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Emily Kam Kngwarray: la grande retrospettiva alla Tate Modern

  • Immagine del redattore: ⠀
  • 13 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min
Emily Kam Kngwarray alla Tate Modern
Emily Kam Kngwarray alla Tate Modern

Chi si troverà a Londra nei prossimi giorni avrà l’opportunità di visitare la grande retrospettiva dedicata a Emily Kam Kngwarray alla Tate Modern, aperta fino all’11 gennaio 2026, curata da Kelli Cole, affiancata da Kim Moulton, Charmaine Toh, Genevieve Barton e Hannah Gorlizki. In parallelo, una mostra personale alla Pace Gallery sottolinea ulteriormente l’importanza di questo momento, segnando una definitiva consacrazione internazionale per un’artista che, fino a pochi decenni fa, era conosciuta quasi esclusivamente all’interno del contesto culturale dell’Australia centrale.

Emily Kam Kngwarray iniziò a dipingere in tarda età, nel 1988, dopo aver trascorso gran parte della sua vita come anziana Anmatyerr nella regione di Utopia, nel Territorio del Nord australiano. In circa otto anni di attività produsse un corpus impressionante: migliaia di opere oggi considerate tra le espressioni più potenti dell’arte del Novecento. Eppure, come sottolineano curatori e studiosi, il suo lavoro non discende da una genealogia modernista occidentale: nasce dal Dreaming, o Altyerr, un sistema di conoscenze viventi che intreccia terra, antenati, cerimonia e responsabilità collettiva.

La critica evidenzia che le analogie con l’astrazione gestuale occidentale sono riduttive: nei suoi dipinti non esiste un interesse per la forma in sé, ma la necessità di mantenere vivo il Paese, rinnovando attraverso il gesto pittorico il legame ancestrale con il territorio di Alhalker. Ogni punto, ogni campo cromatico, è una traduzione visiva di saperi tramandati oralmente e corporalmente, ben prima dell’arrivo di tela e acrilico.

Prima di dedicarsi alla pittura su tela, Kngwarray aveva lavorato a lungo nel batik, pratica tessile introdotta a Utopia negli anni Settanta e inizialmente considerata artigianato. Gli studiosi riconoscono oggi quanto questa esperienza abbia influito sul suo linguaggio pittorico: ritmo, sicurezza del gesto e capacità di organizzare superfici complesse affondano le radici nelle prime applicazioni di cera e colore su stoffa. Quando passò alla tela, il suo segno era già maturo, libero e sorprendentemente risoluto.

Opere fondamentali come Emu Woman e Ntang Dreaming mostrano come la pittura di Kngwarray sia al tempo stesso simbolica e fisica. Ntang Dreaming, realizzato con le dita, richiama l’erba stagionale da cui si ricavavano pigmenti per la decorazione cerimoniale del corpo femminile. Non si tratta di una rappresentazione del paesaggio, ma di una sua attivazione, un gesto di continuità culturale che trasforma la tela in luogo di memoria e rinnovamento.

Il successo, arrivato rapidamente dopo le prime esposizioni alla fine degli anni Ottanta, ha sollevato questioni etiche ampiamente discusse: il mercato ha spesso isolato Kngwarray come figura eccezionale, a scapito di altri artisti della comunità di Utopia. La pressione commerciale e la speculazione hanno messo in luce le fragilità di un sistema che non sempre ha saputo proteggere gli artisti aborigeni. Oggi, istituzioni e centri d’arte lavorano per ristabilire un equilibrio, promuovendo trasparenza, tutela e un riconoscimento più ampio del contesto collettivo da cui queste opere provengono.

La retrospettiva alla Tate Modern si inserisce in questa nuova fase critica. Non celebra soltanto una carriera individuale, ma propone una rilettura complessiva dell’opera di Kngwarray, restituendole la sua complessità culturale e spirituale. Accanto alle tele più note, il percorso espositivo mette in evidenza il legame profondo tra pratica artistica, cerimonia e territorio, offrendo al pubblico europeo strumenti per comprendere un universo visivo che non può essere assimilato alle categorie occidentali tradizionali.

Visitare questa mostra prima della chiusura significa confrontarsi con un’idea di arte che non separa estetica e vita, gesto e responsabilità. Emily Kam Kngwarray non è diventata centrale perché somigliava all’astrazione europea, ma perché ha portato nel cuore delle istituzioni globali una visione altra, antica e radicalmente contemporanea, capace di ridefinire ciò che oggi intendiamo per pittura.


Ilektra Zanella

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