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Karin Andersen. "Mappa Mutantis Mundi" a Modena. Ibridi e popoli favolosi tra cosmografia medievale e immaginazione d’artista.

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Karin Andersen. "Mappa Mutantis Mundi".
 Karin Andersen. Mappa Mutantis Mundi

Ogni epoca disegna la propria mappa del mondo, intrecciando conoscenze, credenze e immagini dell’ignoto. Talvolta, ai margini della geografia conosciuta, colloca creature prodigiose e popoli impossibili, affidando loro il compito di dare forma a ciò che sfugge all’esperienza ordinaria; altre volte, immagina esseri capaci di intervenire sulle fragilità del presente, di riparare le ferite inflitte all’ambiente e di contrastare le conseguenze delle azioni umane. È in questo territorio di passaggio tra cosmografia medievale e immaginazione contemporanea che si sviluppa Mappa Mutantis Mundi. Ibridi e popoli favolosi tra cosmografia medievale e immaginazione d’artista, in mostra ai Musei del Duomo di Modena fino al 10 gennaio 2027, è dedicata a Karin Andersen, il cui bestiario instaura un dialogo sorprendente con la tradizione figurativa della Cattedrale di Modena e con la celebre Mappa Mundi di Hereford.

Realizzata intorno al 1300 e conservata nella cattedrale inglese da cui prende il nome, la Mappa Mundi è una delle più straordinarie testimonianze della cosmografia medievale. Tracciata su un unico foglio di pergamena di 1,59 per 1,34 metri, organizza il mondo secondo lo schema della mappa T-O, nel quale la Terra abitata si articola nei tre continenti allora conosciuti, Asia, Europa e Africa. Gerusalemme occupa il centro della rappresentazione, mentre il Paradiso terrestre si colloca a oriente, nella parte superiore, e le colonne d’Ercole segnano il limite occidentale del mondo. Accanto a città, fiumi, animali e piante, la superficie accoglie episodi biblici, memorie del mondo antico e luoghi leggendari, dalla Torre di Babele all’Arca di Noè, fino al labirinto di Creta. La geografia si intreccia così con la storia sacra e la tradizione mitologica, componendo un universo nel quale il visibile e il meraviglioso concorrono alla rappresentazione di un ordine superiore.

In questa concezione, le creature mostruose e i popoli favolosi non costituiscono anomalie estranee alla creazione, ma manifestazioni della sua inesauribile varietà. La loro collocazione nelle regioni periferiche risponde a una precisa geografia dell’immaginario, nella quale la distanza dal centro conosciuto apre lo spazio a forme di vita inconsuete. La mappa diviene pertanto molto più di uno strumento geografico, trasformandosi in una visione complessiva del mondo, capace di accogliere la molteplicità del creato senza ridurla alle sole forme familiari all’esperienza umana. È proprio questa apertura verso il prodigioso a rendere possibile il confronto con il bestiario contemporaneo di Karin Andersen, nel quale l’eredità medievale viene ripensata alla luce delle inquietudini e delle responsabilità del presente.

Le figure tramandate dalla cosmografia antica sembrano provenire da un universo nel quale il corpo può sottrarsi a ogni norma e assumere configurazioni imprevedibili. Gli Sciapodi, dotati di un’unica gamba e di un enorme piede, lo sollevano sopra il capo per ripararsi dal sole orientale, trasformando una singolarità anatomica in una soluzione ingegnosa di adattamento. I Cinocefali, uomini dalla testa canina, abitano una zona ambigua tra umano e animale, mentre gli uomini con quattro occhi portano all’estremo il potenziamento della vista, attribuendo al corpo facoltà ulteriori rispetto a quelle ordinarie. I Blemmî, privi di testa e con il volto disposto direttamente sul torace, sovvertono la struttura anatomica più riconoscibile; gli Ermafroditi riuniscono caratteristiche sessuali maschili e femminili, mentre i Gangini, senza bocca, si nutrono dell’odore di fiori e mele selvatiche. I Panozi, infine, possiedono orecchie tanto grandi da poterle utilizzare come un mantello contro il freddo.

