"Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore" a Ulassai: memoria e visioni del possibile
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Ulassai celebra i vent’anni della Fondazione Stazione dell’Arte con “Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore”, una mostra che si configura come un’indagine sul modo in cui l’esperienza biografica, quando attraversa la perdita, la distanza e lo sradicamento, si trasforma in forma simbolica e linguaggio. Dal 13 giugno, tra la Stazione dell’Arte e il CaMuC – Casa Museo Cannas, si sviluppa un percorso espositivo di oltre settanta opere che non si limita a mettere in relazione due figure del Novecento, ma costruisce un campo di riflessione condiviso: quello del “villaggio interiore”. L’ipotesi curatoriale, affidata a Paul Schneiter e Marco Peri, non cerca corrispondenze formali, ma affinità strutturali tra due sistemi poetici che trasformano il luogo d’origine in una geografia mentale, continuamente riscritta dall’immaginazione.
In Marc Chagall, la biografia non si stabilizza mai in racconto lineare. La perdita della patria, le migrazioni, le fratture storiche del Novecento non si traducono in rappresentazione nostalgica, ma in una rielaborazione continua dell’immagine. Vitebsk non è un luogo perduto, ma una presenza ricostruita per frammenti: una costellazione interiore in cui figure, animali e paesaggi si sospendono in una dimensione che sfugge alla gravità del tempo storico. L’opera diventa così uno spazio di sopravvivenza simbolica, in cui la memoria non conserva, ma reinventa.
In Maria Lai, il rapporto con l’origine assume una direzione diversa ma complementare. Il territorio non è oggetto di evocazione, bensì struttura relazionale. Il filo, la tessitura, la scrittura cucita e la narrazione orale non funzionano come elementi decorativi, ma come strumenti cognitivi attraverso cui l’esperienza individuale si apre alla dimensione collettiva. Ulassai non è soltanto un punto di partenza biografico, ma un principio generativo che si traduce in forma, gesto e racconto.
Il confronto tra i due artisti non si fonda dunque su analogie iconografiche, ma su una convergenza più profonda: entrambi costruiscono un linguaggio in cui il vissuto non viene rappresentato, ma trasformato. Il “villaggio interiore” diventa in questo senso una categoria critica, che descrive uno spazio in cui memoria e immaginazione non si oppongono, ma coincidono come processi attivi di produzione del senso.
La mostra restituisce così l’idea di un’arte che non conserva il passato, ma lo rielabora come materia viva, capace di generare nuove forme di esperienza. In questo movimento, il luogo d’origine non è mai chiuso nella nostalgia, ma si apre a una dimensione universale: quella in cui ogni biografia, attraversata dall’arte, diventa linguaggio condiviso.
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