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"Marilyn Monroe: A Portrait" alla National Portrait Gallery di Londra. Genealogia dell’immagine tra dissoluzione dell’aura e riproducibilità totale

  • 2 giorni fa
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Marilyn Monroe: A Portrait, National Portrait Gallery, Londra
Marilyn Monroe: A Portrait, National Portrait Gallery, Londra

A cento anni dalla nascita di Marilyn Monroe, la National Portrait Gallery di Londra presenta Marilyn Monroe. A Portrait, ampia esposizione dedicata alla figura dell’attrice e icona americana, aperta al pubblico dal 5 giugno al 6 settembre 2026. Al centro del progetto non si colloca il destino biografico di una star, quanto piuttosto la messa in questione della natura stessa del ritratto nell’epoca della sua riproducibilità illimitata. Lontana da qualsiasi intento celebrativo, l'esposizione si colloca su un terreno più complesso e teoricamente fertile, quello in cui un volto cessa di appartenere a un individuo per trasformarsi in una forma culturale autonoma, capace di generare significati ben oltre l'esistenza del soggetto che l'ha originata.

Già il titolo introduce una tensione destinata ad attraversare l'intero progetto. A Portrait richiama la tradizione occidentale del ritratto come strumento di accesso all'interiorità, come promessa di una verità custodita dietro le apparenze. Nel caso di Marilyn Monroe, tuttavia, tale promessa si rivela immediatamente problematica. Non esiste una Marilyn definitiva da raggiungere o ricostruire; esiste piuttosto una costellazione di figure che sfuggono a ogni tentativo di sintesi. Norma Jeane Mortenson, la modella, la diva hollywoodiana, il sex symbol, la donna vulnerabile, l'icona pop, il simulacro mediatico. Più che identità successive, si tratta di differenti configurazioni dello sguardo, emerse dall'interazione tra fotografia, cinema, stampa e cultura visuale.

L'intero percorso assume tale instabilità come una delle condizioni fondamentali della modernità. Oltre duecento opere tra fotografie, dipinti, stampe, materiali d'archivio e oggetti personali non costruiscono una narrazione lineare, ma una vera e propria genealogia del vedere. Abiti, accessori, documenti e corrispondenze restituiscono la dimensione materiale dell'esistenza senza mai scivolare nella curiosità biografica o nel feticismo memoriale. Filmati e materiali audiovisivi introducono inoltre una dimensione temporale che la fotografia tende inevitabilmente a sospendere, riportando al centro il movimento di un volto che nessuna immagine è mai riuscita a esaurire. Al centro dell'esposizione non vi è un soggetto unitario, bensì l'insieme delle relazioni culturali, tecnologiche e simboliche che ne hanno reso possibile la trasformazione in icona.

Anche la selezione dei fotografi risponde a tale logica. Cecil Beaton, Richard Avedon, Eve Arnold, Philippe Halsman, André de Dienes, Milton Greene, Inge Morath, Alfred Eisenstaedt, Sam Shaw e George Barris non offrono variazioni di uno stesso volto. Contribuiscono, piuttosto, alla costruzione di differenti regimi di visibilità. Beaton enfatizza la dimensione teatrale della celebrità, Avedon ne condensa l'intelligenza performativa, Arnold intercetta zone di fragilità che sfuggono alla macchina spettacolare, Greene costruisce una relazione fondata sulla complicità del set, mentre de Dienes registra la fase di transizione in cui Norma Jeane e Marilyn sembrano ancora coesistere. Ne emerge una tensione costante tra presenza e rappresentazione, tra esperienza vissuta e costruzione dell'apparire. Lungo tale frattura si articola uno dei nuclei teorici più rilevanti del progetto curatoriale, il riconoscimento della creative agency di Monroe. La figura che emerge non coincide con quella di un oggetto passivo sottoposto allo sguardo altrui, ma con una protagonista pienamente consapevole dei meccanismi che regolano la produzione dell'immagine. Testimonianze, documenti e fotografie mostrano una donna capace di comprendere il linguaggio della macchina fotografica e di utilizzare la posa come forma di autorappresentazione strategica. Monroe appare così come una delle prime figure autenticamente moderne della cultura della celebrità, non semplice destinataria della rappresentazione, ma coautrice della propria visibilità. Una simile lettura produce uno spostamento significativo. Lontano dalla mitologia della vittima o dalla narrazione romantica dell'ingenuità sacrificata allo star system, il suo percorso rivela una complessa negoziazione dello sguardo. Molto prima dell'ecosistema digitale e dei social network, la sua immagine sembra anticipare la condizione contemporanea dell'identità come performance continua, come processo aperto e incessante di costruzione del sé.

