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Biennale Architettura 2027: Wang Shu e Lu Wenyu riportano Venezia alla materia del reale a Palazzo Giustinian

  • 19 mag
  • Tempo di lettura: 4 min
A Palazzo Giustinian, Pietrangelo Buttafuoco con i curatori Wang Shu e Lu Wenyu durante la presentazione della Biennale Architettura 2027
A Palazzo Giustinian, Pietrangelo Buttafuoco con i curatori Wang Shu e Lu Wenyu durante la presentazione della Biennale Architettura 2027

La presentazione della Biennale Architettura 2027 avvenuta oggi a Palazzo Giustinian a Venezia si è imposta come un discorso che eccede deliberatamente la funzione di annuncio per assumere una forma quasi teorica, in cui l’architettura viene sottratta alla sua riduzione contemporanea a linguaggio tecnico o a dispositivo estetico e riportata invece alla sua dimensione originaria di interrogazione sul mondo abitato. Il contributo dei curatori Wang Shu e Lu Wenyu ha delineato un campo di pensiero in cui il progetto non è mai separabile dalla storia dei luoghi né dalla stratificazione materiale e simbolica che li costituisce, e in cui la città non è oggetto ma condizione problematica del pensiero stesso.

In questo senso il punto di partenza non è una visione del futuro, ma una diagnosi del presente, inteso come configurazione instabile in cui si intrecciano accelerazione tecnologica, omologazione dei modelli urbani e progressiva rarefazione dell’esperienza spaziale. La città contemporanea appare così attraversata da una doppia tensione, da un lato la spinta verso la neutralizzazione delle differenze attraverso sistemi globali replicabili, dall’altro la persistenza di sedimentazioni storiche e materiali che resistono a tale processo e che continuano a produrre senso nonostante la loro marginalizzazione.

Venezia, in questo quadro, non funziona come sfondo ma come struttura concettuale implicita dell’intero discorso, una sorta di figura estrema attraverso cui leggere la condizione urbana contemporanea nella sua forma più esposta. La sua fragilità non è soltanto fisica ma epistemologica, poiché riguarda la trasformazione della città in immagine, la possibilità che lo spazio urbano perda la sua densità esperienziale e diventi progressivamente una superficie osservabile ma non più abitabile. L’idea che Venezia non debba diventare una “città invisibile” si colloca precisamente in questo scarto tra presenza materiale e dissoluzione percettiva, tra città vissuta e città ridotta a rappresentazione.

All’interno di questo orizzonte il discorso curatoriale ha insistito sulla necessità di superare ogni opposizione binaria tra innovazione e tradizione, che non vengono più concepite come polarità contrapposte ma come dimensioni simultanee di un unico campo operativo. La modernità non appare quindi come un principio autonomo e autosufficiente, ma come una condizione attraversata da stratificazioni temporali eterogenee che ne determinano continuamente il significato e ne limitano ogni pretesa di assolutezza. In questo senso il progetto architettonico diventa un esercizio di negoziazione continua tra tempi diversi, piuttosto che un atto di affermazione lineare. Da tale impostazione deriva una riconsiderazione radicale della materia, che non è più intesa come semplice supporto tecnico ma come archivio implicito di conoscenze situate. Materiali, tecniche costruttive e pratiche artigianali vengono così ricollocati all’interno di una logica di continuità che lega il gesto del costruire alla durata dei contesti e alla loro trasformazione storica. L’architettura si configura allora come pratica inevitabilmente relazionale, in cui ogni intervento implica una presa di posizione rispetto alla stratificazione del mondo esistente.

La crisi evocata nel corso della presentazione non si lascia ricondurre a una singola dimensione interpretativa, poiché attraversa simultaneamente l’economia, la struttura sociale, la condizione ambientale e la dimensione culturale, fino a investire la possibilità stessa della città di mantenere una coerenza interna tra forma e significato. Ciò che viene messo in questione non è soltanto la trasformazione degli spazi urbani, ma la capacità delle città di continuare a produrre esperienza condivisa e riconoscibile, senza dissolversi in una somma di funzioni isolate. In questa prospettiva la nozione di coesistenza emerge come principio non esplicito ma strutturante dell’intero impianto concettuale, non come sintesi armonica ma come condizione inevitabile del contemporaneo, in cui differenti regimi di tempo e differenti logiche di produzione dello spazio insistono simultaneamente sullo stesso territorio senza possibilità di riduzione univoca. L’architettura, in tale scenario, non risolve la tensione ma la rende leggibile e abitabile, assumendo la complessità come propria materia costitutiva.

Il riferimento all’anno della Capra nel calendario cinese si inserisce in questa logica come figura simbolica di equilibrio e misura, non come elemento ornamentale ma come controcampo temporale rispetto a una modernità percepita come accelerata e discontinua. La sua evocazione introduce una riflessione implicita sulla possibilità di immaginare forme di sviluppo non interamente governate dalla logica della velocità e della produzione continua.

L’intervento di Pietrangelo Buttafuoco ha ulteriormente ampliato questa prospettiva, ricollocando Venezia dentro una genealogia storica in cui la città si definisce come spazio di attraversamento e trasformazione piuttosto che come entità chiusa su se stessa. Il richiamo a Marco Polo e al viaggio verso la Cina assume qui la funzione di figura paradigmatica dello scambio tra mondi, in cui l’identità non coincide con la fissità ma con la capacità di attraversare differenze e di trasformarsi attraverso esse.

La Biennale Architettura 2027, così come emerge dalla presentazione di oggi a Palazzo Giustinian, si configura pertanto come un dispositivo critico che eccede la forma espositiva per assumere la struttura di una interrogazione continua sul senso del costruire contemporaneo. Non si tratta di delineare un futuro compiuto dell’architettura, ma di riaprire una domanda fondamentale che riguarda la possibilità stessa del progetto: in che modo costruire senza interrompere la continuità tra memoria e trasformazione, senza ridurre la città a immagine e senza separare la forma dello spazio dalla vita che lo attraversa e lo costituisce.


Redazione


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