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Il dipinto "San Rocco distribuisce i suoi beni ai poveri" di Giovanni Antonio Fumiani

  • Immagine del redattore: ⠀
  • 27 nov 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 29 nov 2025

Fig. 1 - Antonio Fumiani - Donna bionda di schiena con un nastro azzurro tra i capelli (particolare).
Fig. 1 - Antonio Fumiani - Donna bionda di schiena con un nastro azzurro tra i capelli (particolare).

Ancora per pochi giorni abbiamo la fortuna di poter osservare da vicino questa grande tela, dipinta per il soffitto della chiesa da Giovanni Antonio Fumiani, che rappresenta San Rocco distribuisce i suoi beni ai poveri. Il dipinto è stato abbassato per realizzare il restauro che ammiriamo con compiacimento.

Grazie a questa opportunità è possibile considerare, oltre alle architetture che inquadrano la vicenda e ai numerosi personaggi, ben visibili dal basso perché di grandi dimensioni, una serie di dettagli delicati sui quali è bello soffermarsi finché è possibile e che altrimenti sfuggirebbero alla vista a causa dell’altezza e dell’illuminazione. Sia quella naturale, che vari continuamente, che quella artificiale, fino ad ora poco efficace.

Ma a breve verrà predisposto un impianto di illuminazione che consentirà la migliore visione possibile di questo superbo brano di pittura barocca. La pulitura della superficie dipinta e il tensionamento della tela ci permettono di osservare i colori ricchissimi e preziosi, i giochi di luce e ombra e gli effetti dei contrasti. Il senso della narrazione incalzante e il classicismo improntano ogni cosa.

L’episodio rappresentato riguarda la gioventù di Rocco, di famiglia nobile e ricca, nato da genitori già avanti con gli anni, che avevano atteso a lungo, pregando, la nascita di un figlio. Saranno accontentati e l’evento preannunciato con segni miracolosi. Rimasto orfano, ancora ragazzo, decise di porsi al servizio dei bisognosi nel nome di Gesù e, prima di intraprendere il pellegrinaggio che lo porterà in Italia e a Roma, prima di scoprire la vocazione taumaturgica ed essere egli stesso colpito dalla peste, distribuirà quanto possedeva ai poveri. Gesto che testimonia concretamente la sua volontà di troncare l’esperienza fin lì percorsa per iniziare una nuova esistenza, tutta dedicata al cristianesimo vissuto, donando sé stesso agli altri, che lo condurrà, infine, all’onore degli altari. Questo è un messaggio che colpisce, un gesto teatrale inquadrato in una scenografia altisonante nello spirito dell’enfatica iconografia religiosa dell’epoca barocca. Qui il santo è il fulcro della rappresentazione e indossa gli stessi abiti che Tintoretto aveva confezionato per lui nei due teleri ai lati dell’altar maggiore mentre risana gli appestati e mentre viene visitato dall’angelo: pantaloni azzurri, mantellina del pellegrino (pellegrina), casacca rosata. Ogni altra figura è in relazione con lui. È attorniato da un’umanità fremente e vivace che anima il dipinto. Personaggi ben caratterizzati, abiti accuratamente definiti, scolpiti addosso. Vi sono madri con i figli in braccio, una donna si avvia sui gradini per raggiungere Rocco (fig. 1) tenendo per mano il suo bambino. Sulla destra una giovane osserva stupita la grande moneta d’argento ricevuta, accanto a lei un’altra parla con un bimbetto (fig. 2).

Fig. 2 - Antonio Fumiani - Sulla destra una giovane osserva stupita la grande moneta d’argento ricevuta, accanto a lei un’altra parla con un bimbetto (particolare).
Fig. 2 - Antonio Fumiani - Sulla destra una giovane osserva stupita la grande moneta d’argento ricevuta, accanto a lei un’altra parla con un bimbetto (particolare).

