I Pavanello. Un secolo d’arte a Murano.

Nel Museo di Palazzo Mocenigo, a Venezia, è stato presentato pochi giorni fa il volume I Pavanello. Un secolo d’arte a Murano, di Sandro Pezzoli, pubblicato da My Monkey Edizioni di Bologna e dedicato alla storia di una famiglia che ha attraversato alcune delle stagioni più significative della vetraria.
Attraverso il percorso dei suoi protagonisti, il libro offre l’occasione di ripercorrere un secolo di trasformazioni nel quale il sapere della fornace si è intrecciato con l’evoluzione del gusto, le nuove istanze del disegno e la ricerca di possibilità espressive capaci di rinnovare la tradizione. Al centro di questa vicenda si trova il lavoro artistico nella sua dimensione più concreta, fondato sulla padronanza delle tecniche, sulla sensibilità necessaria a governare la materia incandescente e sulla capacità di trasformare un patrimonio di conoscenze in forme capaci di interpretare il proprio tempo.
La storia dei Pavanello si sviluppa infatti in una fase decisiva per Murano, quando la tradizione della fornace iniziava a confrontarsi con una nuova cultura del progetto e il vetro veneziano partecipava alla ridefinizione dell’oggetto contemporaneo. Nel corso del Novecento, le istanze del design e una concezione sempre più consapevole dell’arredo attribuirono crescente importanza alle proporzioni, alle superfici e alle qualità luminose dei manufatti, senza che venisse meno il ruolo fondamentale della competenza artigianale. È in questo contesto che si afferma Malvino Pavanello, maestro vetraio di eccezionale abilità, capace di fare della precisione esecutiva il fondamento di una libertà interpretativa radicata nella conoscenza profonda del mestiere. Il suo percorso prese forma nelle grandi vetrerie muranesi, dove iniziò a lavorare alla Cappellin-Venini nel 1921, per seguire poi, dal 1925, Giacomo Cappellin nella nuova M.V.M. Cappellin & C. Fu un’esperienza determinante, che gli permise di confrontarsi con un ambiente nel quale il rigore del disegno, la trasparenza del cristallo e la nitidezza dei profili concorrevano alla definizione di un linguaggio moderno. Proprio attraverso questo incontro tra disciplina tecnica e ricerca formale maturò una sensibilità capace di coniugare essenzialità ed equilibrio, destinata a caratterizzare la sua successiva attività. La solidità di questa formazione emerge soprattutto nel rapporto con la materia, che nella lavorazione a caldo richiede una conoscenza approfondita dei suoi comportamenti e la capacità di prevederne le trasformazioni. Nel vetro soffiato, infatti, la forma prende corpo attraverso movimenti coordinati, variazioni di temperatura, rotazioni e pressioni dell’aria, in una sequenza nella quale il tempo dell’esecuzione è parte integrante del risultato. Ogni intervento deve essere calibrato sullo stato della massa vitrea, poiché anche una minima variazione può modificare l’equilibrio del manufatto. Il controllo della materia consente così di ottenere volumi leggeri, profili equilibrati e superfici capaci di catturare e rifrangere la luce con intensità differenti. È in questa capacità di governare il processo senza irrigidirlo che si riconosce la maestria di Pavanello, per il quale la precisione non rappresentava un limite alla libertà del gesto, ma la condizione necessaria perché questo potesse tradursi in una forma compiuta.
Una simile padronanza trova una delle sue espressioni più eloquenti nel reticello, tecnica di origine rinascimentale che richiede una particolare complessità esecutiva e una rigorosa coordinazione dei movimenti. La lavorazione prevede la sovrapposizione incrociata di canne vitree disposte secondo andamenti elicoidali opposti, i cui fili interni, generalmente di lattimo o di vetro colorato, si intrecciano formando una trama regolare di maglie romboidali, ciascuna delle quali racchiude una piccola bolla d’aria. Il disegno appare così sospeso nella trasparenza, come una rete geometrica che sembra galleggiare nello spessore del vetro. Per mantenere la regolarità del motivo durante la soffiatura è necessario controllare con precisione la dilatazione della massa, affinché la trama conservi continuità ed equilibrio anche quando la forma si sviluppa. È proprio in questa apparente leggerezza che si rivela la complessità del procedimento: il risultato restituisce un’immagine di naturalezza e armonia, dietro la quale si cela un sapere tecnico costruito attraverso anni di esperienza.
Questa capacità di trasformare la difficoltà esecutiva in qualità visiva colloca Malvino Pavanello nella tradizione dei grandi maestri muranesi, per i quali la conoscenza manuale costituiva una forma di sapere inscindibile dalla sensibilità artistica. La sua statura professionale emerge anche dalle testimonianze di chi condivise con lui il lavoro in fornace. Alfredo Barbini ricordava la forza fisica necessaria ad affrontare le lavorazioni più impegnative, mentre Romano Toso lo indicava come il suo miglior maestro. Sono ricordi che restituiscono la dimensione concreta di un mestiere nel quale resistenza, disciplina e precisione dovevano convivere con la capacità di interpretare la materia, ma che testimoniano anche il riconoscimento ottenuto da Pavanello all’interno della comunità professionale muranese. Il suo sapere non si esauriva quindi nella qualità dei manufatti, ma si manifestava anche nell’esperienza trasmessa e nell’autorevolezza conquistata attraverso la pratica quotidiana.