Tra i momenti più intensi dell'esposizione figurano le fotografie realizzate da Allan Grant nella casa di Brentwood nell'agosto del 1962, pochi giorni prima della morte. Commissionate da Life e rimaste in gran parte inedite per decenni, tali immagini interrompono momentaneamente il funzionamento della macchina iconica senza mai dissolverla del tutto. Monroe appare immersa in una temporalità sospesa. Legge, attraversa lentamente gli spazi domestici, alterna concentrazione e abbandono a istanti in cui riaffiora la consapevolezza della presenza della macchina fotografica. Non si assiste a un semplice dietro le quinte, bensì all'emergere di una zona liminale nella quale vita e rappresentazione cessano di essere categorie distinguibili. L'obiettivo non documenta una persona che esiste prima dell'immagine. Registra il processo attraverso cui quella persona continua a prodursi come immagine.

Se la fotografia racconta l'apparizione, l'arte del secondo Novecento ne organizza la sopravvivenza simbolica. Il passaggio attraverso Andy Warhol segna, sotto questo profilo, una soglia irreversibile. Le celebri serigrafie derivate dalla fotografia promozionale di Niagara non rappresentano Marilyn; ne formalizzano la trasformazione in struttura seriale. La ripetizione cromatica, la variazione modulare e la perdita dell'aura individuale convertono il volto in una grammatica dell'icona. Con Warhol, Monroe abbandona definitivamente la storia del cinema per entrare nella storia delle immagini. Non è più individuo né personaggio, ma superficie culturale, segno che si consuma nella propria reiterazione e che proprio attraverso la reiterazione conquista una forma paradossale di permanenza. La morte del 1962 coincide così con la nascita di un'altra esistenza, quella dell'immagine autonoma, emancipata dalla biografia e affidata alla circolazione culturale globale. Da quel momento Marilyn diventa uno dei volti più riconoscibili del Novecento, capace di attraversare generazioni, linguaggi e sistemi mediali differenti senza perdere la propria forza simbolica.

Attorno a Warhol si sviluppa una costellazione di interpretazioni che amplifica e al tempo stesso problematizza ulteriormente il fenomeno. In tale orizzonte, Pauline Boty introduce una lettura marcatamente politica, in cui desiderio, consumo e costruzione della femminilità si intrecciano all’interno di rapporti di potere mai pienamente risolti. Marilyn si configura così come un campo di tensioni continuamente attraversato da attrazione e oggettificazione, senza mai giungere a una sintesi definitiva. Su questa linea, Marlene Dumas, Rosalyn Drexler, James Gill e Audrey Flack spostano progressivamente l’attenzione dalla dimensione documentaria a quella della reinvenzione, trasformando il volto di Monroe in una superficie di proiezione sulla quale la cultura occidentale continua a depositare e rielaborare le proprie ossessioni.

In questo movimento si dischiude un interrogativo più ampio sul destino del ritratto nella contemporaneità. La modernità, infatti, non si è limitata a moltiplicare le immagini, ma ha inciso in profondità sul rapporto tra immagine e identità, rendendo instabile ogni ipotesi di soggetto unitario. Il ritratto non restituisce più un individuo compiuto e riconoscibile, bensì genera uno spazio di significazione in perenne ridefinizione, costantemente negoziato tra lo sguardo di chi osserva e ciò che viene osservato. Per tale ragione, Marilyn Monroe. A Portrait eccede la dimensione della semplice esposizione monografica, configurandosi come una riflessione sul funzionamento dello sguardo contemporaneo e sulle sue condizioni di possibilità. Il volto dell’attrice si impone come dispositivo teorico attraverso cui la cultura visuale occidentale riconosce la propria dipendenza strutturale dall’immagine, intesa insieme come forma di esistenza, archivio della memoria e campo di elaborazione del desiderio. Il ritorno incessante di Marilyn non rinvia dunque a un enigma biografico da decifrare, bensì a una problematizzazione più radicale del rapporto tra visione e realtà, tra presenza e rappresentazione, tra la pretesa di conoscenza del volto e l’impossibilità epistemologica di esaurirne il significato.


Ilektra Zanella

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