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“A Sounding of the Earth di Alia Farid” di Alia Farid a Copenaghen

  • Immagine del redattore: ⠀
  • 4 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min
Alia Farid, A Sounding of the Earth, Installazione,  Copenhagen Contemporary.
Alia Farid, A Sounding of the Earth, Installazione, Copenhagen Contemporary.

“A Sounding of the Earth di Alia Farid” si presenta come una riflessione profonda e articolata sui legami fra memoria, migrazione e modernità nel contesto del Golfo Arabo, una regione definita da tensioni ecologiche, politiche ed economiche. La mostra, allestita come una doppia esposizione tra Copenhagen Contemporary e il Glyptotek di Copenaghen, si inserisce come parte della serie Hosting Histories, realizzata in collaborazione con queste due istituzioni, e si configura come una meditazione estetica e politica sul patrimonio culturale, la sua preservazione e la sua inevitabile trasformazione sotto l’influenza di forze imperialistiche e globali.

Farid, artista kuwaitiana-portoricana, attraversa il Golfo Arabo con un approccio che trascende la semplice rappresentazione. La sua pratica sfida la concezione tradizionale del patrimonio come un’entità statica e immutabile, proponendo un’interpretazione dinamica e in costante evoluzione. Il suo lavoro, che spazia dalla scultura al video e all’installazione, esplora i meccanismi di dislocazione, sfruttamento e reinvenzione del patrimonio culturale in una regione che si trova al crocevia tra la modernità industriale e un passato segnato dalla ricchezza storica e dalle violenze geopolitiche. La riflessione di Farid si inserisce in un dibattito globale sulle forze che modellano le identità culturali e ambientali, interrogandosi su come l’industria, il capitalismo globale e il cambiamento ecologico influenzano il nostro rapporto con la memoria e la storia.

Al cuore della sua indagine vi è la domanda su come la cultura materiale venga costantemente rielaborata nel presente. Con una sensibilità che intreccia storia e contemporaneità, Farid esplora il passaggio da un patrimonio radicato nel passato a una costante reinvenzione di sé, attraverso la mediazione della modernità industriale e delle politiche imperialistiche che ne determinano l’erosione e la trasformazione. Le sue opere non si limitano a ripercorrere il passato, ma pongono l’accento sulla fluidità del patrimonio, sulla sua parzialità e sulla continua reinterpretazione dei suoi significati.

Un esempio emblematico di questa riflessione è Palm Orchard (2025), un’opera che replica artificialmente un frutteto di palme da dattero, un paesaggio che è stato distrutto dalla guerra in Iraq nel 2003. La scultura diventa simbolo della distruzione e della ricostruzione, della memoria e dell’oblio, mettendo in evidenza come il paesaggio naturale non sia solo modificato dall’intervento umano, ma anche come le sue tracce diventino materia di appropriazione simbolica e culturale. In quest’opera, l’artista non si limita a riprodurre una realtà ecologica distrutta, ma ne esplora le implicazioni culturali, suggerendo come la memoria collettiva si riappropria di un paesaggio attraverso una riproduzione industriale che ne trasforma il significato originario.

Parallelamente, il video Chibayish (2022/2023) girato nelle paludi irachene di Al-Ahwar, restituisce una visione complessa e stratificata della regione, dove la quotidianità si mescola con la memoria storica del conflitto. Farid alterna riprese documentarie a sequenze oniriche, creando una tensione visiva tra il presente e il passato, tra la realtà immediata e la sua dimensione storica. Il video non solo cattura le cicatrici ecologiche lasciate dal conflitto, ma riflette anche sulle modalità con cui il trauma storico viene integrato nel quotidiano e sulle difficoltà delle comunità nel preservare la propria identità culturale in un contesto di continua frattura e dislocazione.

La scultura Kupol LR 3303 Talisman 04, 05, 06 (2025), con i suoi pannelli di resina blu-verde derivati dall’industria petrolifera, rappresenta un altro punto nodale della riflessione di Farid. L’opera, che rielabora antichi amuleti protettivi, costituisce un incontro tra tradizione e modernità, tra spiritualità e sfruttamento industriale. La resina, materiale tipico della cultura industriale del Golfo, diventa il mezzo attraverso cui il passato si fonde con il presente, creando una nuova narrazione che sfida le tradizionali categorie di protezione e sacralità. La trasformazione di un simbolo di difesa spirituale in un prodotto derivato dall’industria petrolifera evidenzia la dialettica tra spiritualità e capitali materiali, interrogando la relazione tra sacralità e commercio, tra il metafisico e il politico.

Le opere di Farid si oppongono all’idea di un patrimonio culturale statico da preservare intatto: esse mostrano piuttosto come il patrimonio sia sempre sottoposto a forze esterne, che ne modificano il significato e la forma nel corso del tempo. In questo senso, l’artista non propone una celebrazione del passato, ma una critica alla sua secolarizzazione, alla sua economicizzazione e alla sua distruzione. Le sue sculture e installazioni, invece di fossilizzare la memoria, la mettono in discussione, stimolando una riflessione sulla sua continua rielaborazione e appropriazione, sia da parte delle forze politiche e imperiali che da parte delle stesse comunità che custodiscono il patrimonio.

In un mondo attraversato da una crescente globalizzazione e da crisi ecologiche e sociali, “A Sounding of the Earth” si propone come un’indagine cruciale sulla relazione tra ambiente, politica, e cultura. Farid ci invita a considerare il patrimonio non come un concetto fisso e immutabile, ma come un’entità viva, sempre in evoluzione, modellata dalle forze economiche, politiche e ambientali. In questo modo, la mostra si configura non solo come un’esposizione di arte contemporanea, ma come un atto di resistenza contro l’oblio, un invito a ripensare il nostro rapporto con la memoria storica e con le cicatrici lasciate dai conflitti che segnano il nostro mondo.

In conclusione, “A Sounding of the Earth” non è un semplice esercizio di riflessione artistica, ma un gesto di dissonanza e provocazione che sfida le convenzioni storiche e culturali, interrogando la funzione del patrimonio nel contesto di un mondo in rapido cambiamento. Farid ci esorta a guardare al passato non come a un ricordo da custodire, ma come a un terreno fertile per l’elaborazione di nuove narrative, in cui la memoria è dinamica, permeabile e costantemente ritrovata.


Ilektra Zanella

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