Atelier Il Redentore alla Giudecca come soglia dell’arte autoctona a Venezia
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Nel momento in cui Venezia torna a disporsi come superficie sensibile del contemporaneo, attraversata da una molteplicità di linguaggi che la Biennale intensifica fino a farne quasi un dispositivo ottico globale, ciò che più raramente emerge è la persistenza di una voce interna alla città, non derivata dall’esterno ma sedimentata nel suo tessuto più lento. La riapertura dell’Atelier Il Redentore alla Giudecca si colloca in una zona minore e decisiva, dove l’arte non coincide con l’evento ma con una forma di continuità, con una pratica di prossimità che resiste alla pura visibilità e rimette in questione il rapporto tra opera, luogo e comunità. La Giudecca funziona come uno spazio di distanza necessaria, appartenente a Venezia senza coincidere con la sua immagine più esposta, e proprio per questo capace di produrre uno scarto percettivo decisivo.
Nella mostra Le Grazie di Serena Nono e Nicola Golea, inaugurata il 30 maggio all’Atelier, si articola un dispositivo concettuale in cui la figura femminile non è rappresentazione ma luogo di attraversamento tra pensiero filosofico, scrittura mistica e tensione politica. Il progetto si costruisce come una costellazione di voci che mette in crisi ogni linearità storica, aprendo uno spazio di risonanza tra epoche e linguaggi differenti. Il video ne costituisce l’asse portante, non sequenza illustrativa ma dispositivo di pensiero stratificato in cui citazioni, voci e presenze femminili si dispongono come una costellazione instabile. Le figure di Hannah Arendt, Simone Weil, Caterina da Siena, Ildegarda di Bingen e altre presenze marginali o eccedenti la canonizzazione storica non sono riferimenti ma nuclei di pensiero in atto, frammenti di una lingua comune che attraversa i secoli senza stabilizzarsi in sistema. Ne emerge non una genealogia ma un campo di risonanza in cui il femminile non è categoria identitaria ma modalità di accesso al pensiero, forma di trasmissione che non passa per il concetto ma per la persistenza della voce, della visione, della testimonianza. La parola filosofica, la scrittura mistica e la riflessione politica si dispongono così in una prossimità critica che sospende ogni gerarchia interna, come se ciascuna emergesse da una diversa intensità del pensiero senza mai esaurire il campo delle altre. L’attrito che ne deriva costituisce il nucleo più profondo della mostra, non nella rappresentazione delle figure ma nella loro capacità di aprire uno spazio di pensiero irriducibile alla spiegazione.
Si innesta la questione dell’eredità dell’artista, non come continuità lineare ma come confronto con una densità culturale che non viene né celebrata né superata, bensì attraversata lateralmente. Non interessa la trasmissione di una genealogia quanto lo spostamento dello sguardo verso ciò che ogni grande tradizione tende a collocare ai margini, non il suo centro monumentale ma la sua zona laterale, fragile e residuale. In filigrana affiora una tradizione più antica, quella sapienziale, in cui la sapienza non è riducibile a concetto ma si presenta come figura vivente. La Chokmah ebraica, la Sophia greca e la Sapientia latina non designano un sapere dominante ma una presenza che accompagna il divenire del mondo senza appropriarsene, una forma di intelligenza che non governa ma tiene insieme, che non impone ordine ma rende possibile la relazione tra le cose. Le figure della mostra sembrano collocarsi in una regione intermedia, dove il mondo non viene spiegato ma mantenuto in apertura, continuamente esposto a ciò che lo eccede senza mai chiudersi in una forma definitiva.
Le opere dipinte si dispongono nello stesso regime di tensione. Le figure emergono da fondi oscuri come apparizioni non concluse, sospese tra presenza e sottrazione, tra densità corporea e dissolvenza. I loro gesti non appartengono a una narrazione ma a una grammatica essenziale in cui il movimento non definisce ma interroga. Le braccia sollevate non chiudono un senso ma lo mantengono in sospensione, mentre la luce che attraversa i corpi non li pacifica ma li espone, mantenendoli in una condizione di fragile evidenza.
Il riferimento alle vittime dei femminicidi, inscritto nel ciclo delle Tre Grazie, sottrae l’immagine a ogni estetizzazione del dolore. La ferita non viene trasfigurata ma trattenuta nella sua irriducibilità, come elemento che interrompe ogni chiusura interpretativa. La grazia non coincide con la bellezza ma con la possibilità di non cancellare ciò che resiste alla forma. Progressivamente la figura femminile si apre a una dimensione allegorica più ampia, in cui non rappresenta soltanto il femminile ma una condizione dell’esistenza stessa, ciò che sostiene il mondo senza apparire al centro della sua visibilità. Le donne della mostra diventano così figure che abitano uno spazio intermedio tra visibile e invisibile, tra storia e ciò che eccede la storia.
Le figure della mostra sembrano collocarsi in una regione intermedia, dove il mondo non viene spiegato ma mantenuto in apertura, e in questo stesso orizzonte Venezia riemerge come controfigura implicita del discorso. La città vive una condizione di esposizione continua e insieme di progressiva rarefazione della propria presenza vissuta, una tensione tra immagine e abitabilità che la rende affine alle figure che la abitano simbolicamente, sospesa tra permanenza e consumo della propria rappresentazione.
Per questa ragione Le Grazie si sottrae a una lettura puramente tematica e si configura come dispositivo di interrogazione in cui l’immagine non illustra un pensiero ma lo mette in movimento. La riapertura dell’Atelier Il Redentore durante la Biennale diventa il luogo concreto di questa tensione, uno spazio autoctono che non si oppone ai flussi contemporanei ma ne sospende la velocità.
Le figure che attraversano il lavoro non si lasciano chiudere in una definizione. Restano aperte come i luoghi che abitano. In questa apertura si conserva ciò che la mostra continua a evocare senza esplicitarlo del tutto: la possibilità che il pensiero non coincida con la sua formulazione, ma con la sua capacità di restare in relazione con ciò che lo eccede.
Efthalia Rentetzi








