Il Salone dell’Artigianato di Venezia 2026: tra tradizione, presenze internazionali e nuove energie

Il Salone dell’Artigianato di Venezia si è presentato quest’anno con un profilo più discreto rispetto alle aspettative e alle edizioni capaci di richiamare una maggiore concentrazione di firme e protagonisti di rilievo. L’impressione complessiva è stata quella di una manifestazione più raccolta, meno incline alla ricerca dell’effetto e, forse proprio per questo, interessante da osservare anche attraverso ciò che ha scelto di mettere in evidenza — e ciò che, invece, avrebbe potuto valorizzare maggiormente.
Non sono mancate alcune presenze internazionali, a conferma di una vocazione che rimane importante per un appuntamento ospitato in una città come Venezia, naturalmente predisposta al confronto tra culture, linguaggi e tradizioni differenti. Tuttavia, rispetto alla dimensione internazionale, la componente delle grandi firme è apparsa meno consistente, lasciando emergere una sensazione di maggiore sobrietà rispetto ad altre edizioni.
Eppure, proprio all’interno di questa dimensione più contenuta, si è potuto cogliere uno degli aspetti più interessanti del Salone: la presenza delle scuole veneziane e delle realtà legate alla trasmissione dei mestieri artigianali. È stata probabilmente questa una delle parti più vive e convincenti della manifestazione. Insieme alle merlettaie, le scuole hanno saputo trasformare lo spazio espositivo in un luogo di incontro, di dimostrazione e di dialogo. Non semplicemente una successione di manufatti da osservare, ma un ambiente nel quale l’artigianato tornava alla sua dimensione più autentica, quella del gesto, della conoscenza condivisa, della manualità e del tempo necessario alla realizzazione.
In un contesto nel quale spesso l’artigianato rischia di essere raccontato soprattutto attraverso il risultato finale, la possibilità di vedere le tecniche, ascoltare chi le conosce e osservare giovani studenti confrontarsi con la materia ha restituito alla manifestazione una dimensione particolarmente contemporanea. Perché la tradizione, quando è realmente viva, non è soltanto conservazione ma è trasmissione, interpretazione e capacità di rinnovarsi. È proprio su questo patrimonio che il Salone potrebbe, nelle prossime edizioni, costruire una parte ancora più significativa della propria identità.
Venezia possiede infatti una ricchezza artigianale che va ben oltre la presenza di atelier affermati e di nomi riconosciuti a livello internazionale. Esiste una rete fatta di scuole, giovani, maestri, merlettaie e piccoli laboratori nei quali continuano a vivere competenze preziose. Sono realtà che raccontano una Venezia meno monumentale e più autentica, una città nella quale il sapere artigiano non appartiene soltanto al passato, ma continua a cercare nuove forme per abitare il presente.
Per questo appare quasi un’occasione mancata il fatto che alcune di queste presenze, pur avendo contribuito in maniera così evidente a rendere più interattivo e vitale il Salone, non abbiano trovato una valorizzazione altrettanto forte nella comunicazione ufficiale e, in particolare, nel catalogo della manifestazione.
Un catalogo non è soltanto uno strumento documentario; è anche una dichiarazione di intenti, una mappa attraverso la quale il visitatore comprende quali siano le realtà che la manifestazione considera parte integrante del proprio racconto. Inserire con maggiore evidenza scuole, merlettaie e giovani interpreti dell’artigianato veneziano avrebbe significato riconoscere loro non un ruolo semplicemente complementare, ma una precisa dignità culturale.
La questione, naturalmente, non è quella di contrapporre le realtà locali alle presenze internazionali, né di sostituire le firme più note con una dimensione esclusivamente territoriale. Al contrario, la forza di un Salone contemporaneo potrebbe risiedere proprio nella capacità di mettere queste realtà in relazione; il grande nome accanto al giovane talento, la tradizione veneziana accanto alla ricerca internazionale, il maestro accanto allo studente in un equilibrio che potrebbe nascere un racconto più originale e riconoscibile dell’artigianato a Venezia. Al contrario, la forza di un Salone contemporaneo potrebbe risiedere proprio nella capacità di mettere queste realtà in relazione: il grande nome accanto al giovane talento, la tradizione veneziana accanto alla ricerca internazionale, il maestro accanto allo studente, in un equilibrio dal quale potrebbe nascere un racconto più originale e riconoscibile dell’artigianato a Venezia.
L’edizione di quest’anno, dunque, pur lasciando la sensazione di un appuntamento complessivamente più sottotono e meno ricco di firme rispetto ad altre occasioni, ha avuto il merito di mostrare una direzione possibile. Quella di un Salone non soltanto vetrina, ma luogo di esperienza; non soltanto esposizione, ma spazio di formazione e confronto.
Le scuole e le merlettaie hanno dimostrato che il pubblico può essere coinvolto non solo attraverso ciò che viene esposto, ma attraverso ciò che accade davanti ai suoi occhi. È una differenza sostanziale: l’artigianato smette di essere una realtà da contemplare e diventa un sapere da incontrare.
Forse è proprio questa la sfida che Venezia potrebbe raccogliere per le prossime edizioni: investire maggiormente su ciò che già possiede e che spesso rischia di rimanere ai margini della narrazione ufficiale. Dare più spazio alla formazione, ai giovani, alle tecniche e alle persone che custodiscono questi saperi significherebbe non soltanto valorizzare il territorio, ma offrire al Salone un’identità più forte, contemporanea e profondamente veneziana. Perché il futuro dell’artigianato non si misura soltanto nel numero delle firme presenti, ma anche nella capacità di far comprendere chi quelle firme le raccoglierà domani. E in questo senso, tra i corridoi del Salone, qualche segnale interessante si è già visto.
Redazione