Su queste basi si sviluppò una nuova fase della sua attività, segnata dall’incontro con Guido de Majo e dalla fondazione, nel 1949, della società De Majo & Pavanello. L’impresa nacque dall’integrazione di competenze differenti, unendo la perizia tecnica del maestro vetraio alle capacità imprenditoriali e commerciali di de Majo. La collaborazione si inserì nel clima di ripresa del dopoguerra, quando Murano tornava a confrontarsi con un mercato internazionale in espansione e con un rinnovato interesse per il vetro artistico destinato agli interni contemporanei. In questo scenario, la capacità di padroneggiare le tecniche tradizionali doveva accompagnarsi a una crescente attenzione per le esigenze del mercato e per le trasformazioni del gusto, aprendo nuove prospettive alla produzione senza interrompere il legame con la cultura della fornace. La collaborazione tra Pavanello e de Majo si collocò proprio in questo passaggio, nel quale la tradizione muranese era chiamata a rinnovarsi attraverso un rapporto più consapevole tra forma, decorazione e funzione. Le murrine, le trame vitree e le geometrie ottenute attraverso la disposizione delle canne offrivano strumenti particolarmente efficaci per articolare le superfici e conferire al manufatto una precisa identità visiva. Il colore e il disegno non intervenivano soltanto come elementi decorativi, ma partecipavano alla costruzione dell’oggetto, incidendo sulla percezione del volume e sul rapporto con la luce. La superficie diventava così il luogo nel quale la complessità della tecnica incontrava la ricerca formale, trasformando il patrimonio della tradizione in una risorsa per nuove interpretazioni.
Tra i procedimenti che meglio esprimono l’incontro tra sapienza tecnica e ricerca formale, le murrine occupano un posto significativo nella produzione di Malvino Pavanello e Figli. Questa lavorazione, radicata in una tradizione antichissima e ripresa nei secoli dai maestri muranesi, consiste nella realizzazione di canne vitree che racchiudono, lungo tutta la loro lunghezza, un disegno ottenuto attraverso la sovrapposizione e la combinazione di vetri di colori diversi. Il taglio trasversale delle canne rivela una successione di sezioni decorate secondo motivi geometrici o floreali, che possono essere accostate e incorporate nella massa vitrea, trasformando il disegno in una componente strutturale del manufatto. Nella produzione dei Pavanello, le murrine si inseriscono in una più ampia cultura della lavorazione del vetro, nella quale la precisione esecutiva diventa premessa per articolare il colore, costruire ritmi ornamentali e valorizzare la relazione tra superficie e volume. La complessità del procedimento risiede proprio nella capacità di governare ogni fase, dalla preparazione delle canne alla disposizione delle singole sezioni, affinché la ricchezza del motivo decorativo trovi una sintesi equilibrata nella forma finale. È attraverso questo dialogo tra rigore tecnico e sensibilità compositiva che una tecnica di origine antica si presta a nuove interpretazioni, confermando la vitalità della tradizione muranese. Accanto alle murrine, altri procedimenti contribuivano ad ampliare le possibilità espressive del vetro, intervenendo sulla sua opacità, sulla trama interna e sulla qualità della superficie.
La ricerca sulla superficie si estendeva, del resto, a un repertorio molto più ampio di procedimenti, ciascuno capace di valorizzare proprietà differenti del vetro e di produrre effetti specifici. Il lattimo, con la sua opacità bianca, introduce una qualità luminosa distinta da quella del cristallo trasparente; il marmorino richiama le venature della pietra attraverso l’applicazione di filamenti colorati, mentre la tecnica fenicia, detta anche a pettine, permette di ottenere onde e festoni mediante la lavorazione dei fili vitrei applicati alla superficie. Nella filigrana, il disegno prende forma attraverso canne contenenti fili interni di lattimo o di vetro colorato, disposte in trame sottili e regolari. Le piattine, elementi appiattiti accostati e incorporati nella massa vitrea, consentono invece di ottenere scansioni geometriche di particolare nettezza. Pur nella diversità degli effetti, queste tecniche condividono la capacità di integrare il motivo decorativo nella struttura dell’oggetto, facendo della superficie un elemento attivo nella definizione della forma e nella modulazione della luce.
Un principio espressivo differente caratterizza la craquelé, nella quale è proprio la trasformazione fisica della materia a generare il risultato estetico. L’immersione momentanea del vetro incandescente in acqua fredda provoca una rete di fratture superficiali, successivamente ricoperte da uno strato di vetro trasparente. Trattenute sotto la superficie, le sottili discontinuità moltiplicano i riflessi e conferiscono al manufatto una particolare vibrazione luminosa. Il procedimento dimostra come la conoscenza dei comportamenti termici del vetro possa diventare uno strumento di ricerca formale, permettendo di ricavare nuove possibilità visive dal controllo di un fenomeno fisico. Anche in questo caso, il risultato dipende dall’equilibrio tra previsione tecnica e intervento manuale, confermando quanto la cultura muranese si fondi sulla capacità di trasformare l’esperienza pratica in un linguaggio espressivo.