Queste creature, differenti per aspetto e facoltà, condividono la capacità di rendere visibile un mondo alternativo, nel quale la natura non sembra conoscere limiti prestabiliti. Ogni anomalia genera una possibilità, ogni deviazione dalla norma apre un diverso rapporto tra organismo e ambiente. La fantasia medievale costruisce così un repertorio nel quale il corpo diventa il luogo privilegiato della metamorfosi e della meraviglia, mentre la diversità delle forme testimonia la ricchezza di una creazione che supera le aspettative dell’osservatore. Le immagini delle metope e dei rilievi della Cattedrale di Modena partecipano alla medesima tradizione figurativa, restituendo alla scultura il compito di dare forma a presenze che oscillano tra il familiare e il perturbante, tra l’ordine della natura e la libertà dell’invenzione.

Karin Andersen riprende idealmente questo patrimonio e ne rovescia la prospettiva. Nel suo bestiario, la creatura fantastica non è soltanto un essere straordinario da contemplare, né una figura confinata ai margini del mondo conosciuto, ma diventa un soggetto attivo, chiamato a confrontarsi con le contraddizioni della civiltà contemporanea. Le sue creature intervengono laddove l’equilibrio ambientale è compromesso, laddove le tecnologie e le attività umane producono conseguenze distruttive, laddove la vulnerabilità delle comunità richiede forme di solidarietà e di protezione. L’immaginazione assume così una funzione progettuale, perché inventa organismi dotati di capacità specifiche per affrontare problemi reali, trasformando il prodigioso in una risorsa etica e politica.

Gli Ambulosimbionti, concepiti attorno al bisogno di mutualismo e alla necessità di nuove forme di adattamento, evocano una concezione del vivente fondata sulla reciprocità. La loro stessa denominazione suggerisce l’incontro tra movimento e simbiosi, richiamando l’importanza delle relazioni attraverso cui organismi differenti possono sostenersi e trovare condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza. In un mondo segnato dalla crisi degli equilibri naturali, l’idea di mutualismo assume un valore che supera la dimensione biologica, proponendo un modello alternativo all’autosufficienza individuale e all’antropocentrismo.

Gli Antidiluviani affrontano invece la necessità di proteggere i mari dall’azione umana, trasformando l’immaginario della creatura prodigiosa in una riflessione sulla vulnerabilità degli ecosistemi acquatici. Il nome richiama una temporalità remota, quasi anteriore alla storia, e suggerisce la presenza di esseri capaci di confrontarsi con la lunga durata della natura. Gli Antropolampyridae, descritti come lucciole umane impegnate nella lotta contro l’inquinamento luminoso, introducono una diversa relazione tra organismo e ambiente, nella quale la luce, anziché costituire un semplice fenomeno naturale, diviene un elemento da preservare e sottrarre agli eccessi della tecnologia. La loro immagine mette in evidenza una contraddizione della modernità, capace di illuminare artificialmente ogni spazio e, al tempo stesso, di compromettere gli equilibri biologici legati all’alternanza tra luce e oscurità.

Negli Arbocargo, che evocano gli alberi sradicati dagli incendi, la creatura fantastica si confronta con una delle ferite più evidenti del paesaggio contemporaneo. Il loro nome sembra condensare l’idea di un organismo che porta con sé il peso della distruzione ambientale, rendendo simbolicamente visibile ciò che spesso viene percepito soltanto attraverso dati, immagini documentarie e resoconti delle emergenze. Il bestiario di Andersen non si limita dunque a inventare nuove forme biologiche, ma costruisce figure capaci di tradurre questioni complesse in presenze immaginabili, dotate di una forza evocativa che sollecita la sensibilità prima ancora del giudizio.

Particolarmente significativo è il rapporto tra i Blemmî medievali e gli Eblemmi di Andersen. I primi, privi di testa e con i tratti del volto disposti sul torace, appartengono a una tradizione nella quale l’alterazione anatomica rende visibile la distanza rispetto alla norma. I secondi trasformano questa eredità in una facoltà inattesa, riconoscendo istintivamente le notizie false. La deformazione del corpo diventa così un’intelligenza specifica, una capacità di orientarsi nel paesaggio informativo contemporaneo e di distinguere la manipolazione dalla verità. Il passaggio è particolarmente eloquente perché sposta il significato della mostruosità dal piano dell’apparenza a quello della conoscenza: ciò che un tempo segnalava una differenza fisica diventa oggi il presupposto immaginario di una competenza necessaria per abitare il presente.

