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Intervista a Keisuke Matsuoka

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  • 20 dic 2025
  • Tempo di lettura: 7 min
Keisuke Matsuoka
Keisuke Matsuoka

Cosa significa pensare l’essere umano al di là di ogni identità prescritta? In questa intervista, Keisuke Matsuoka articola una ricerca rigorosa e stratificata sull’umanità come condizione universale, instabile e continuamente ridefinita. Attraverso una pratica scultorea che mette in tensione materia e dissoluzione, forma e perdita, l’artista costruisce un pensiero visivo in cui creazione e distruzione coincidono, aprendo a una lettura filosofica dell’esistenza come processo. Ringraziamo Keisuke Matsuoka per aver condiviso con Interactive Art Magazine la profondità della sua visione e per averci guidati, con rara lucidità, dentro le forme mutevoli dell’umano.


INTERACTIVE ART MAGAZINE: La sua mostra “Le forme dell’umanità” nasce dal tentativo di indagare l’“essere umano universale”, al di là di identità culturali, etniche o geografiche. Come si è sviluppato questo concetto nella sua ricerca e in che modo le superfici, le fratture e le composizioni delle sue opere mettono in discussione l’idea di un’identità univoca e definita?

KEISUKE MATSUOKA: La motivazione della mia produzione e della mia ricerca risale alla domanda che è germogliata in me: «che cos’è l’essere umano?» e alla conseguente riflessione che mi sono posto da vari punti di vista, antropologico, biologico, filosofico e in seguito sociale.In primo luogo, partendo dalla prospettiva secondo cui l’essere umano è un animale, ho realizzato una figura umana intrisa di tratti ferini, ≪a potential form≫.  Successivamente, ponendo l’accento sull’idea che gli essere umani siano parte della natura, organismi in relazione circolare con il mondo, il mio lavoro si è sviluppato in ≪a tree man≫, una trasformazione dell’uomo in elemento vegetale. Inoltre, studiando i contesti storici e le questioni socio-politiche contemporanee, come quelle relative al tema dei rifugiati, ho fatto evolvere la mia ricerca di una “forma universale dell'umanità” universale, inserendo nuove riflessioni riguardanti tali aspetti . Queste analisi non si escludono a vicenda, ma piuttosto indicano un aumento delle prospettive per esaminare l'esistenza umana in modo più sfaccettato. Sono un atto di comprensione più tridimensionale dell'umanità. Inoltre, studiando i contesti storici e le questioni socio-politiche contemporanee, come quelle relative al tema dei rifugiati, ho fatto evolvere la mia ricerca di una “forma universale dell'umanità” universale, inserendo nuove riflessioni riguardanti tali aspetti . Queste analisi non si escludono a vicenda, ma piuttosto indicano un aumento delle prospettive per esaminare l'esistenza umana in modo più sfaccettato. Sono un atto di comprensione più tridimensionale dell'umanità. Per quanto riguarda la matericità e la composizione delle opere, non accetto in modo acritico i concetti esistenti di arte e scultura, ma li riconsidero interiormente, perseguendo nuove sperimentazioni. Ciò può derivare dal mettere in discussione la nozione stereotipata di identità diffusa dalla società e dal voler coltivare un atteggiamento di pensiero autonomo.


I.A.M.: In molte sue opere la figura umana sembra smaterializzarsi, spaccarsi o espandersi in fratture e vuoti. Qual è, secondo lei, il rapporto tra fragilità, frammentazione e memoria, tra ciò che si distrugge e ciò che si ricostruisce nella scultura?

