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La collezione Generali a Palazzo Bonaparte: il Novecento italiano come storia di trasformazioni

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Ubaldo Oppi, Figura (La Signora Ducrey) 1926-1927 ca., Olio su tela, 58x73 cm, Collezione Gruppo, Generali, Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali, Palazzo Buonaparte, Roma
Ubaldo Oppi, Figura (La Signora Ducrey) 1926-1927 ca., Olio su tela, 58x73 cm, Collezione Gruppo, Generali, Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali, Palazzo Buonaparte, Roma

Ogni collezione d’arte è, prima ancora che un insieme di opere, una dichiarazione di metodo. La sua identità non coincide con la somma degli autori rappresentati né con il valore isolato dei singoli dipinti, ma emerge dalla trama di relazioni che il tempo costruisce tra le scelte compiute, dalle omissioni tanto quanto dalle presenze, dalle continuità e dalle fratture che essa è in grado di restituire. Una raccolta, quando è sostenuta da una consapevole visione culturale, diventa così uno strumento critico: un dispositivo attraverso cui leggere non soltanto la storia dell’arte, ma anche le trasformazioni di una società.

È in questa prospettiva che si colloca la collezione d’arte del Gruppo Generali, protagonista della mostra «Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali», ospitata a Palazzo Bonaparte a Roma dal 14 luglio al 23 agosto 2026. Per la prima volta una selezione di oltre cinquanta opere viene sottratta alla dimensione prevalentemente privata della raccolta aziendale e proposta al pubblico come un organismo unitario, capace di restituire una lettura complessa dell’arte italiana del XX secolo.

La collezione, arricchitasi nel tempo anche attraverso il patrimonio storico di INA Assitalia, affonda le proprie origini negli anni Ottanta e nasce da una precisa scelta culturale maturata sotto l’impulso di Giovanni Pieraccini: non costruire un repertorio celebrativo o una raccolta di rappresentanza, ma un patrimonio fondato sulla qualità delle opere e sulla capacità degli artisti selezionati di interpretare momenti cruciali di trasformazione.

Il valore della raccolta risiede infatti nella sua natura non meramente antologica. Come evidenzia il curatore Costantino D’Orazio, essa si configura come una «mappa di transizioni»: una geografia artistica in cui assumono particolare rilievo quei momenti di passaggio nei quali i linguaggi si trasformano, le certezze formali vengono messe in discussione e gli artisti si confrontano con la necessità di ridefinire il rapporto tra tradizione e modernità.


La collezione privilegia dunque le soglie, i passaggi intermedi, le zone di crisi creativa in cui il linguaggio non è ancora approdato a una definizione stabile; non soltanto il Futurismo nella sua dimensione più nota, né la Metafisica come categoria ormai storicizzata, ma soprattutto gli istanti in cui gli artisti elaborano nuove possibilità espressive, interrogando il senso stesso della rappresentazione.Due opere assumono, in questo senso, un ruolo paradigmatico all’interno del percorso: «Le due amiche (Luisa Hammerschlag Ruberl e Betty Baer in interno con sculture futuriste)» di Umberto Boccioni e «Centauro morente» di Giorgio de Chirico. Realizzata tra il 1914 e il 1915, l’opera di Boccioni appartiene a una fase decisiva della sua ricerca, immediatamente precedente alla morte prematura dell’artista. Dopo la radicale esperienza futurista della velocità, della simultaneità e della dissoluzione della forma nello spazio, il dipinto testimonia una tensione nuova verso una maggiore costruzione dell’immagine. L’energia dinamica non viene negata, ma trattenuta e ricondotta entro una struttura più meditata, nella quale riaffiora il confronto con la solidità compositiva di Cézanne. È un’opera di passaggio, dove il Futurismo sembra interrogare i propri stessi presupposti. Anche il «Centauro morente» di Giorgio de Chirico appartiene a una dimensione liminare. Precedente alla piena definizione dell’immaginario metafisico delle piazze deserte e dei manichini, il dipinto rivela il ruolo del mito come strumento conoscitivo. La creatura ibrida, sospesa tra umano e animale, vita e morte, appartiene a quello spazio ambiguo in cui de Chirico individua la possibilità di una pittura capace non di descrivere il reale, ma di rivelarne la dimensione enigmatica.

Il percorso della mostra si sviluppa secondo una progressione cronologica e tematica che attraversa alcune delle principali questioni poste dall’arte italiana del Novecento. La presenza di un’opera tarda di Giovanni Fattori costituisce quasi una premessa ideale: la sua pittura essenziale, lontana dal naturalismo descrittivo, offre una radice morale e formale alla modernità successiva, fondata sul rapporto con la realtà, il paesaggio e la dimensione concreta dell’esistenza. Da questa matrice si dipartono differenti direzioni della ricerca novecentesca: la sensibilità simbolista e decorativa di Galileo Chini, la costruzione geometrica del paesaggio in Ardengo Soffici, la riflessione sul ritorno alla forma di Felice Carena, fino alla tensione espressionista e drammatica di Lorenzo Viani. Artisti diversi, accomunati dalla capacità di interrogare il rapporto tra individuo, ambiente e storia. Il percorso riunisce opere di alcuni tra i protagonisti più significativi del secolo scorso, tra cui Boccioni, de Chirico, Gino Severini, Felice Casorati, Alberto Savinio, Antonio Donghi, Filippo de Pisis, Mario Sironi, Massimo Campigli, Fausto Pirandello ed Emanuele Cavalli, delineando non una semplice successione di nomi illustri, ma una costellazione di ricerche attraverso cui seguire l’evoluzione della sensibilità italiana.

La mostra è articolata in sette sezioni che affrontano altrettanti nuclei tematici: dalle avanguardie e dalla nascita della modernità alla relazione tra individuo e ambiente, dalla rappresentazione del corpo umano alla dimensione collettiva della società. Accanto alla pittura, il progetto amplia il proprio orizzonte includendo materiali legati alla cultura visiva e alla comunicazione: manifesti storici delle Assicurazioni Generali firmati da Marcello Dudovich, Achille Beltrame e Gino Boccasile, oltre ai foulard d’artista provenienti dalla storia di Assitalia.

Questi materiali restituiscono un aspetto spesso trascurato del Novecento italiano: il continuo intreccio tra arti maggiori, industria, design e comunicazione di massa. Un dialogo che dimostra come l’immagine artistica abbia progressivamente abbandonato il solo spazio museale per entrare nella vita quotidiana e contribuire alla costruzione dell’immaginario collettivo. A chiudere idealmente il percorso è «Le tre età» di Gustav Klimt, capolavoro della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, concesso in prestito straordinario per l’occasione. L’opera introduce una dimensione europea e universale, mettendo in relazione la ricerca italiana del Novecento con una meditazione più ampia sul tempo, sulla caducità e sul ciclo dell’esistenza.

La mostra non propone dunque soltanto la riscoperta di una collezione aziendale, ma una riflessione sul ruolo stesso del collezionismo d’impresa come forma di responsabilità culturale. La raccolta Generali dimostra come una collezione privata possa trasformarsi in un archivio pubblico della memoria, capace di raccontare attraverso le immagini non soltanto ciò che l’arte è stata, ma anche le domande che continua a porre al presente.



Michele Zanella

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