"BELPAESE. A Photographic Journey" a M9: ’Italia attraverso un secolo di sguardi
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C’è un momento, nella storia della fotografia, in cui l’immagine smette di essere mera registrazione del reale per assumere la densità di un pensiero visivo, di un dispositivo epistemologico attraverso cui il mondo non viene soltanto mostrato, ma interrogato nella sua stessa possibilità di essere visto. È in questa soglia che si colloca BELPAESE. A Photographic Journey, progetto espositivo presentato da M9 Museo del ’900 a Mestre, nell’ambito di M9 Contemporaneo e curato da Denis Curti, che si configura come una riflessione estesa sulla natura conoscitiva dell’immagine e sulla sua capacità di farsi archivio critico della memoria collettiva. La mostra, aperta fino al 13 settembre 2026, si inserisce nel programma di M9 Contemporaneo e si sviluppa come riflessione sul rapporto tra immagine, memoria e costruzione della coscienza storica, articolando un percorso unitario di lettura della fotografia italiana del secondo Novecento.
Lontano da ogni deriva illustrativa o spettacolare, il progetto riafferma la fotografia come campo di tensione tra documento e interpretazione, tra indice del reale e sua incessante riscrittura simbolica. Le immagini non si limitano a testimoniare il mondo; lo scompongono, lo attraversano, lo ricompongono secondo una logica che non è mai puramente referenziale, ma sempre storicamente e culturalmente situata. In questa cornice interpretativa, l’Italia che emerge non è un’entità data, bensì una costruzione stratificata dello sguardo, una forma di pensiero che si deposita nel visibile.
L’allestimento costituisce il nucleo teorico implicito dell’intero dispositivo espositivo. Lo spazio non funziona come contenitore neutro, ma come infrastruttura percettiva attiva, in cui la visione viene continuamente decentrata e rilanciata. I pannelli modulari e riconfigurabili interrompono ogni linearità narrativa, dissolvendo la gerarchia tra le immagini e restituendole a una condizione di prossimità relazionale, quasi costellativa. La storia non procede, ma si dissemina; non si ordina, ma si intensifica in nuclei di senso che emergono per attrito e risonanza. Questa architettura della visione implica una trasformazione radicale dello statuto dello spettatore, che non si limita più a contemplare, ma è chiamato a costituire attivamente le connessioni tra i frammenti. La fotografia, sottratta alla sua tradizionale frontalità, diventa campo attraversabile, struttura ambientale in cui la percezione si fa pratica interpretativa. Ogni immagine è al tempo stesso soglia e residuo, traccia e possibilità di ulteriore significazione.
Il secondo livello del dispositivo è affidato alle proiezioni perimetrali, che introducono una temporalità espansa all’interno della fissità fotografica. Le immagini, sottoposte a variazioni minime ma decisive di scala, ritmo e dissolvenza, non vengono spettacolarizzate, ma piuttosto dilatate nella loro dimensione latente. Non si tratta di trasformarle in cinema, bensì di far emergere la loro durata implicita, quella temporalità sospesa che la fotografia contiene senza mai esplicitarla completamente. In questo spazio immersivo, la distinzione tra osservatore e oggetto osservato tende progressivamente a flettersi fino a quasi dissolversi. La fotografia non è più superficie, ma ambiente; non più rappresentazione, ma condizione percettiva. L’esperienza si configura come attraversamento più che come visione, come immersione in una rete di relazioni visive che precedono e eccedono ogni singola immagine.
Il progetto si articola a partire dal patrimonio fotografico della Fondazione di Venezia, con particolare riferimento al fondo acquisito nel 2007 da Italo Zannier, figura cruciale nella legittimazione teorica della fotografia italiana del secondo Novecento. Da questo archivio stratificato, accresciuto nel tempo da ulteriori integrazioni e donazioni, emerge una selezione di circa cinquanta opere che attraversano alcune delle principali traiettorie della fotografia italiana contemporanea. Autori come Mario Giacomelli, Ferdinando Scianna, Gianni Berengo Gardin, Mimmo Jodice, Fulvio Roiter, Nino Migliori, Luca Campigotto, Maurizio Galimberti, Elio Luxardo, Tazio Secchiaroli, Elisabetta Catalano e Francesca Spanio non vengono qui assunti come singolarità autoriali isolate, ma come nodi di una più ampia tessitura discorsiva. Le loro opere concorrono a delineare non un’immagine univoca del Paese, bensì un campo di forze in cui si confrontano modernizzazione e perdita, permanenza e dissoluzione, identità e disgregazione. Il “Belpaese” che ne risulta è una costruzione instabile, mai riconciliata con se stessa. Il paesaggio non appare come semplice sfondo geografico, ma come forma culturale sedimentata, luogo in cui si intrecciano storia sociale, memoria e trasformazione economica. La fotografia diventa così un esercizio critico sul visibile, una pratica di lettura del territorio che ne evidenzia le fratture più che le continuità, le ambiguità più che le sintesi.
In tale orizzonte interpretativo, BELPAESE. A Photographic Journey si configura come un dispositivo di conoscenza che interroga la possibilità stessa di una rappresentazione coerente dell’Italia contemporanea. Non si tratta di restituire un’immagine definitiva, ma di moltiplicarne le condizioni di leggibilità, di renderla instabile, attraversata, problematica. La fotografia non offre risposte, ma intensifica le domande che il reale pone a chi lo osserva. In un’epoca segnata dall’ipertrofia delle immagini e dalla loro circolazione incessante, il progetto riafferma la necessità di uno sguardo lento, analitico, interpretativo. Non perché la fotografia custodisca una verità più autentica, ma perché continua a esercitare una forma di resistenza alla semplificazione del visibile, mantenendo aperto lo spazio della complessità.
Efthalia Rentetzi


















