Arte Laguna Prize 2026: pluralità di linguaggi e limiti del progetto espositivo
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La ventunesima edizione di Arte Laguna Prize, ospitata negli spazi dell’Arsenale Nord di Venezia, riunisce una selezione internazionale di artisti e linguaggi, dalla pittura alla fotografia, dalla scultura all’installazione, fino alle diverse forme di sperimentazione digitale. La varietà delle proposte restituisce un panorama articolato di sensibilità, tecniche e orientamenti. Nel percorso si incontrano opere che meritano attenzione per qualità formale, ricerca sui materiali e capacità di affrontare temi del presente. Eppure, proprio questa pluralità mette in evidenza una contraddizione: alla diversità dei linguaggi non corrisponde un’altrettanto articolata concezione dello spazio espositivo. È soprattutto l’impianto dell’allestimento a lasciare qualche perplessità. Una manifestazione che ha raggiunto una dimensione internazionale così ampia richiederebbe un progetto capace di confrontarsi con le specificità delle opere, riconoscerne le diverse esigenze e costruire tra loro relazioni non soltanto visive, ma anche concettuali. La disposizione delle sale, invece, sembra riproporre una formula ormai consolidata, nella quale l'ordine generale prevale sulla possibilità di elaborare un percorso interpretativo. Nelle prime sale i pannelli si susseguono secondo una disposizione lineare, regolare, quasi militare. La lettura è agevole, le opere risultano visibili e l'insieme appare organizzato con attenzione. Il problema nasce proprio da questa uniformità. I dipinti sembrano accostati soprattutto in base alle geometrie, ai formati e alle corrispondenze cromatiche, dando vita a una composizione complessivamente armonica, ma non sempre capace di restituire la personalità dei singoli lavori. In alcuni passaggi l'effetto è quello di una successione di quadri ordinatamente disposti, quasi una vetrina nella quale l'equilibrio visivo dell'insieme finisce per attenuare le differenze. Un'opera che richiede distanza e concentrazione condivide così la medesima modalità espositiva con un lavoro che avrebbe bisogno di una visione ravvicinata; un'immagine attraversata da una tensione inquieta viene inserita in una sequenza cromatica che rischia di addolcirne la forza. La collocazione sembra talvolta dipendere più dalla disponibilità dello spazio che da una precisa scelta interpretativa. Eppure è proprio qui che il progetto curatoriale dovrebbe intervenire: non limitarsi a rendere visibili le opere, ma riconoscere le condizioni necessarie alla loro lettura, stabilendo quando creare un dialogo e quando, al contrario, lasciare a un lavoro lo spazio per affermare la propria autonomia. Nelle ultime sale il registro cambia, con l'ingresso delle opere di maggiori dimensioni, delle installazioni e dei lavori di più evidente impatto spaziale. Anche in questo caso, tuttavia, alcune presenze sembrano trovare posto soprattutto negli angoli, come elementi chiamati a completare l'ambiente piuttosto che a instaurare un rapporto significativo con esso. Diverse opere riescono comunque a imporsi per qualità e forza visiva, ma non sempre la loro collocazione ne valorizza pienamente la ricerca. Ne deriva un'esposizione ordinata e funzionale, ma non altrettanto incisiva sul piano curatoriale. La ricchezza delle proposte avrebbe potuto suggerire una distribuzione più articolata, capace di alternare concentrazione e apertura, prossimità e distanza, continuità e dissonanza.
