La memoria in divenire secondo Costas Varotsos
- 15 nov 2025
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L’arte autentica non si limita a una mera riproduzione del passato, ma ne cattura l’essenza più profonda, visibile nel flusso ininterrotto tra ciò che è stato e ciò che si trasforma. L'Arca della Memoria Nazionale ad Atene di Costas Varotsos, inaugurata il 26 marzo 2025 come monumento ai caduti, si erge come un’opera che trascende la commemorazione statica per abbracciare una memoria viva, pulsante, capace di dialogare continuamente con il presente. Situata davanti al Palazzo del Ministero della Difesa, l’opera incide su lastre di vetro i nomi di 121.692 soldati greci caduti, ma non si limita a conservare il ricordo; lo rinnova, lo rende presente, lo fa vivere in ogni istante. Non si tratta di una semplice celebrazione, ma di una rivelazione dove la memoria non è un frammento fissato nel tempo, ma un flusso in continuo divenire, che si rinnova costantemente attraverso il presente.
Varotsos, virtuoso nell’intrecciare pensiero e materia, ha scelto il vetro non solo come materiale, ma come medium ontologico, capace di esplorare la dialettica tra il visibile e l’invisibile. La trasparenza diventa il passaggio tra ciò che è tangibile e ciò che sfugge alla percezione immediata, tra il mondo che possiamo toccare e quello che solo l’intuizione ci consente di percepire. La luce che attraversa le lastre non è un semplice effetto estetico, ma un motore che illumina e trasforma la memoria stessa, svelandola in ogni sua sfumatura. In questo contesto, il vetro non è fragile solo fisicamente, ma lo è ontologicamente, simbolo di una memoria che, pur esposta al rischio dell’oblio, è sempre pronta a riemergere, rinnovandosi ogni volta che viene interrogata.
Lo stesso artista ha intervallato la facciata del Ministero con sottili lastre di alluminio che evocano, da lontano, l’immagine di antiche colonne, un intervento inaugurato il 29 ottobre 2025. Questo gesto amplifica il significato simbolico dell’opera, creando un dialogo tra la solidità delle strutture metalliche e la leggerezza del vetro, tra la durezza del passato e la contemporaneità del presente. Sebbene non siano colonne classiche, queste lastre stabiliscono una connessione con la tradizione monumentale, conferendo alla piazza una sacralità metafisica che travalica il fisico per farsi spirituale. Tale contrasto tra la solidità dell’acciaio e la fragilità del vetro diventa emblema di una dialettica tra la resistenza della storia e la vulnerabilità della memoria. Il vetro, nella sua trasparenza, non rappresenta solo un materiale fisico, ma un processo in divenire, sempre in bilico tra il rischio di scomparire e la possibilità di essere costantemente rinnovato. La luce che filtra attraverso il vetro non è mai la stessa, e con essa la memoria si svela sempre sotto nuove prospettive. Non esiste una sola lettura, ma una molteplicità di significati che emergono in un gioco di riflessi e ombre, creando un dialogo continuo tra passato e presente.
La collocazione dell’opera nel cuore di Atene, città che ha dato vita al concetto di polis come spazio condiviso e partecipativo, le conferisce un ulteriore valore simbolico. L'Arca della Memoria Nazionale non è un monumento isolato, ma un luogo di riflessione collettiva, una nuova agorà che invita alla partecipazione. Ogni nome inciso sul vetro non è solo una testimonianza individuale, ma diventa parte di un coro silenzioso che interroga chi lo osserva, spingendo alla riflessione sulla continuità della storia e sul nostro rapporto con essa. La memoria, in quest’opera, non è qualcosa da conservare, ma da vivere, da interrogare, da rinnovare incessantemente.
L'Arca della Memoria Nazionale non è dunque un semplice monumento commemorativo, ma una soglia che ci invita a partecipare a un processo di trasformazione continua, un atto di consapevolezza che trasforma lo spazio pubblico in un luogo di riflessione e partecipazione. Non è un archivio del tempo, ma un flusso che, attraverso il vetro e la luce, svela la memoria come un fenomeno in costante divenire, sempre pronto a rinnovarsi, ad adattarsi, a proiettarsi nel futuro. Ogni riflesso diventa un invito a riconsiderare il nostro rapporto con la memoria e con il passato, riconoscendo in essa non un ricordo che si estingue, ma un fenomeno che vive attraverso il presente, costantemente rinnovandosi, e che ci definisce in ogni istante.
Abbiamo avuto il privilegio di intervistare l'artista, che ci ha parlato della sua visione:
Interactive Art Magazine: Maestro Varotsos, la sua ultima opera sembra segnare un punto di svolta: da una visione futuristica, intrisa di movimento e tensione spaziale, verso un linguaggio più concettuale, meditativo, persino introspettivo. Come descriverebbe questo passaggio dal dinamismo della forma alla fermezza dell’idea? È un’evoluzione naturale del suo percorso o un atto di riflessione sul senso stesso del tempo e della materia?
Costas Varotsos: Tutti parlano delle mie opere come “futuriste”, soprattutto pensando al Corridore di Atene. Ma in realtà quel lavoro non ha nulla a che vedere con il futurismo analitico che conosciamo. Anche Achille Bonito Oliva, parlando del mio lavoro, richiamava il futurismo perché in entrambi i casi si tratta di un’indagine sul movimento, ma la differenza è sostanziale. Il futurismo analizzava la figura in movimento, la scomponeva nel tempo ed era un’analisi spazio-temporale. Io invece lavoro per sintesi, non per analisi. Il Corridore non è la scomposizione del movimento, ma la sua ricomposizione mentale, la sintesi dei frammenti di un’energia in corsa. È una riflessione sulla percezione del tempo e sul modo in cui la materia può condensare il dinamismo della vita.
