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Jenny Saville a Ca’ Pesaro : la carne della pittura e il tempo delle immagini

  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min
"Jenny Saville a Ca’ Pesaro", Hyphen, 1999, Olio su tela, Colezione privata
"Jenny Saville a Ca’ Pesaro", Hyphen, 1999, Olio su tela, Colezione privata

Entrare nelle sale di Ca’ Pesaro, dove ha appena aperto il 28 marzo 2026 la mostra di Jenny Saville, visitabile fino al 22 novembre 2026 e curata da Elisabetta Barisoni, significa imbattersi in una pittura che non consente fruizioni rapide né distacco, perché richiede una partecipazione intensa dello sguardo e un coinvolgimento che è al tempo stesso emotivo e cognitivo, come se il rapporto con l’immagine non potesse più limitarsi a osservazione passiva, ma esigesse una disponibilità a misurarsi con la sua presenza corporea e con la sua materia viva. In questo senso la mostra si pone in dialogo con l’anno della Biennale senza inseguirne le dinamiche spettacolari, scegliendo invece di rallentare il tempo della visione e di riportare lo spettatore a una condizione in cui la pittura, nella sua densità e nel suo peso, reclama attenzione e misura, opponendosi alla circolazione fugace delle immagini contemporanee che tendono a dissolversi in uno spazio mediatico sempre più veloce e uniforme.


Questa tensione si manifesta sin dalle opere iniziali, come Propped del 1992, in cui Saville pone il proprio corpo, nudo e monumentale, su uno sgabello osservato da un punto di vista ribassato, creando una presenza che deborda dallo spazio della tela e si impone allo spettatore con la forza della materia. Il colore, costruito su tonalità terrose e rosate, non si limita a definire il corpo, ma ne amplifica la consistenza, evocando senza mai imitarla la pittura veneziana e stabilendo fin dall’inizio il rapporto ambivalente con la tradizione: non un richiamo nostalgico, ma una consonanza sensibile, un dialogo con la densità del colore e con la fisicità della superficie pittorica. Con Hybrid del 1997 questa logica si intensifica e si complica, perché il corpo cessa di apparire come unità coerente e diventa superficie attraversata da frammentazioni e scivolamenti, in cui le parti si sovrappongono e si spostano, generando un effetto di alterità e precarietà che riflette sia la vulnerabilità intrinseca del corpo umano sia l’idea della sua continua riformulazione, come se la pittura stessa fosse costretta a negoziare il confine tra rappresentazione e materia, tra visibilità e invisibilità, senza offrire soluzioni consolatorie né punti di riposo.

Il dialogo con la storia della pittura si costruisce allora lungo linee complesse e stratificate, in cui il riferimento ai maestri veneziani e barocchi si intreccia con l’esperienza moderna di Cézanne e con le sperimentazioni formali di Picasso, e trova un’esemplificazione evidente in opere come Vis and Ramin I del 2018, dove la composizione oscilla tra ritratto intimo e tavolo anatomico, tra superficie carnosa e strutture formali, generando uno spazio in cui il corpo è al tempo stesso soggetto affettivo e dispositivo compositivo, e dove la pittura diventa strumento per trattenere la tensione tra presenza e trasformazione. Byzantium del 2018 porta questa dinamica al massimo grado di complessità, combinando la monumentalità della tradizione iconografica con un trattamento materico che scivola e cola, lasciando intravedere ciò che sta sotto e trasformando il riferimento al sacro in un campo di tensioni in cui l’immagine vive della propria instabilità. Qui la pittura non cerca di pacificare lo sguardo ma lo mette in movimento, costringendolo a misurarsi con la densità del colore, con la stratificazione della materia e con la memoria visiva che affiora tra le colature d’oro e le tonalità ruggine sottostanti. Questo stesso equilibrio tra densità e instabilità si ritrova nelle opere più recenti, tra cui Aleppo del 2017-2018, in cui l’artista affronta il dolore e la violenza dei conflitti contemporanei senza convertirli in narrazione, senza didattica o cronaca immediata, ma trasformando l’esperienza del trauma in un’immagine universale che si offre come prova della capacità della pittura di rendere visibile l’invisibile e di sospendere lo spettatore in uno stato di attenzione partecipata. La figura femminile che sostiene i corpi dei bambini è insieme icona e corpo reale, evocazione e materia, memoria e testimonianza, mostrando come l’opera di Saville riesca a coniugare urgenza emotiva e densità pittorica, profondità concettuale e intensità sensibile.

Nel complesso, la mostra restituisce una sequenza in cui il corpo passa dall’essere presenza fisica a superficie attraversata da forze, immagini e memorie, dove la pittura non offre risposte ma mantiene aperta la possibilità di confrontarsi con la realtà, e Venezia diventa interlocutore silenzioso in questa indagine, non semplice scenario ma città capace di dialogare con la pittura attraverso luce, spazio e memoria. In questo senso, Ca’ Pesaro conferma il suo ruolo di luogo in cui la pittura non viene mostrata ma interrogata, in cui l’esperienza estetica si fa simultaneamente corpo, materia e pensiero, restituendo allo spettatore la sensazione di essere parte di un processo vivo e in continua evoluzione.


Efthalia Rentetzi






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