Tra le presenze italiane, Giorgia Roversi sviluppa una ricerca pittorica che mette in relazione anatomia ed esperienza emotiva. La sua formazione nel disegno anatomico si riflette in un immaginario nel quale gli organi del corpo si trasformano in figure simboliche, assumendo il valore di mappe interiori. Cuore, stomaco, polmoni e altre strutture biologiche non sono semplicemente riprodotti nella loro evidenza fisica, ma diventano luoghi nei quali si depositano stati d'animo, fragilità e memorie. La pittura si configura così come una sorta di anatomia dell'invisibile, nella quale il corpo offre una forma concreta a ciò che normalmente non possiede una rappresentazione. Una diversa sensibilità emerge nella ricerca di Yan Zhisheng, le cui immagini, per quanto osservato nelle opere esposte, si muovono in una dimensione metafisica e inquieta. Passato e futuro sembrano sovrapporsi in un tempo sospeso, privo di una direzione certa. L'inquietudine non deriva soltanto dai soggetti rappresentati, ma dalla costruzione stessa dell'immagine e dal rapporto che essa instaura con lo spazio. La pittura sembra così collocarsi in una zona di incertezza, nella quale la percezione del presente è continuamente attraversata da ciò che è stato e da ciò che deve ancora accadere. La ricerca di Mark Wennberg si sviluppa invece intorno alla memoria, all'identità e alla trasformazione dei luoghi. Il suo lavoro mette in relazione materiali d'archivio, fotografie personali e immagini raccolte nel corso di un'attività di documentazione di edifici abbandonati. Attraverso la pittura e installazioni composte da pannelli modulari, l'artista accosta ritratti e ambienti architettonici, facendo emergere una relazione tra le persone e gli spazi che hanno abitato. La memoria non viene intesa come un archivio stabile, ma come un insieme di tracce soggette a modifiche, cancellazioni e ricomposizioni. Ne nasce una riflessione sulla permanenza delle immagini e sulla possibilità che continuino a raccontare storie anche quando i contesti originari sono scomparsi. Holding What Remains di Lee Bora presenta una figura femminile raccolta, quasi avvolta e privata di una riconoscibilità individuale. Il corpo sembra trasformarsi in un involucro, una presenza trattenuta tra protezione e cancellazione. L'immagine suggerisce una condizione di anonimato e compressione, nella quale la figura umana perde progressivamente i propri tratti distintivi. La sua forza è affidata a una presenza silenziosa, che lascia emergere una tensione tra identità e assenza. Una diversa intensità attraversa Collective Identity di Anna Alicja. La composizione appare concitata, con figure che sembrano intrecciarsi in una condizione di oppressione e soffocamento. Il tema della guerra e della perdita di identità collettiva viene affrontato attraverso un linguaggio pittorico drammatico, nel quale il corpo diventa il luogo in cui si manifesta la violenza della storia. Il confronto con il lavoro di Lee Bora è significativo: in entrambi i casi la figura perde parte della propria riconoscibilità, ma mentre in Holding What Remains prevale una condizione di immobilità e raccoglimento, in Collective Identity la stessa fragilità si traduce in tensione e conflitto. Dal Giappone arriva Marika Nagaoke, con Cling10 e Cling12, opere nelle quali il rapporto con il corpo e il movimento conserva un ruolo centrale. L'esperienza della danza sembra lasciare una traccia nella costruzione delle immagini: il gesto si trasferisce sulla superficie pittorica e la figura si sottrae alla fissità della rappresentazione. La pittura trattiene così qualcosa del movimento, come se la forma conservasse la memoria di un'azione. Con Pandora, Zijing Chen introduce un immaginario legato all'allegoria e al simbolismo. Il riferimento al mito apre una dimensione nella quale l'immagine sembra custodire significati che non si esauriscono nella lettura immediata. La figura di Pandora, associata nella tradizione a curiosità, conoscenza e conseguenze impreviste, offre un repertorio simbolico che l'opera rielabora sul piano visivo.
