"Glasstress 2026". La materia del vetro oltre il virtuosismo
- 1 minuto fa
- Tempo di lettura: 3 min

A pochi giorni dall'apertura, Glasstress 2026, articolata tra Ca' Tron sul Canal Grande e gli spazi della Berengo Studio a Murano, conferma la solidità di un progetto che nel corso degli anni ha progressivamente acquisito una propria autonomia all'interno del sistema espositivo veneziano. La sua formula continua a fondarsi su un'intuizione di particolare interesse, quella di mettere artisti provenienti da esperienze, geografie e tradizioni differenti nelle condizioni di confrontarsi con il vetro muranese, sottraendolo definitivamente alla sola dimensione del manufatto per restituirlo alla complessità del linguaggio contemporaneo. Il tema della mostra non risiede dunque nel materiale in sé, ma nella possibilità che esso divenga un territorio di confronto tra culture della materia, pratiche artistiche e differenti concezioni della forma.
La forza di questa edizione risiede innanzitutto nell'eterogeneità delle ricerche riunite. Più che una raccolta di opere realizzate in vetro, Glasstress 2026 propone una riflessione sulle possibilità attraverso cui uno stesso medium può essere continuamente ridefinito da poetiche anche profondamente distanti. L'intervento di Tony Cragg restituisce al vetro una densità quasi tellurica, trasformandolo in una massa attraversata da tensioni interne dove sembra attenuarsi ogni distinzione tra organismo naturale e costruzione artificiale. Il frammento anatomico di Vanessa Beecroft, sospeso nella sua incompiutezza dalle delicate tonalità rosate, sottrae invece il corpo a ogni monumentalità per restituirlo a una condizione di vulnerabilità trattenuta. Gli specchi antropomorfi di Gelitin destabilizzano il rapporto tra immagine e soggetto, trasformando il riflesso in uno spazio di alterazione percettiva, mentre la ricerca di Fariba Ferdosi affida alla trasparenza il compito di costruire lo spazio stesso, facendo della luce una sostanza plastica.
La varietà del percorso si manifesta anche nelle poetiche successive. Jan Fabre continua a elaborare un immaginario nel quale attrazione e violenza convivono in una tensione irrisolta, mentre Zheng Chongbin conduce il vetro verso una dimensione prossima alla pittura, attraverso sottili sedimentazioni cromatiche che richiamano la temporalità meditativa dell'inchiostro orientale. Delaine Le Bas costruisce un universo sospeso tra memoria, mito e autobiografia, mentre Wu Jian'an imprime alla materia una proliferazione formale quasi barocca, nella quale la forma sembra continuamente eccedere il proprio equilibrio strutturale. Maria Roosen introduce un registro ironico che non attenua la densità concettuale della sua ricerca, mentre Chiharu Shiota continua a interrogare il rapporto tra presenza e assenza attraverso installazioni in cui il vetro partecipa a una più ampia riflessione sulla memoria come spazio fisico ed emotivo. Le opere di Ziping Wang aprono un territorio sospeso tra sogno e realtà, dove la narrazione procede attraverso apparizioni e slittamenti immaginativi. Le policromie di Erwin Wurm interrompono l'associazione convenzionale tra vetro e trasparenza, restituendo al materiale una dimensione cromatica e plastica inattesa. Raed Yassin innesta sulla tradizione surrealista una riflessione sulla costruzione dell'immaginario contemporaneo, mentre Qi Zhuo raggiunge uno degli esiti più lirici della mostra, facendo della trasparenza non un semplice fenomeno ottico, ma una condizione percettiva nella quale la materia sembra progressivamente dissolversi fino a coincidere con lo sguardo.
È proprio l'elevata qualità delle singole ricerche a rendere più evidente ciò che durante l'inaugurazione appariva meno definito. Al di là di alcune inevitabili incompletezze materiali, con opere ancora in arrivo, apparati didattici mancanti o installazioni in fase di definizione, emergeva la sensazione di una regia espositiva il cui disegno interpretativo non risultava ancora pienamente leggibile. Non si trattava dell'assenza di un progetto curatoriale, quanto piuttosto della percezione di un pensiero espositivo non completamente esplicitato rispetto alla forza delle opere riunite. Ne derivava un percorso nel quale la qualità dei singoli interventi tendeva talvolta a prevalere sulla costruzione di relazioni più ampie, lasciando al visitatore il compito di elaborare autonomamente connessioni, genealogie e possibili traiettorie di lettura.
Questa caratteristica non compromette il valore complessivo della mostra, ma ne definisce la natura. Glasstress 2026 appare particolarmente convincente come piattaforma internazionale di ricerca e come osservatorio privilegiato sulle trasformazioni del vetro nell'arte contemporanea, mentre risulta meno incisiva quando aspira a configurarsi come un discorso critico unitario. Tra la qualità delle opere e la costruzione dell'esperienza espositiva permane uno scarto che una presenza curatoriale più riconoscibile avrebbe potuto trasformare in una narrazione maggiormente organica e strutturata.
Emblematica, sotto questo profilo, è risultata l'assenza dell'opera di Marina Abramović, annunciata tra i lavori principali della mostra e collocato in una posizione significativa all'interno del catalogo. Al momento dell'inaugurazione l'opera non era ancora presente e il percorso espositivo risultava quindi privo di uno degli elementi dichiarati del progetto. Al di là delle ragioni organizzative che possono aver determinato tale circostanza, la mancata corrispondenza tra l'impianto annunciato e la sua effettiva traduzione nello spazio contribuiva a rafforzare la percezione di una mostra ancora in fase di assestamento, nella quale il momento dell'apertura aveva preceduto quello della piena definizione del dispositivo espositivo.
Efthalia Rentetzi




