I.A.M.: L'Arca della Memoria Nazionale non è un monumento funerario, ma un pensiero reso forma e la monumentalità non nasce dal peso, bensì dall’idea. Il vetro, materia viva e cangiante, sembra capovolgere la retorica della pietra per celebrare la fragilità della vita più che la memoria della morte. Come si intrecciano, in questa scelta, la volontà di superare l’eroe anonimo e il desiderio di instaurare un dialogo tra materia, memoria e presenza umana?
C.V.: Sì, non è un monumento rivolto verso la terra, ma verso il cielo. Fin dall’inizio ho pensato di usare i nomi dei morti come materiale dell’opera. Il vetro in questo caso è solo un supporto, un mezzo per farli vivere. I nomi sono la materia vera; li ho fatti salire verso l’alto, li ho fatti volare e brillare nella luce. Sono illuminati sia dal basso che dall’alto, ma soprattutto dall’alto, come se la luce li richiamasse. In questo modo, non si celebra la morte, ma la continuità della vita, la presenza invisibile che ancora ci accompagna.
I.A.M.: Lei ha spesso evocato una parentela tra le sue opere e l’architettura del tempio greco. A cosa si riferisce esattamente quando parla di questo legame?
C.V.: Nel progetto ho pensato al rapporto tra il monumento e il palazzo che gli sta dietro, il Ministero della Difesa. Ho voluto che dialogassero. Per questo ho rivestito il palazzo con lame verticali di alluminio che, da lontano, sembrano colonne, come in un tempio greco contemporaneo. Così si crea una sacralità metafisica, un equilibrio tra il monumento e lo spazio che lo accoglie. Non è un tempio chiuso, ma uno spazio aperto, attraversabile, dove la luce e il tempo entrano. È una sensazione di sacralità che nasce dal vuoto e non dal pieno.
I.A.M.: In questo caso, il riferimento non è alla “patria” come entità astratta, ma all’identità dei Greci nel loro fluire diacronico, una sorta di processione che attraversa il tempo. È così?
C.V.: Sì, questi nomi appartengono ai caduti dal 1823 al 1974: ci sono nomi di entrambe le parti della guerra civile, di coloro che morirono per la liberazione dai Turchi, nelle due guerre mondiali, per Cipro, per la Corea e durante la dittatura dei colonnelli. Tuttavia non è un monumento nazionalistico ma è un’opera che comprende tutti, al di là delle divisioni. Solo a un secondo sguardo si può percepire un’identità greca, ma non come retorica nazionale ma piuttosto come continuità viva di un popolo che attraversa il tempo. Il monumento è fatto di nomi, non di eroi. È una forma di catarsi ieratica, un luogo dove la memoria diventa presenza.
I.A.M: Le sue opere costruiscono spesso un dialogo profondo tra presente e passato, tra il reale e il metafisico. In questo caso non si tratta di una commemorazione in senso tombale, ma di un percorso labirintico, dove chi vive e chi è morto si incontrano nel tempo. Come si articola per lei questa dialettica tra la vita e la memoria, tra l’assenza e la permanenza?
C.V.: È un labirinto di luce e di nomi. Entrando, sei circondato da presenze che sembrano volare. Ti trovi in uno spazio senza tempo, dove vivi e morti si parlano. L’opera diventa interattiva, perché lo spettatore partecipa al dialogo: si muove tra i nomi, si riconosce nella memoria collettiva.
I.A.M.: La memoria, nel suo pensiero, è qualcosa da custodire o piuttosto un processo dinamico, in costante metamorfosi?
C.V.: La memoria non è un fatto statico, è emozione, movimento. Quando ho sentito l’inno nazionale durante la cerimonia, ho provato una forte emozione. In quel momento la memoria era viva, presente, non un archivio. Anche se il progetto nasce da una proposta del Ministero della Difesa, l’opera non è un monumento alla guerra, non appartiene al passato, appartiene al presente.
I.A.M.: L’“arca”, simbolo di custodia e protezione, è al tempo stesso un luogo di dubbio e di rivelazione. Ci invita a salvare la storia o a metterla in discussione?
C.V.: Ogni opera che parla di memoria deve conservare, ma anche interrogare. Non possiamo solo custodire la storia: dobbiamo attraversarla, lasciarla passare attraverso di noi. Il vetro, con la sua trasparenza, non chiude ma apre. È un linguaggio che non impone, ma rivela.
I.A.M.: In un tempo in cui la memoria collettiva è spesso manipolata o svuotata di senso, la sua opera interroga il legame tra arte, politica e coscienza storica. Come si intrecciano, nella sua visione, questi elementi nella Grecia contemporanea?
C.V.: Quest’opera parla anche ai giovani. Ho visto un grande interesse da parte degli studenti delle accademie, che si avvicinano con curiosità e rispetto. È un segno importante, perché i giovani oggi sono spesso delusi, poco propositivi. Per me è un messaggio rivolto a loro: l’arte può ancora essere un luogo di riflessione e di responsabilità civile.
I.A.M.: Infine, la sua opera sembra oltrepassare i confini della Grecia per diventare una meditazione universale sulla memoria, sull’identità e sulla fragilità umana. Ritiene che la sua scultura, pur radicata in un contesto specifico, possa essere letta come una riflessione più ampia sull’esperienza collettiva dell’umanità?
C.V.: Sì, credo che, pur nascendo da una storia precisa, quest’opera parli a tutti. La memoria dei morti è parte della memoria umana. L’arte deve trasformare il dolore in consapevolezza.
Efthalia Rentetzi