Tra le opere di carattere plastico, Scene di Laurence Davey si distingue per la relazione tra materia organica e costruzione spaziale. Il lavoro è composto da un insieme di sculture lignee, realizzate utilizzando essenze differenti e disposte su una superficie circolare nera. Le forme conservano un carattere organico, ma la loro disposizione introduce una dimensione astratta e rituale. Il legno mantiene la memoria della propria origine naturale, mentre la composizione ne trasforma la presenza in un sistema di rapporti e tensioni. La forza dell'opera risiede nella relazione tra i singoli elementi e nella capacità di evocare, senza ricorrere a una narrazione esplicita, un senso di generazione, fragilità e precarietà. La ricerca di Julia Smirnova, presente con Interplay #1 e Interplay #9, si colloca anch’essa nell’ambito delle creazioni plastiche. Le opere invitano a considerare la scultura non soltanto come costruzione di un volume, ma come organizzazione di forme e relazioni nello spazio. Per inquadrare questa ricerca può essere utile il riferimento a Ruth Asawa, artista americana di origine giapponese la cui opera ha trasformato la linea in una struttura tridimensionale. Attraverso l’intreccio del filo metallico, Asawa ha dato vita a forme organiche, leggere e permeabili, nelle quali il vuoto assume un’importanza pari a quella della materia. Il suo lavoro ha contribuito a superare l’idea tradizionale della scultura come volume compatto e chiuso, aprendo una riflessione sulle relazioni tra struttura, materia e spazio. Il richiamo alla sua esperienza offre quindi una possibile chiave di lettura per accostarsi alle opere di Smirnova, senza presupporre una derivazione diretta, ma riconoscendo una comune attenzione alle potenzialità del linguaggio plastico. Il confronto con la storia dell'arte attraversa del resto molte delle opere presenti. Anche Ching-Ke Lin, con Coin Baboo (2024), contribuisce alla dimensione internazionale della selezione attraverso un'installazione in bambù ispirata ai fuochi d'artificio della tradizione popolare cinese. L'artista intreccia listelli di bambù dando vita a numerose strutture a forma di ombrello, sviluppate su due e tre dimensioni e riunite in una configurazione cubica. Il lavoro richiama il valore simbolico dei fuochi d'artificio, tradizionalmente associati alle celebrazioni, alla fortuna e alla protezione dalle avversità. La materia naturale diventa parte attiva dell'opera: le variazioni di temperatura provocano infatti l'espansione e la contrazione del bambù, generando caratteristici suoni simili a crepitii. Forma, suono e materia concorrono così a evocare un immaginario collettivo, mentre la struttura intrecciata suggerisce una riflessione sulle relazioni e sulle connessioni tra essere umano e natura.
La fotografia costituisce uno dei nuclei più interessanti della manifestazione. Diverse opere si collocano in una zona di confine tra sonno e veglia, conscio e inconscio, memoria e percezione. Non sempre l'immagine è chiamata a raccontare un evento o a documentare una realtà: in molti casi sembra piuttosto costruire un'atmosfera, suggerire una condizione psicologica, lasciare emergere una presenza che non si lascia definire completamente. La vincitrice della ventunesima edizione, Kseniya Khamiankova, che presenta il proprio lavoro con lo pseudonimo Theatrical_hunt, espone Almost home, una ricerca nella quale la dimensione teatrale e quella domestica si intrecciano. Gli ambienti assumono una qualità ambigua, come se fossero predisposti per una rappresentazione silenziosa; lo spazio quotidiano perde la propria familiarità e diventa un luogo mentale, attraversato da attesa, isolamento e straniamento. La forza delle immagini risiede nella sospensione tra realtà e finzione, nella capacità di suggerire una condizione senza ricondurla a una narrazione univoca. Anche Inside-Out di Daniela Brugger e Pleurotus Djamor II di Lin Gerritse contribuiscono alla varietà della sezione, mentre i lavori di Mariusz Gajewski, tra cui Zona 01 e Material / cloth no. 06, ampliano il campo delle possibilità espressive della fotografia contemporanea. La ricerca di Jeff Corwin, presentata attraverso Kuun Art, introduce invece un immaginario legato alla realtà americana e alle sue contraddizioni. Si tratta di percorsi differenti, accomunati dalla volontà di superare la semplice registrazione del soggetto