François Xavier Saint Pierre a Palazzo Franchetti

A Venezia, all'interno di Palazzo Franchetti, la pittura diventa una forma di ascolto fino il 31 di ottobre. È questo il terreno su cui si muove “Un decimo”, la mostra di François Xavier Saint Pierre, pittore canadese da tempo veneziano d'adozione, concepita appositamente per la Biblioteca Morandiana, lo spazio dedicato a Giorgio Morandi (1890–1964).
Il titolo della mostra nasce da una frase quasi dimessa, e proprio per questo rivelatrice. In una lettera del 1930 Morandi scriveva di accontentarsi di riuscire a fare «la decima parte» di quanto aveva fatto Jean-Siméon Chardin. Da questa dichiarazione di umiltà — ma anche di sconfinata ambizione pittorica — Saint Pierre costruisce una mostra che attraversa secoli, geografie e linguaggi, mettendo in relazione Morandi, Chardin e la propria ricerca. Il risultato non è una semplice esposizione di opere ispirate alla storia della pittura, ma una vera conversazione transtorica, nella quale la pittura si interroga sulla propria trasmissione: cosa significa imparare da un artista del passato? Che cosa resta di un dipinto quando lo si osserva, lo si ricostruisce, lo si ripete? E soprattutto: quale sapere appartiene alla mano, all'occhio e al gesto, e quale invece può essere trasmesso attraverso i libri?
Il rapporto tra Morandi e Chardin costituisce il punto di partenza concettuale della mostra. Il pittore francese, vissuto tra il 1699 e il 1779, occupava un posto privilegiato nell'immaginario di Morandi, che nella propria biblioteca conservava ben cinque monografie dedicate al maestro. A unirli, oltre alla celebre attenzione per la natura morta, è una particolare qualità dello sguardo. Gli oggetti di Chardin e quelli di Morandi sembrano perdere progressivamente la loro rigidità: i contorni si fanno morbidi, le superfici vibrano, le forme sembrano emergere e contemporaneamente dissolversi nella materia pittorica.
È proprio questa zona di indeterminatezza a interessare Saint Pierre. La sua ricerca non mira a riprodurre semplicemente le immagini del passato, ma a entrare nel processo attraverso cui un'immagine viene costruita. La pittura diventa così una forma di conoscenza che non passa necessariamente dalle parole. È un sapere aptico, fisico, fatto di pigmenti, sovrapposizioni, correzioni, ripetizioni e gesti. Un sapere che si comprende davvero soltanto facendolo. In questo senso, “Un decimo” si inserisce in una lunga riflessione della pittura moderna: non dipingere soltanto ciò che vediamo, ma provare a dipingere il modo in cui vediamo.
Uno dei nuclei centrali della mostra è la ricostruzione di Il vaso di albicocche (1758) di Chardin, oggi conservato presso l'Art Gallery of Ontario di Toronto, città natale di Saint Pierre. L'opera nasce da una ricerca dedicata alle tecniche pittoriche del Settecento e non va intesa come una semplice copia. Nel gesto della ricostruzione si apre infatti una domanda più ampia sull'autenticità e sulla trasmissione dell'esperienza artistica. Che cosa significa rifare un dipinto antico? Quanto della conoscenza di un'opera è contenuto nella sua immagine e quanto, invece, nella materia con cui è stata realizzata? Accanto alla ricostruzione Saint Pierre presenta quattro opere correlate, ciascuna sviluppata secondo una propria logica cromatica. La ripetizione diventa così uno strumento di ricerca: ripetere non significa necessariamente replicare, ma osservare le differenze che emergono ogni volta che un'immagine viene nuovamente attraversata; è una prospettiva particolarmente significativa in una mostra ospitata in una biblioteca, luogo per eccellenza della conservazione e della trasmissione del sapere.
Un secondo gruppo di dipinti prende avvio da un'immagine apparentemente semplice: un vessillo, o uno stendardo, intravisto attraverso una finestra. Da questo frammento visivo Saint Pierre apre un'altra genealogia. I riferimenti agli stendardi militari della cavalleria romana si intrecciano con la tradizione figurativa italiana, evocando in particolare Tiepolo e Mantegna. Qui il dipinto si confronta con la capacità di un segno di diventare simbolo. Uno stendardo non è soltanto un oggetto: è un'immagine che identifica, aggrega, rappresenta una collettività. La pittura diventa dunque il luogo in cui un attributo visivo può trasformarsi in una dichiarazione di appartenenza. Ancora una volta, Saint Pierre lavora sulla distanza tra l'oggetto e la sua rappresentazione, tra ciò che vediamo e ciò che riconosciamo.
A completare il percorso è Pittrici, una serie di dieci piccoli pannelli ispirati a un'immagine storica tratta dal frontespizio di un trattato francese sulla pittura pubblicato nel 1699: una donna davanti a un cavalletto. La scelta del soggetto acquista un significato particolare proprio all'interno della Biblioteca Morandiana. L'immagine proviene da un libro e ritorna nella forma della pittura, creando un cortocircuito tra due modalità di trasmissione del sapere. Da una parte c'è la conoscenza codificata nel testo; dall'altra quella, irriducibile alle parole, che nasce dalla realizzazione concreta di un'immagine.
I dieci pannelli non insistono dunque sulla riproduzione dell'archetipo, ma sulla variazione. Una stessa idea può essere ripetuta dieci volte e non essere mai identica a se stessa. È qui che la serialità diventa esperienza; ogni nuova versione conserva qualcosa della precedente e, nello stesso tempo, se ne allontana. La figura della pittrice davanti al cavalletto richiama inoltre quella dimensione solitaria e introspettiva che appartiene da sempre all'immaginario dell'artista. Un'immagine che può essere accostata all'imperativo di Agnes Martin di «dipingere con le spalle al mondo»: una pittura che non cerca necessariamente il rumore dell'esterno, ma la concentrazione assoluta dell'atto creativo.
Forse è proprio la Biblioteca Morandiana a rendere particolarmente eloquente il progetto di Saint Pierre. Qui i dipinti non sono isolati dal mondo delle immagini che li hanno preceduti. Al contrario, sembrano nascere da una biblioteca invisibile fatta di libri, riproduzioni, trattati, opere d'arte e gesti tramandati. La presenza di Morandi è concreta e insieme discreta. Accanto alle incisioni originali dell'artista bolognese, Saint Pierre presenta anche una nuova serigrafia, creando un ulteriore passaggio tra originale e traduzione, tra documento e nuova opera. In questo contesto, il titolo “Un decimo” assume una risonanza particolare. La frase di Morandi su Chardin non parla soltanto di misura o di modestia. Parla del rapporto con una tradizione: dell'impossibilità — e forse della necessità — di ricominciare sempre da qualcosa che è già stato fatto. Saint Pierre accetta quella distanza e la trasforma in metodo; non cerca di essere Chardin, né Morandi. Cerca piuttosto di capire cosa accade quando una pittura viene osservata così a lungo da diventare esperienza, quando un'opera del passato smette di essere soltanto un'immagine e diventa un gesto che può essere nuovamente compiuto. Un decimo è, in questo senso, una mostra sulla pittura e sulla memoria della pittura. Ma è anche una mostra sul tempo: sul modo in cui le immagini attraversano i secoli, cambiano significato, vengono imitate, studiate, ricostruite e infine trasformate.
E forse proprio quel “decimo” evocato da Morandi è la misura ideale di questa mostra: non la pretesa di ripetere un capolavoro, ma la possibilità di avvicinarsi ad esso, abbastanza da imparare qualcosa dalla sua materia, dal suo silenzio e dal suo mistero.
Efthalia Rentetzi