Gli Ibridisinnescatori rispondono alla presenza delle bombe, reali o simboliche, lasciate da una civiltà antropocentrica, combinando le capacità di specie differenti per neutralizzare ciò che minaccia la vita. Il loro potere nasce dalla contaminazione e dalla collaborazione, opponendo alla logica distruttiva un’intelligenza fondata sull’integrazione delle differenze. I Manatori, impegnati a scavare senza sosta per salvare chi è rimasto intrappolato sotto le macerie, incarnano invece una solidarietà concreta, rivolta ai corpi vulnerabili e alle conseguenze delle catastrofi. In queste figure la metamorfosi non rappresenta soltanto una possibilità estetica, ma diviene il presupposto di un’azione riparatrice, attraverso la quale l’immaginario fantastico si misura con l’urgenza del soccorso e con la responsabilità verso gli altri.

Le Mariatidi, infine, sollevano e salvano le piccole isole minacciate dall’innalzamento del livello degli oceani, trasformando una condizione di estrema fragilità territoriale in un’immagine di protezione e resistenza. Il loro intervento rende visibile, attraverso una soluzione impossibile sul piano fisico ma potentemente evocativa, la sproporzione tra la vulnerabilità dei territori e la portata delle trasformazioni climatiche. La creatura fantastica assume qui la funzione di un soccorritore immaginario, capace di compiere ciò che gli strumenti ordinari non consentono, mentre l’isola diventa il simbolo di un mondo esposto a rischi che superano i confini geografici e politici.

Il bestiario di Andersen stabilisce così una relazione profonda con la tradizione medievale, pur modificandone radicalmente l’orizzonte. Nella Mappa Mundi di Hereford, i popoli favolosi testimoniano la varietà della creazione e occupano i margini di un universo ordinato secondo una visione teologica; nel repertorio contemporaneo, gli esseri straordinari vengono immaginati a partire dalle emergenze prodotte dalla società umana e assumono il compito di contrastarne gli effetti. La periferia geografica lascia spazio alla periferia delle responsabilità, mentre la meraviglia si trasforma in una forma di consapevolezza ecologica e sociale. Laddove la cosmografia medievale cercava di comprendere il mondo includendovi l’inconsueto, Andersen immagina nuove presenze capaci di intervenire su un mondo che la stessa azione umana ha reso sempre più fragile.

La continuità tra queste due visioni risiede nella fiducia attribuita all’immaginazione come strumento per pensare ciò che eccede le possibilità immediate dell’esperienza. Le creature medievali ampliavano i confini del conoscibile attraverso l’invenzione di forme straordinarie; quelle contemporanee ampliano il campo dell’azione possibile, dando corpo a risposte fantastiche a problemi concreti. L’ibridazione diventa una metafora della cooperazione, la metamorfosi un modello di adattamento, il meraviglioso un linguaggio attraverso cui affrontare questioni che richiedono nuove prospettive. In questo senso, il bestiario di Andersen non si limita a reinterpretare un repertorio antico, ma ne rinnova la funzione, restituendo alla creatura fantastica la capacità di interrogare criticamente il presente.

Mappa Mutantis Mundi si configura pertanto come un atlante in trasformazione, nel quale le immagini del passato incontrano le inquietudini del presente e aprono uno spazio per immaginare forme differenti di convivenza. Il mondo non viene più rappresentato soltanto attraverso territori, confini e gerarchie, ma attraverso relazioni, vulnerabilità e possibilità di intervento. La mappa diventa una geografia etica, nella quale ogni creatura racconta una necessità e suggerisce un modo diverso di affrontarla, facendo emergere la possibilità di un rapporto meno predatorio con l’ambiente e più consapevole della dipendenza reciproca tra le forme di vita.

Il confronto tra la cosmografia di Hereford, le sculture medievali della Cattedrale di Modena e il bestiario di Karin Andersen rivela infine la persistente capacità dell’arte di trasformare l’immaginazione in uno strumento di conoscenza. Le creature che popolano questi universi non sono semplicemente figure ai margini della realtà, ma presenze che ne mettono in discussione i limiti e ne ampliano le possibilità. Se il Medioevo affidava al prodigioso la rappresentazione della varietà del creato, l’artista contemporanea lo convoca per immaginare risposte alle fragilità del pianeta e alle contraddizioni della società. La mappa muta perché mutano le domande rivolte al mondo e perché ogni epoca ha bisogno di inventare nuove figure attraverso cui riconoscere le proprie responsabilità. In questa prospettiva, la meraviglia cessa di essere una semplice evasione fantastica e diventa un esercizio di immaginazione civile, capace di suggerire che la sopravvivenza del futuro potrebbe dipendere proprio dalla possibilità di pensare, insieme, forme di vita ancora inesistenti.


Efthalia Rentetzi

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