e di interrogare il rapporto tra immagine e realtà. La fotografia sembra trovare una delle proprie possibilità più interessanti proprio quando non esaurisce il significato di ciò che mostra, ma lascia all'immagine una zona di ambiguità. È un aspetto che avrebbe meritato maggiore attenzione anche nella disposizione delle opere: distanze, pause e accostamenti potrebbero contribuire a restituire a ciascuna immagine la propria atmosfera, evitando che la sequenza espositiva ne attenui le specificità. Un ulteriore ambito di interesse riguarda i lavori nei quali la carta e i procedimenti di stampa assumono un ruolo centrale. Con Micro Plastic, Franz Ramgraber affronta il tema della persistenza della plastica nell'ambiente attraverso la tecnica della cianotipia. La particolare gamma cromatica del procedimento e il rapporto tra luce, oggetto e superficie conferiscono al lavoro una dimensione visiva specifica. La carta non è un supporto neutro, ma parte integrante del processo: la tecnica contribuisce alla costruzione del significato e alla percezione del soggetto. In Garage Olimpo, Gianna Parisse presenta un progetto composto da novanta fotografie digitali stampate su carta giapponese Kawanaka. La sequenza e la scelta del supporto avvicinano il lavoro alla forma del libro d'artista, suggerendo una fruizione nella quale la singola immagine acquista significato attraverso il rapporto con le altre. La dimensione narrativa non dipende quindi soltanto dal contenuto delle fotografie, ma anche dalla loro successione e dalla materialità della stampa. La ricerca di Jeff Corwin e quella di Jenwei Huang mostrano, da prospettive differenti, quanto il supporto e la costruzione del segno possano diventare elementi centrali dell'opera. In particolare, Hanzi Gong di Huang, classificata nella sezione scultura e installazione, prende le mosse dalla scrittura cinese e dal suo patrimonio storico. Il progetto rielabora migliaia di caratteri, organizzandoli in strutture visive stratificate. Quando la funzione linguistica si attenua, la scrittura si manifesta come ritmo, densità e costruzione dello spazio. I caratteri non vengono più considerati soltanto come segni da leggere, ma come forme da osservare, capaci di generare un campo percettivo nel quale memoria culturale e astrazione entrano in relazione. La sperimentazione digitale trova una delle sue espressioni più articolate nel lavoro di Lazarus Chan, artista di Hong Kong, presente con Golem Wander in Crossroads. Il progetto mette in relazione libro, ambiente digitale e intelligenza artificiale, a partire dalla ricostruzione tridimensionale di un crocevia dell'Hong Kong Cemetery. All'interno di questo spazio vengono introdotti agenti artificiali, addestrati attraverso tecniche di reinforcement learning, le cui percezioni visive vengono elaborate da un Large Language Model, integrato con un sistema di generazione aumentata dal recupero di informazioni (RAG). Il modello restituisce pensieri e interpretazioni a partire dagli stimoli ricevuti, dando vita a un processo generativo in tempo reale. Il riferimento al Golem, creatura artificiale della tradizione ebraica, accompagna questa esplorazione del rapporto tra costruzione e autonomia, tra memoria e produzione di significato. Il cimitero, luogo fisico nel quale si depositano le tracce del passato, diventa lo scenario di un esperimento che trasferisce la percezione e l'elaborazione del linguaggio in un ambiente digitale. Il progetto intreccia così memoria storica, spazio e intelligenza artificiale, mettendo in relazione un luogo concreto con le possibilità interpretative dei sistemi generativi. La ricerca di Chan comprende anche UnDIRECTED?, un progetto distinto, realizzato nel 2022, che affronta il rapporto tra esseri umani e strutture virtuali attraverso la realtà immersiva, il riconoscimento biometrico e quello dei gesti. In questo caso l'attenzione si concentra sulle reazioni emotive del pubblico e sulle possibilità di costruire narrazioni non lineari attraverso tecnologie interattive. I due lavori mostrano aspetti diversi della sua indagine: da una parte la relazione tra agenti artificiali, memoria e ambiente; dall'altra il coinvolgimento percettivo e corporeo dello spettatore nei sistemi virtuali. Nell'ambito della grafica digitale, Ge Can affronta con The Reality of Virtuality – Axo il rapporto tra rappresentazione virtuale e