Ai piedi della scalinata una mamma con un lattante cui una ragazzina, con gesto spontaneo e immediato, sta schioccando un baci mentre gli dona un frutto (fig. 3). Il pittore descrive le loro acconciature elaborate, quella della donna bionda di schiena con un nastro azzurro (fig. 4) tra le trecce e gli abiti, le emozioni che li pervadono, i sentimenti di stupore e riconoscenza. Alcuni uomini sono molto vicini a Rocco, lo circondano e tendono le mani invocando la sua generosità così che si crea un movimento coinvolgente di mani, come un moto convergente, un concentrato di impulsi di grande suggestione ed effetto. Vi sono poveri cenciosi, viandanti col bastone, uno ha posato la bisaccia e la zucca per l’acqua. Un’umanità varia e animata. Il moretto elegantissimo in basso a destra (fig. 5) con berretto, mantello e calzoni rosati con un filo di perle attorno al polso che trattiene un levriero e, più sopra, un ragazzino con una scimmietta rinviano al repertorio veronesiano.

Fig. 3 - Antonio Fumiani - Una mamma con un lattante cui una ragazzina sta schioccando un bacio mentre gli dona un frutto (particolare).
Fig. 3 - Antonio Fumiani - Una mamma con un lattante cui una ragazzina sta schioccando un bacio mentre gli dona un frutto (particolare).

Fig. 4 - Antonio Fumiani - Donna bionda di schiena con una pettinatura molto elaborata (particolare).
Fig. 4 - Antonio Fumiani - Donna bionda di schiena con una pettinatura molto elaborata (particolare).

La vicenda si svolge in un contesto architettonico potente, evocativo. Il soffitto della chiesa, illusionisticamente, si apre in un cielo azzurro solcato da nubi (fig. 6). Fumiani, maestro quadraturista, tecnica che aveva appreso all’inizio della carriera, frequentando la bottega di Domenico Degli Ambrogi a Bologna, crea una prospettiva che sfonda l’architettura reale. Gli spettatori si vengono a trovare in un ambiente maestoso, decorato da sculture, che evoca il nobile palazzo di famiglia.

Risultato teatrale, tipicamente barocco ma che risente il fascino e le suggestioni della lezione di Paolo Veronese. Le tre grandi tele del soffitto della chiesa di San Sebastiano sembrano interiorizzate e reinterpretate. E l’effetto che questo dipinto produce, vedendolo da vicino, è molto simile a quello che si osservò quando quei dipinti furono abbassati per essere esposti in Palazzo Grimani. I soggetti rappresentati, enormi in quel contesto, pieni di energia e bellezza, raggiungevano con forza straordinaria lo spettatore lasciando per sempre un ricordo indelebile.

Fig. 5 - Antonio Fumiani - Il moretto elegantissimo in basso a destra con berretto, mantello e calzoni rosati (particolare).
Fig. 5 - Antonio Fumiani - Il moretto elegantissimo in basso a destra con berretto, mantello e calzoni rosati (particolare).
Fig. 6 - Antonio Fumiani - Il soffitto della chiesa, illusionisticamente, si apre in un cielo azzurro solcato da nubi (particolare).
Fig. 6 - Antonio Fumiani - Il soffitto della chiesa, illusionisticamente, si apre in un cielo azzurro solcato da nubi (particolare).

