ritrattistica elaborate dalle due artiste. Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla presenza di alcuni protagonisti del Grand Tour, tra i quali spicca Ekaterina Skavronskaïa, moglie dell’ambasciatore russo, ritratta sia da Kauffmann sia da Vigée Le Brun. L’accostamento dei due dipinti consente di osservare come uno stesso soggetto possa essere interpretato attraverso sensibilità e codici figurativi differenti, facendo emergere con particolare evidenza le specificità dei rispettivi linguaggi.

Napoli non appare dunque soltanto come un luogo di committenza, ma come uno spazio privilegiato di incontro tra culture, diplomazia, collezionismo e produzione artistica internazionale. Le vicende delle due pittrici si inseriscono infatti in una geografia culturale che comprende Londra, Parigi, Roma, Milano e Venezia, città collegate da una fitta rete di relazioni e scambi. La partecipazione alla vita delle accademie, il rapporto con le corti e la frequentazione delle élite intellettuali e sociali permisero a entrambe di costruire reti professionali che oltrepassavano i confini nazionali. In questo scenario, il Grand Tour ebbe un'importanza fondamentale: l’Italia, con il suo patrimonio antico e la centralità della cultura classica, rappresentava non soltanto un riferimento imprescindibile per la formazione artistica, ma anche un terreno concreto di riconoscimento e affermazione. Roma e Napoli, in particolare, offrirono occasioni di confronto con una committenza internazionale e di accesso a commissioni prestigiose.

La presenza di Kauffmann e Vigée Le Brun acquista inoltre un significato più ampio se osservata alla luce delle esperienze che le avevano precedute. In questo senso, la figura di Rosalba Carriera, protagonista della prima metà del Settecento, costituisce un antecedente fondamentale nella storia delle artiste europee. La sua affermazione internazionale, legata soprattutto alla straordinaria raffinatezza dei ritratti a pastello, aveva già dimostrato come una donna potesse conquistare autorevolezza artistica e costruire una clientela cosmopolita. Il successo del suo linguaggio delicato e luminoso contribuì a consolidare il prestigio della ritrattistica femminile e ad aprire nuove possibilità professionali per le generazioni successive. Kauffmann e Vigée Le Brun avrebbero sviluppato quelle possibilità attraverso ambizioni, strumenti espressivi e percorsi profondamente differenti.

Uno dei meriti più rilevanti della mostra è proprio quello di ampliare ulteriormente questa prospettiva, superando il confronto tra le due protagoniste per restituire spazio alle altre pittrici che, tra Italia e Francia, contribuirono alla trasformazione del sistema artistico settecentesco. La loro presenza permette di andare oltre una narrazione costruita intorno a poche personalità eccezionali e di riconoscere una realtà professionale femminile più articolata, sostenuta da reti di formazione, committenza, relazioni e circolazione delle opere. Come osserva Fernando Mazzocca, il successo di Kauffmann e Vigée Le Brun non fu un episodio isolato, ma si inserì in una più ampia trasformazione culturale che favorì l’affermazione di un numero significativo di donne pittrici. La loro consacrazione contribuì a rendere visibile una presenza che la storiografia tradizionale aveva spesso relegato ai margini del racconto. In questa prospettiva si comprende anche il legame della mostra con il più ampio percorso di ricerca avviato da Gallerie d’Italia-Napoli attraverso esposizioni come Artemisia Gentileschi a Napoli e Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento. Un progetto culturale che, attraverso il recupero di protagoniste e vicende a lungo trascurate, contribuisce a ripensare la partecipazione femminile alla storia artistica e culturale della città e dell’Europa.

Angelica e Élisabeth. L’età delle donne pittrici invita dunque a guardare al Settecento da una prospettiva che supera la tradizionale centralità dell’Illuminismo e del Neoclassicismo per riconoscere una trasformazione altrettanto significativa: la progressiva ridefinizione del ruolo delle donne nella produzione artistica. Kauffmann e Vigée Le Brun non emergono come eccezioni rispetto a un sistema immutabile, ma come protagoniste consapevoli di un processo storico e culturale più ampio. Attraverso la diversità dei loro linguaggi, delle loro ambizioni e delle loro relazioni con il potere, entrambe contribuirono a modificare il significato stesso della professionalità artistica femminile. La loro eredità non riguarda soltanto la storia delle donne pittrici, ma appartiene pienamente alla storia della modernità europea: una storia nella quale il riconoscimento del talento, l'autonomia dell'artista e la possibilità di accedere ai luoghi della legittimazione culturale cominciarono, anche grazie a loro, ad assumere un significato nuovo.


Michele Zanella






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