realtà. Accanto a questa ricerca si colloca Figlia del Lago di GniLLoPiLLo, pseudonimo dell'artista italiana Giulia Hulme, il cui lavoro si muove nell'ambito dell'immagine digitale e della costruzione narrativa. A queste presenze si affianca The First Sack on the Moon di Elisa Milena Vitali, un cortometraggio animato in 3D che rilegge con ironia l'immaginario dell'esplorazione spaziale e la sua spettacolarizzazione mediatica. La figura paradossale di un sacco di farina con un casco da astronauta diventa protagonista di una narrazione che, nel finale, svela la natura artificiale della conquista lunare, rivelando il set cinematografico e i suoi meccanismi di costruzione. Attraverso il contrasto tra realismo digitale e interventi pittorici manuali, l'opera riflette sui confini tra realtà e finzione, mettendo in discussione la credibilità delle immagini e la loro capacità di costruire mondi illusori. Nel loro insieme, questi lavori mostrano come la grafica digitale e l’animazione possano oltrepassare la dimensione puramente tecnica per diventare strumenti di costruzione narrativa e di riflessione sul rapporto tra immagine e realtà. In Figlia del Lago la componente digitale si lega alla costruzione di un immaginario narrativo, mentre The First Sack on the Moon rende esplicito il carattere artificiale della rappresentazione attraverso il cortocircuito tra animazione tridimensionale e intervento pittorico manuale. La ricerca di Liu Ge, artista e designer cinese, si concentra invece su interrogativi di natura filosofica e cosmologica. In Projected Illusions of the Real World No. 19, i riferimenti alla pittura a inchiostro orientale si intrecciano con suggestioni derivate dalla fisica contemporanea e dalla riflessione metafisica. Il lavoro si inserisce in una ricerca volta a rendere visibile ciò che sfugge alla percezione ordinaria, mettendo in dialogo tradizione pittorica, intuizione e immaginazione. Con Narrative Time No. 9, Wu Bing-Chi, artista multimediale originaria di Taiwan, porta nella sezione una ricerca che attraversa collage, pittura, fotografia e installazione. La sua pratica indaga le trasformazioni culturali e sociali legate alla globalizzazione, esplorando le relazioni tra identità, mobilità internazionale e differenze culturali. Attraverso la sperimentazione di nuove forme di collage, l'artista rielabora linguaggi e materiali differenti, sviluppando una ricerca visiva che interroga i modi in cui l'individuo percepisce e interpreta la contemporaneità.
La dimensione internazionale della manifestazione restituisce un panorama di esperienze e sensibilità differenti, che sarebbe riduttivo ricondurre a un'unica matrice culturale o geografica. Il rapporto con la tradizione, la memoria, il corpo, la materia e le tecnologie assume infatti declinazioni individuali, da considerare nella specificità di ciascuna ricerca. È proprio nella varietà di queste esperienze e nella possibilità di metterle in relazione senza annullarne le differenze che risiede una delle potenzialità più interessanti della manifestazione. Al termine della visita, ciò che rimane sono soprattutto gli incontri con le opere: alcune soluzioni formali, la sperimentazione sui materiali e i lavori capaci di instaurare un rapporto significativo con lo spazio. Arte Laguna Prize offre un panorama ampio e articolato, ma proprio questa ricchezza rende necessario un ripensamento delle modalità espositive. Dopo ventuno edizioni, la manifestazione dispone di una storia e di una dimensione internazionale che potrebbero sostenere una riflessione più ambiziosa sul piano curatoriale. L'allestimento, infatti, non è un elemento accessorio, ma una componente essenziale dell'esperienza artistica: orienta lo sguardo, suggerisce relazioni e contribuisce alla costruzione del significato. Ripensare la disposizione degli spazi significherebbe valorizzare maggiormente la diversità delle ricerche accolte, trasformando la vocazione internazionale della manifestazione da semplice pluralità di presenze in un progetto espositivo capace di mettere realmente in dialogo opere, linguaggi e visioni. Perché la qualità di una mostra non si misura soltanto nella quantità e nella varietà dei lavori presentati, ma anche nella capacità di costruire un percorso che ne valorizzi le differenze e restituisca al visitatore un'esperienza di lettura consapevole.
Efthalia Rentetzi