Con lo scioglimento della società De Majo & Pavanello nel 1959, anno in cui nacque la Malvino Pavanello e Figli, si concluse una fase significativa della vicenda imprenditoriale di Malvino, mentre il sapere maturato in fornace continuò a rappresentare un riferimento per le generazioni successive. Alla sua morte, nel 1983, i tre figli proseguirono l’attività familiare, contribuendo alla continuità di una tradizione fondata sulla padronanza delle tecniche e sulla conoscenza della materia. Se l’esperienza di Malvino aveva posto al centro la precisione esecutiva e il controllo del gesto, il passaggio agli anni Ottanta portò in primo piano una ricerca particolarmente significativa sulle composizioni vitree e sulle possibilità espressive del colore. In questo percorso, Renzo assunse un ruolo centrale nello sviluppo della produzione, distinguendosi per la sperimentazione cromatica e per il contributo creativo all’evoluzione del linguaggio della fornace. La continuità della tradizione si manifestava così non nella semplice ripetizione di procedimenti consolidati, ma nella capacità di rielaborarli alla luce di nuove esigenze estetiche.
Sotto l’impulso di Renzo Pavanello, una parte importante dell’attività della fornace si orientò verso lo sviluppo di nuove ricette di fusione e la miscelazione di polveri impiegate a caldo durante la soffiatura. L’obiettivo era ampliare la gamma cromatica tradizionale attraverso tonalità più intense e accostamenti inediti. Combinazioni di rosso e marrone, verde trasparente e marrone chiaro, insieme a gradazioni più scure ottenute con l’impiego del nero, contribuirono a definire una tavolozza articolata, capace di modificare la percezione dei volumi e la profondità visiva del vetro. Il colore acquistava così una funzione sempre più determinante nella costruzione del manufatto, intervenendo sul modo in cui la luce attraversava la materia e sulla relazione tra trasparenza, densità e superficie. Questa sperimentazione richiedeva una conoscenza approfondita delle materie prime e delle reazioni prodotte dalla loro combinazione, poiché ogni variazione della composizione poteva influire sulla resa finale. Le formule venivano elaborate attraverso prove successive, osservando gli esiti della fusione e verificando il comportamento cromatico durante la lavorazione a caldo. Il risultato dipendeva da un sapere empirico, fondato sull’esperienza diretta e sulla capacità di registrare, confrontare e riprodurre gli effetti ottenuti. Le nuove tonalità ampliarono progressivamente le risorse espressive della fornace, conferendo al colore una funzione progettuale più consapevole e contribuendo all’evoluzione del linguaggio della famiglia. Anche in questa fase, dunque, la ricerca si sviluppava attraverso un dialogo continuo tra conoscenza tecnica e intuizione, mantenendo il legame con la pratica artigianale che aveva caratterizzato il percorso di Malvino.
Considerata nel suo insieme, la vicenda dei Pavanello restituisce un’immagine articolata della vetraria muranese del Novecento, nella quale la competenza tecnica, l’organizzazione del lavoro e la ricerca formale concorrono alla definizione di un’identità artistica. Dalla precisione del reticello alle possibilità compositive delle murrine, dalle lavorazioni decorative alla sperimentazione cromatica degli anni Ottanta, ogni fase testimonia un diverso modo di interrogare le risorse del vetro e di trasformarne le proprietà in linguaggio. Il filo che unisce queste esperienze risiede nella capacità di coniugare la complessità dei procedimenti con la qualità del risultato, facendo della conoscenza della materia non soltanto una condizione tecnica, ma anche il punto di partenza per l’invenzione. A restituire la dimensione personale di questo lungo percorso rimane una frase attribuita a Malvino Pavanello: «Ho fatto il lavoro più bello del mondo e ne sono felice». Poche parole che racchiudono una concezione del mestiere fondata sulla dedizione, sulla conoscenza acquisita attraverso l’esperienza e sulla soddisfazione di vedere una materia difficile prendere forma sotto le proprie mani. La dichiarazione riporta l’attenzione al gesto individuale e al rapporto quotidiano con la fornace, ricordando che dietro ogni manufatto si trova un patrimonio di capacità costruito nel tempo, attraverso la ripetizione, l’osservazione e la continua ricerca di un equilibrio tra intenzione e risultato.
Il volume presentato a Palazzo Mocenigo offre dunque l’occasione per riconoscere nella storia della famiglia Pavanello una testimonianza significativa della cultura materiale e artistica di Murano. Il percorso che emerge dalle vicende dei suoi protagonisti racconta una tradizione capace di rinnovarsi senza perdere il proprio fondamento, nella quale il sapere della fornace si apre alle trasformazioni del gusto e alle possibilità del progetto. È in questa continuità tra esperienza e invenzione che il vetro rivela pienamente la propria natura di materia viva, capace di accogliere il gesto del maestro, la precisione della tecnica e la libertà della ricerca, restituendo in ogni forma il valore di un secolo d’arte muranese.
Efthalia Rentetzi