K.M.: Nella mia pratica artistica, l’esistenza fisica di una forma come materia solida non è un requisito assoluto per un’opera. Ad esempio, anche l’aria prodotta dalla combustione di un legno può diventare scultura, se la definissi come tale. Così come considero l’“essere umano” da molteplici prospettive, affronto anche la pratica scultorea  in modo multidimensionale, incorporando nel processo creativo elementi che, secondo i canoni tradizionali della scultura, potrebbero essere considerati fallimenti o difetti. In particolare ritengo che nella scultura creazione e distruzione siano momenti inseparabili, due facce della stessa medaglia. Esiste davvero una differenza essenziale tra il colpo ispirato che determina la riuscita dell’opera e il colpo errato che elimina una parte che in realtà era necessaria? Nella mia visione, creazione e distruzione sono così strettamente intrecciate che si potrebbe affermare senza esitazione che creare è distruggere. Credo inoltre che ciò che viene ricostruito possieda valore invariato rispetto a prima della distruzione. Anche se non rimane più sotto forma di materia solida, il suo valore continua a esistere senza andare perduto, come accade nella legge di conservazione della massa. Di questo sono fermamente convinto.

 

I.A.M.: Nella grande installazione A Tree Man la figura sembra in continua trasformazione grazie all’uso di materiali magnetici e polvere di ferro. In che misura questa tecnica e questa materia diventano metafore di un’identità in costante negoziazione tra forma e dissoluzione, e come pensa che questa dinamica influisca sulla percezione del pubblico?

K.M: Per quanto riguarda la superficie di A tree man, scelgo consapevolmente di definirla “pelle”.I magneti aderiscono, attraverso la forza magnetica, alla rete metallica inserita nel legno che funge da corpo originario; la limatura di ferro, a sua volta, viene attratta dai magneti e, grazie a questa tensione invisibile, la scultura riesce a mantenere la sua forma. Nessuno di questi elementi è fissato in modo permanente: al semplice contatto, la superficie è soggetta a mutamenti continui. Ogni singolo magnete genera un piccolo campo magnetico e l’insieme di questi campi, sovrapponendosi, costituisce la pelle dell’opera. Attraverso questa struttura instabile, cerco di avvicinarmi a una rappresentazione la natura multiforme dell’esistenza umana. Anche l’identità, come questa pelle, emerge e si dissolve, appare e scompare: è un’entità profondamente instabile.Credo che tale dinamica abbia una forza espressiva capace di offrire allo spettatore la possibilità di interpretazioni che vanno oltre qualsiasi spiegazione verbale.

 

I.A.M.: Alcune teste in vetrofusione sembrano sospese fra stato solido e liquido, suggerendo figure in divenire. Come interpreta l’idea di transizione materiale nelle sue sculture, e ritiene che questo “limbo formale” possa servire a esplorare la soggettività, la trasformazione o l’indefinitezza dell’io?

K.M. :Trovo assolutamente affascinante il fenomeno stesso dei materiali che alterano la loro forma attraverso la temperatura e il passare del tempo. Il processo con cui il ferro o il vetro, una volta solidi, diventano liquidi sotto l'effetto del calore elevato per poi solidificarsi nuovamente una volta raffreddati, esercita su di me un’attrazione vicina all'alchimia. Anche se alcuni pezzi potrebbero non raggiungere la completa fusione del vetro o sviluppare crepe da raffreddamento, spesso  accetto questi esiti e li lascio così come sono. Questo atteggiamento suggerisce che il mio intento non risieda nel controllo perfetto della forma, ma nell’atto stesso della sua trasformazione. I materiali non sono semplici sostanze, ma elementi cruciali attraverso cui le mie idee prendono forma e vengono trasmesse. In essi si celano indizi per esplorare la soggettività, la trasformazione e l'indeterminatezza del sé.

 

I.A.M.: Nei suoi lavori emergono chiari riferimenti animistici e spirituali. In che modo l’idea di forze ancestrali si intrecciano con una scultura che è al tempo stesso concettuale e profondamente materica?

K.M. : Non mi considero un fervente sostenitore dell’animismo o della spiritualità, ma credo nell’esistenza di un “sesto senso” umano.Accade, ad esempio, che pensando intensamente a qualcuno, quella persona compaia improvvisamente, oppure che mia nonna, vivendo in campagna, mormori «sta per piovere» e poco dopo inizi davvero a piovere. Vorrei riuscire a incorporare nei miei lavori queste capacità umane che, in fondo, si collocano come un’estensione naturale dei cinque sensi. Se fosse possibile riportare alla luce nella società contemporanea le facoltà umane sepolte, non nascerebbe forse un’opera profondamente originaria e straordinaria?Il mio desiderio è creare opere che, attraverso il linguaggio universale della scultura, stimolino il sesto senso dello spettatore.

