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"Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista"; Contribuire alla definizione dell’avanguardia

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Vasily Kandinsky,  Cosacchi, 1910–11, Olio su tela, 94,5 x 130,2 cm, "Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista"
Vasily Kandinsky, Cosacchi, 1910–11, Olio su tela, 94,5 x 130,2 cm, "Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista"

La mostra "Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista", alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dal 25 aprile al 19 ottobre 2026, prende avvio da un episodio apparentemente circoscritto della biografia di Peggy Guggenheim per espanderlo fino a farne una matrice interpretativa dell’intero suo percorso. Non si tratta soltanto di illuminare una fase poco frequentata, ma di conferirle una densità retrospettiva tale da trasformarla in snodo decisivo. È qui che il progetto espositivo si espone a una tensione produttiva, perché nel tentativo di rendere leggibile un’origine finisce inevitabilmente per costruirla, attribuendo coerenza a una sequenza che, nel suo svolgersi, era segnata da discontinuità, da scelte non ancora stabilizzate e da una costante esposizione al rischio.

La Guggenheim Jeune, attiva a Londra tra il 1938 e il 1939, emerge così meno come una galleria nel senso tradizionale e più come una soglia operativa, un luogo in cui il moderno non viene semplicemente esposto ma messo alla prova. La città che la accoglie non è una capitale già pronta a recepire le avanguardie, bensì un ambiente attraversato da inerzie istituzionali e da una certa riluttanza nei confronti di linguaggi ancora difficili da assimilare. In questo contesto, l’intervento di Peggy Guggenheim assume una qualità specifica, che non risiede tanto nella promozione di artisti quanto nella capacità di incidere sulle condizioni della loro percezione, intervenendo in un momento in cui il riconoscimento dell’arte moderna è tutt’altro che garantito.

Il percorso espositivo restituisce con notevole precisione questa intensità compressa. In poco più di un anno si susseguono oltre venti mostre, che non si organizzano secondo una logica progressiva ma si presentano come una serie di incursioni in territori ancora instabili. La prima personale britannica di Vasily Kandinsky, le ricerche sul collage, le esposizioni dedicate al surrealismo, le sperimentazioni sulla scultura contemporanea che all’epoca suscitarono reazioni controverse, fino a episodi più eccentrici come la presentazione di opere infantili in cui compare il primo lavoro esposto di Lucian Freud, compongono un insieme che appare meno come un programma e più come una costellazione in formazione. Ciò che colpisce non è tanto la varietà dei linguaggi quanto la loro simultaneità, che impedisce ogni facile gerarchizzazione. In questa prospettiva, la figura di Peggy Guggenheim si sottrae a una lettura univoca e si colloca in una posizione liminare rispetto ai sistemi di valore consolidati. Non agisce all’interno di un campo già strutturato, ma in una fase in cui tale campo è ancora in via di definizione. Le sue scelte non riflettono un ordine preesistente, bensì contribuiscono a produrlo, configurando una modalità di intervento che anticipa la legittimazione istituzionale e ne mette in evidenza il carattere costruito. Il collezionismo, in questa fase, non appare come accumulo ma come operazione di messa in forma del possibile, come selezione che incide direttamente sulla configurazione del visibile.

La rete di relazioni che la mostra ricostruisce con grande attenzione, e che coinvolge figure come Marcel Duchamp, Samuel Beckett, Roland Penrose, Herbert Read e Mary Reynolds, non costituisce un semplice contesto, ma un’infrastruttura dinamica all’interno della quale le opere si definiscono reciprocamente. Ciò che emerge è un ambiente in cui la produzione artistica è inseparabile da una trama discorsiva più ampia, in cui idee, pratiche e posizioni si intrecciano senza ancora stabilizzarsi in un sistema coerente. Questa dimensione relazionale non elimina il conflitto, anzi lo rende più evidente, perché le diverse correnti dell’avanguardia si confrontano per affermare la propria legittimità all’interno di un campo ancora aperto.

Nel passaggio dalla situazione storica alla sua restituzione museale, tuttavia, questa instabilità subisce una trasformazione. La mostra tende a ricondurre la molteplicità delle esperienze a una struttura narrativa più leggibile, capace di orientare lo sguardo ma al tempo stesso incline a ridurre la percezione delle frizioni originarie. Non si tratta tanto di una semplificazione quanto di una condizione intrinseca al dispositivo espositivo, che organizza e stabilizza ciò che, nel suo momento iniziale, si presentava come fluido e incerto. È proprio in questa distanza tra esperienza e rappresentazione che si apre uno spazio critico, in cui diventa possibile interrogare il modo in cui la storia dell’arte viene costruita e trasmessa.

La nozione di nascita, al centro del titolo, appare allora come una figura retorica particolarmente significativa. Più che indicare un’origine effettiva, essa suggerisce una ricomposizione a posteriori, una forma di montaggio che conferisce unità a un processo frammentario. La figura di Peggy Guggenheim prende forma attraverso una serie di scelte situate, incontri e circostanze che solo in seguito vengono organizzati in una traiettoria coerente. La mostra, nel tentativo di rendere visibile questa traiettoria, ne espone implicitamente il carattere costruito, mostrando come ogni genealogia del collezionismo moderno sia il risultato di un’operazione interpretativa.

Ciò che emerge con maggiore evidenza non è dunque la conferma di un’origine, ma la persistenza di una instabilità di fondo. Il collezionismo appare come una pratica attiva, capace di incidere sulle modalità di riconoscimento dell’arte e di orientarne gli sviluppi futuri. La stagione londinese di Peggy Guggenheim si configura così come un momento in cui questa pratica si definisce in forma ancora aperta, prima di consolidarsi nelle istituzioni che ne garantiranno la durata. In questo senso, la mostra non restituisce soltanto un passato, ma rende visibile il processo attraverso cui quel passato è stato costruito, offrendo al tempo stesso gli strumenti per metterne in discussione la presunta linearità.



Efthalia Rentetzi

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