La dimensione reale della chiesa, le sue proporzioni, vengono sovrastate da questa poderosa architettura fittizia, realizzata con il pennello, ma non per questo meno reale, ricca di suggestioni, che si impone e qualifica il contesto. E, si consideri, come l’architettura della chiesa fosse diversa nel 1675, al momento dell’esecuzione del dipinto, poiché si trattava ancora della vecchia chiesa. Una cinquantina di anni dopo il sacro edificio verrà ricostruito su progetto di Giovanni Scalfarotto. Solo il presbiterio e la cupola rimasero com’erano. Il dipinto sarà posizionato sul soffitto della nuova costruzione, adattandosi alla mutata situazione e, per quanto si vede, con buoni risultati. Nella chiesa cinque tele vengono dedicate a celebrare san Rocco attraverso episodi emblematici della sua vita, rappresentazioni edificanti che fissano in immagini quel modello di cristianesimo inducendo i devoti a riflettere sulle sue virtù taumaturgiche, ad affidare al santo le preghiere, le invocazioni. A richiedere miracoli. I primi quattro quadri sono opera di Jacopo Tintoretto e si trovano, a due a due, ai lati dell’altare. Erano stati immaginati dalla Scuola fin dal 1528 quando venne predisposto il piano decorativo della cappella maggiore che prevedeva l’esecuzione di quattro dipinti disposti ai lati dell’altare «cum la historia de misser san Roccho». Tuttavia solo nel 1549 fu realizzato il primo, San Rocco risana gli appestati. Poi vennero nel tempo gli altri: San Rocco risana uomini e animali, La cattura di san Rocco durante la battaglia di Montpellier, San Rocco visitato in carcere dall’angelo. Nella chiesa, di quelli dedicati all’agiografia del titolare, questo di Fumiani, è l’ultimo a essere realizzato ma il primo, in ordine cronologico, nella biografia di Rocco, a indicare l’inizio del percorso di santità. Considerando gli esiti pittorici di Tintoretto e Fumiani, altissimi, si può comprendere come i due maestri, che erano anche confratelli, rappresentino in questa chiesa, con l’eccellenza del loro pennello, le storie esemplari del santo taumaturgo, così vicino all’umanità sofferente, affinché restino impresse nel cuore dei devoti e nelle loro menti e siano di sollievo per lo spirito e per il corpo.

Della biografia di Fumiani non molto si sa. Nacque a Venezia il 24 luglio 1643 come si evince dall’atto di battesimo. Il sacramento gli fu impartito il 3 agosto nella chiesa di San Barnaba. Giovanissimo andò a Bologna ad apprendere la pittura. Lo storico bolognese Carlo Cesare Malvasia autore di Felsina pittrice, raccolta di biografie di artisti, lo ricorda come «piccolo putto allevatosi in casa [di Domenico degli Ambrogi] e divenuto così bravo frescante ed olista [pittore ad olio] facendo onore non meno alla sua patria Venezia […] che alla città di Bologna, dalla quale riconosce e confessa i principii del su vigoroso aumento» cioè delle competenze pittoriche lì acquisite soprattutto in materia di prospettiva e quadratura. Il 28 gennaio 1662 sposa Caterina Barzan da cui avrà sei figli, cinque femmine e un maschio che nel 1683 verrà tenuto a battesimo dal pittore Sebastiano Bombelli, ricercato ritrattista, con il quale, evidentemente, Giovanni Antonio era in buoni rapporti. Nel 1668 firma e data la pala con la Vergine e santi per la chiesa di San Beneto a Venezia dove sono evidenti i debiti nei confronti di Ludovico Carracci. Nelle prime opere veneziane la lezione bolognese appare esplicita, partecipata. Avrà bottega in Corte dei preti a San Pantalon e alcuni fatti salienti della sua esistenza, quei pochi che si conoscono, si svolgeranno proprio intorno alla parrocchia. Per quella chiesa realizzerà il capolavoro della sua vita, il soffitto con il Martirio e la gloria di san Pantaleone, iniziato nel 1686. Impresa grandiosa e senza pari per dimensioni, composta riunendo insieme numerose tele, la cui esecuzione si concluderà oltre vent’anni dopo.

Opera illusionistica che dilata lo spazio dell’architettura reale proseguendo col pennello le colonne della chiesa verso l’immensità di un cielo altissimo dove il santo titolare verrà martirizzato e, quindi, elevato in gloria. La straordinaria pittura, capolavoro del barocco veneziano e la più vasta in quanto a superficie dipinta, è stata accostata per i risultati raggiunti a quanto realizzato da padre Andrea Pozzo nel soffitto della chiesa romana di San Ignazio di Loyola con la Gloria del santo. Nell’ottobre 1706, mentre si dedicava a concludere questo intervento imponente, che suscitava curiosità, stupore e ammirazione anche per lo straordinario effetto generale, venne consentito che, eccezionalmente, il soffitto della chiesa venisse scoperto anzitempo, per otto giorni, al fine di concedere all’elettrice di Baviera, in visita a Venezia, di poterlo ammirare. E con lei lo vide anche la nobiltà veneziana.