 

I.A.M.: Il progetto REFUGEES trasforma la figura umana in simbolo universale di vulnerabilità, perdita e spostamento. In che modo l’esperienza del soggetto “in cammino” ha ridefinito la sua idea di corpo, presenza e assenza nella scultura, e come può questo simbolo superare la specificità sociale e politica per toccare una dimensione più ampia della condizione umana?

K.M. : Come ho già accennato nelle risposte precedenti, così come i materiali mutano forma in base alle condizioni in cui si trovano, anche gli esseri umani essendo creature estremamente fragili, possono perdere facilmente il senso di sé a seconda dell’ambiente in cui vivono.Nel 2011, il terremoto e lo tsunami hanno causato danni devastanti anche nella prefettura di Miyagi, dove vivo. La vista delle persone rimaste immobili davanti alle proprie case spazzate via, alla terra strappata e ricoperta di macerie, rispecchia la condizione dei rifugiati costretti ad abbandonare in lacrime la loro terra natale. È una situazione profondamente instabile, che genera una profonda crisi di identità. Si tratta di un rischio che riguarda tutti gli esseri umani in egual misura, così come la morte stessa. È proprio in questa vulnerabilità che sento di intravedere una figura universale dell’essere umano.Nella scultura, le forme che abitano un corpo da cui gli elementi identitari individuali sono stati raschiati, strappati o distrutti mi appaiono crudeli e, al tempo stesso, di una bellezza intensa. Forse anche l’essere umano, in fondo, è fatto di questa stessa natura.

 

I.A.M. :  Il suo processo artistico sembra essere un campo di tensione dove creare e distruggere sono parti di un’unica dinamica. Può raccontarci come questo processo si relaziona con la sua idea di vita, identità e ciclo esistenziale, e come le sue opere possano essere lette come testimonianza di una filosofia della trasformazione perpetua?

K.M.: Come ho già detto, per me creazione e distruzione sono inseparabili, due facce della stessa realtà, e sono alla continua ricerca di ciò che esiste nel loro spazio di confine. L’espressione “trasformazione incessante”, citata nella domanda, mi ha colpito profondamente. Noi siamo passeggeri a bordo di una minuscola nave chiamata Terra, che viaggia all’interno di un universo in continua espansione, a una velocità che supera quella della luce. Nulla nella materia rimane statico; tutto è in uno stato di trasformazione perpetua.Quando l’essere umano viene osservato attraverso questa sensibilità, quali forme di espressione possono emergere? È una ricerca che continuo a portare avanti ancora oggi.

 

I.A.M.: La mostra include anche bozzetti, modelli e diari, che introducono lo spettatore nello spazio mentale del suo studio. Quanto è importante per lei mettere in dialogo il “dietro le quinte” creativo con le opere.

K.M.: Da circa dieci anni preferisco trasferire il mio studio negli spazi espositivi. Talvolta rimuovo il pavimento dello studio per riposizionarlo nella sala della della mostra, oppure applico manifesti, disegni alle pareti in modo simile, o realizzo performance di creazione pubblica, facendo vivere lo spazio anche attraverso l’interazione attiva degli spettatori.La mia pratica artistica si svolge in unl contesto di una “trasformazione incessante”. Ciò significa che quando un’opera viene collocata in uno spazio espositivo, non per questo è da ritenersi conclusa; l’opera continua a evolversi fin dal momento in cui è iniziata la sua realizzazione e persiste anche dopo l’esposizione. Da questo punto di vista, mostrare le fasi iniziali della creazione, il dietro le quinte, il processo e i prototipi è per me un atto equivalente alla presentazione dell'opera finita.Spesso i visitatori del museo sono più affascinati dallo spazio dello studio che dalle opere stesse. Questo fatto mi rende molto felice e credo abbia un profondo significato.


Efthalia Rentetzi

 

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