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"Erasing to Create", Emilio Isgrò e l'intelligenza della sottrazione

  • 2 giorni fa
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Erasing to Create,  Emilio Isgrò, Estorick Collection of Modern Italian Art, Londra
Erasing to Create,  Emilio Isgrò, Estorick Collection of Modern Italian Art, Londra

Alla Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra, Erasing to Create, dedicata a Emilio Isgrò, aperta da poco e visitabile fino al 6 settembre, si sottrae fin dall’inizio alla forma rassicurante della retrospettiva per configurarsi come dispositivo critico. Più che una ricognizione cronologica dell’opera, la mostra costruisce un campo di relazioni tra lavori eterogenei per epoca e natura, articolando un percorso che attraversa oltre sei decenni di ricerca senza trasformarla in sequenza evolutiva. Ne emerge la coerenza non lineare di una pratica che ha costantemente evitato la stabilizzazione stilistica per insistere su un unico nodo teorico, la tensione tra linguaggio, visione e produzione del senso.

Il percorso espositivo riunisce circa quaranta opere, dalle prime elaborazioni verbo-visive degli anni Sessanta fino agli sviluppi più recenti, includendo interventi su libri, enciclopedie, mappe e materiali documentari, oltre a un lavoro concepito specificamente per l’occasione londinese. L’insieme non si presenta come celebrazione ma come campo operativo in cui la cancellatura viene rimessa in circolo nella sua dimensione originaria di interrogazione del sapere e dei suoi dispositivi di legittimazione. In questa prospettiva il lavoro di Isgrò non si lascia ridurre a linguaggio formale ma va inteso come una pratica che investe le condizioni stesse del dire e del vedere. Scrivere e dipingere non si danno come ambiti separati ma come gesti che implicano sempre una sottrazione preliminare. Non si può dipingere senza cancellare e non si può scrivere senza cancellare, senza riflettere, senza pensare. La cancellatura non è quindi un effetto ma una soglia operativa del pensiero, una pausa introdotta dentro la continuità ininterrotta delle immagini e delle parole.

È su questa soglia che si organizza l’intero impianto della ricerca; libri enciclopedie giornali atlanti e documenti non sono mai supporti neutrali ma dispositivi di costruzione del reale, sistemi che ordinano il visibile e il dicibile e che contribuiscono a definire ciò che può essere riconosciuto come conoscenza. In questo senso la mostra insiste sul carattere strutturale di tali apparati, evidenziando come la loro apparente trasparenza coincida con una precisa organizzazione del sapere. La cancellatura interviene su questi dispositivi non come gesto distruttivo ma come operazione di sospensione critica. La sua interpretazione come atto iconoclasta ha spesso oscurato la natura più complessa del procedimento. Ciò che accade non è la negazione del testo ma la sua interruzione percettiva. Le parole cancellate non scompaiono ma persistono come tracce attive, residui che continuano a influenzare la lettura anche nella loro sottrazione. Il significato si redistribuisce così in una zona instabile tra presenza e assenza, tra ciò che resta leggibile e ciò che resiste alla lettura.

La mostra londinese chiarisce questa dinamica evitando ogni riduzione della cancellatura a segno stilistico. Ciò che emerge è una pratica che agisce direttamente sui regimi di leggibilità, rallentando il linguaggio e sottraendolo alla sua automatizzazione. Il testo non viene annullato ma reso poroso, attraversato da interruzioni che ne modificano la densità e la temporalità interna. Un ruolo centrale è affidato alle enciclopedie, che condensano in forma esemplare l’ideologia moderna della totalità del sapere. Esse rappresentano l’ambizione di organizzare il mondo attraverso sistemi di classificazione esaustivi e coerenti. L’intervento di Isgrò non mira a negare questa aspirazione ma a incrinarne la struttura, mostrando come ogni enciclopedia sia già un dispositivo selettivo fondato su esclusioni, gerarchie e omissioni. La cancellatura non distrugge il sapere ma ne espone la costruzione. La stessa dinamica si estende alle mappe e agli atlanti, dove la rappresentazione dello spazio viene sottoposta a una torsione critica. Confini, nomi e coordinate perdono la loro evidenza referenziale e rivelano la loro natura convenzionale. La geografia si mostra così non come dato ma come produzione simbolica e politica, che organizza la percezione prima ancora di descrivere il mondo.

In tutti questi casi il lavoro di Isgrò agisce su strutture di autorità che si presentano come trasparenti. Il libro, l’atlante, il giornale non sono oggetti neutri, ma macchine culturali che producono realtà mentre la organizzano. La cancellatura non li abolisce ma li espone nella loro costruzione storica, facendo emergere la rete di decisioni e esclusioni su cui si fonda la loro pretesa di neutralità.

La mostra evita ogni tentazione ricostruttiva. Non si tratta di reintegrare ciò che è stato cancellato né di inseguire un senso originario perduto, ma di sostare nello scarto tra visibile e leggibile come spazio propriamente critico. La questione non riguarda ciò che manca ma il regime che rende possibile ciò che vediamo e il modo in cui lo interpretiamo come significato. In questa prospettiva Erasing to Create assume una particolare risonanza nel presente, non come semplice aggiornamento tematico ma come strumento di lettura del contemporaneo. In un contesto segnato da una sovrapproduzione di immagini e linguaggi, la cancellatura si configura come dispositivo di sottrazione epistemica. Non riduce il linguaggio, ma ne interrompe la circolazione automatica, restituendo differenza e profondità percettiva a ciò che rischia di diventare indistinto.

Il problema non è più la scarsità del linguaggio ma la sua saturazione, la sua proliferazione continua che tende a neutralizzare ogni gerarchia del senso. In questo scenario la pratica di Isgrò non rappresenta il linguaggio ma ne mette in evidenza la crisi interna, la necessità di una pausa che ne riattivi la possibilità critica.

Ciò che la mostra restituisce infine non è l’immagine iconica delle superfici cancellate ma un’esperienza del linguaggio come campo instabile. La cancellatura non appare come segno ma come operazione che interrompe per rendere possibile la visione, e ciò che viene salvato non è il sistema né l’immagine ma la sua condizione più fragile e insieme più essenziale, la parola umana.


Ilektra Zanella

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