La sua opera fu, in generale, molto apprezzata anche al di là dei confini lagunari come attestano le commissioni per Ferdinando Maria de’ Medici, principe di Toscana, per Alessandro Conti di Lucca, per Piacenza dove realizzò le scenografie per il Coriolano rappresentato in occasione della nascita di Odoardo Farnese, per chiese di Vicenza, Treviso e del Trevigiano, di Padova, Este e molti altri luoghi. Eseguì vari dipinti per le chiese veneziane e cartoni per i mosaici di San Marco.

Si ritiene che il telero per il soffitto sia del 1675. Nel 1676 divenne decano della Scuola e, due anni più tardi, per la chiesa, consegnò Cristo scaccia i mercanti dal tempio.

A fronte di tanta operosità e impegno, di tanto apprezzamento e soddisfazione però la condizione economica di Giovanni Antonio dovette essere alquanto incerta. Perlomeno alla fine della vita con difficoltà a mantenere la sua famiglia. Lo si sa per voce della moglie, dopo la sua morte, avvenuta l’8 aprile 1710, a sessantasei anni, «da febre et infiamazion giorni 9». Sepolto a San Pantalon la sua tomba andò perduta in seguito al rifacimento della chiesa nel Settecento. La vedova, il 20 gennaio 1712 ( m.v. 1711), presenta una supplica alla Scuola di San Rocco.

La situazione di necessità in famiglia era tale che la figlia Perina, ventenne, promessa in matrimonio, non aveva dote. Chiedeva pertanto all’Arciconfraternita soccorso per maritarla ricordando i meriti e l’attività del marito in quanto confratello e artista benemerito che aveva realizzato per riconoscenza, dopo essere stato nominato decano, le pitture a fresco sulla cupola alla sommità dello scalone con la Celebrazione Allegorica dei meriti religiosi e assistenziali della Scuola. Il 20 gennaio padre Bosio della parrocchia di San Pantalon rilasciò una dichiarazione attestante la povertà. Con loro, nell’abitazione presso il ponticello di San Rocco, vi era anche Laura, sorella di Perina, cieca. Delle altre tre figlie due erano monache, una soltanto, Lucrezia, risultava maritata. L’unico figlio maschio allora non ancora trentenne, essendo nato nel 1683[1], di cui si ignora la professione, viene ricordato dalla madre in viaggio «per il mondo». La povera Caterina, da ben sette anni, di lui non aveva più alcuna notizia. Fortunatamente la richiesta verrà accolta. L’argomento cui era dedicata quella cupola forse fu beneaugurante. Perina riceverà 50 ducati che le consentiranno il matrimonio.

Queste informazioni circostanziate, ricavate da documenti conservati presso l’Archivio della Scuola e l’Archivio di Stato di Venezia, in parte pubblicati da Paola Rossi ancora nel 1985[2], attestano come il pittore, e la sua famiglia, vivesse, avesse bottega, conducesse attività sociale e pratica religiosa nei pressi della chiesa di San Pantalon e delle vicinissime Scuola e chiesa di San Rocco. Entro un perimetro ristrettissimo. Proprio lui che, a dispetto di tanto angusti limiti, era solito mettere in scena esuberanze barocche, illusioni prospettiche, meraviglie, vasti spazi e scenografie grandiose che allora nessun pittore veneziano poteva eguagliare.

 

[1] Archivio Scuola Grande di San Rocco, Registro delle parti, I, c, 126v.

[2]P. Rossi, La Scuola Grande di San Rocco committente di artisti (Antonio Smeraldi, Enrico Merengo, Antonio Molinari, Giovanni Antonio Fumiani, Ambrogio Bon, Santo Piatti), «Arte Veneta», XL, 1985, pp.194-203.



Amalia Donatella Basso

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