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Un quartetto di artisti alla Pinault Collection di Venezia in dialogo con la memoria e l'identità

  • 2 giorni fa
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Aggiornamento: 2 giorni fa

Installazione di Paulo Nazareth, Punta della Dogana
Installazione di Paulo Nazareth, Punta della Dogana

Le due mostre ospitate nelle sedi della Pinault Collection a Venezia, a Palazzo Grassi (29.03.26 — 10.01.27) e a Punta della Dogana  (29.03.26 — 22.11.26)   si ergono come spazi di riflessione profonda sull’essenza stessa dell’esperienza umana, dove le opere non sono semplici oggetti da osservare, ma veri e propri portali attraverso cui attraversare la condizione umana. Gli artisti che animano questi progetti espositivi – Michael Armitage, Amar Kanwar, Lorna Simpson, e Paulo Nazareth – non solo esplorano temi universali come la memoria, la resistenza, l’identità e l’ingiustizia, ma ci invitano a confrontarci con noi stessi in modo radicale e senza remore.

Entrambe le esposizioni non si limitano a rappresentare il mondo, ma lo interrogano e lo sfidano, spingendoci oltre i confini della percezione immediata verso una comprensione più profonda della realtà e del nostro ruolo al suo interno.

A Palazzo Grassi, il progetto curatoriale di Jean-Marie Gallais, arricchito dalla voce critica di Hans Ulrich Obrist, unisce le opere di due artisti dal linguaggio potente e distinto, ma legati da una comune interrogazione sulla realtà del conflitto e della disuguaglianza. Con Michael Armitage, la pittura si fa atto di memoria storica, una testimonianza visiva di una realtà che non si lascia facilmente interpretare. Ogni sua tela è un campo di tensione, dove l’energia cromatica non solo descrive, ma smuove, trasforma e invita lo spettatore a riflettere sulle contraddizioni insite nelle società moderne, in particolare nell’Africa orientale. La sua arte non è mai un rifugio, ma una zona di resistenza, dove le storie di sofferenza, potere e corruzione non sono mai edulcorate, ma affrontate nella loro nuda realtà.

Accanto a lui, le installazioni video di Amar Kanwar sfidano il pubblico a confrontarsi con la cruda verità di un mondo segnato dalle violazioni dei diritti umani, dalla violenza politica e dall’oppressione. La sua opera diventa uno strumento di riflessione sulla memoria collettiva, un atto di testimonianza che non si limita a raccontare, ma trasporta l’osservatore in un’altra dimensione, dove il tempo e lo spazio sembrano confondersi. Le sue installazioni sono fenomeni sensoriali, dove la visione si fonde con il suono, dove il gesto artistico diventa un’azione viva, in continuo movimento. Ogni opera è una domanda che ci costringe a riflettere non solo sul nostro passato, ma sul presente, sulle forze che governano la nostra realtà.

A Punta della Dogana, Lorna Simpson, curata da Emma Lavigne, propone una riflessione sull’identità, sulla rappresentazione e sulla memoria, che supera le tradizionali categorie di interpretazione. La sua arte sfida le aspettative, non solo attraverso il suo approccio visivo, ma anche mediante una conversazione incessante tra pittura e fotografia, tra visibile e invisibile. Simpson esplora il confine tra ciò che è raccontato e ciò che è rimosso, tra il dato storico e il trascendente. Le sue opere sono momenti di sospensione, di ambiguità, in cui il racconto si fa frammentato, ma in quella frammentazione emerge una verità che interroga e inquieta. La memoria diventa un territorio fragile, nel quale si insinua il tema della marginalizzazione, della discriminazione, e dell'assenza, elementi che attraversano la sua ricerca come un filo conduttore che non può essere facilmente slegato.

Al piano superiore di Punta della Dogana, il lavoro di Paulo Nazareth si inserisce in un contesto radicale di esperienza fisica e intellettuale. Con il suo progetto Notícias de América, curato da Fernanda Brenner, Nazareth ci conduce in un viaggio che non è solo geografico, ma anche esistenziale. Il suo cammino attraverso l’America Latina, compiuto a piedi, diventa una metafora del viaggio interiore di chi è costretto a confrontarsi con le violenze storiche, con le disuguaglianze strutturali e con le frontiere invisibili che separano le identità. La sua arte non è mai solo rappresentativa, ma si manifesta attivamente nello spazio, nel corpo che cammina, raccoglie tracce e restituisce storie. In questa modalità performativa, la sua pratica interagisce con lo spazio, creando un dialogo profondo e dinamico con il visitatore, che viene coinvolto fisicamente nell’esperienza. Nazareth restituisce memoria a chi non ha voce, testimoniando una realtà che si fa politica, storica e sociale, in un'esplorazione viscerale della condizione umana.

In occasione dell'inaugurazione, il workshop creativo curato da Oscar Sabini si è svolto al Teatrino di Palazzo Grassi, trasformando il pubblico in partecipante attivo di un processo di co-creazione. Al termine dell'attività, i risultati di questa esperienza collettiva sono stati simbolicamente trasportati a Punta della Dogana, in un gesto che ha unito le due sedi e sottolineato la forza della memoria condivisa. Questo passaggio, quasi una processione, ha conferito all'arte il ruolo di strumento di resistenza, favorendo una coesione tra le due mostre e invitando a riflettere sulla nostra connessione con la realtà e sul nostro posto nel mondo.

Le mostre della Pinault Collection non si limitano a esplorare l'arte, ma invitano a una riflessione profonda sul nostro essere nel mondo. Ogni opera diventa uno strumento per sondare la psiche umana, la sua fragilità, il desiderio di giustizia e la continua lotta per l’identità. L’arte emerge come mezzo per interrogarsi sulla condizione umana nelle sue molteplici contraddizioni e per aprirci a una nuova consapevolezza, senza paura, sul nostro posto nel mondo. Le domande sollevate da queste opere sono quelle universali che l’umanità si è sempre posta, sin dagli albori della sua esistenza, e che oggi risuonano con forza, soprattutto mentre la tecnologia tende a distaccarci dalla nostra essenza più profonda. Quello che le opere di Armitage, Kanwar, Simpson e Nazareth suggeriscono è che la ricerca esistenziale che ha attraversato l'uomo, dalla società primitiva all'epoca tecnologica, non è mai lineare. Dalle origini, in cui l'uomo cercava di interpretare il mondo attraverso miti e rituali, fino all'epoca contemporanea in cui la realtà appare sempre più mediata dalla tecnologia, l’uomo continua a interrogarsi sul senso della sua esistenza. In questo viaggio, l’arte diventa uno strumento privilegiato di comprensione, un linguaggio che va oltre le parole, forzandoci a confrontarci con la nostra vulnerabilità e le sfide del presente. La memoria diventa, quindi, il ponte per riscoprire il passato, affrontare il presente e costruire il futuro, in un continuo divenire che mai si ferma. In questo contesto, l’arte ci invita a rinnovare lo sguardo sul mondo, a riconsiderare le narrazioni tradizionali e a esplorare nuove possibilità di pensiero. In un tempo che sembra aver perso il legame con le sue radici, queste mostre ci ricordano che la ricerca dell’essere è un cammino collettivo, non mai solitario. Ed è proprio nell’arte che possiamo trovare la chiave per affrontare le sfide esistenziali, le paure e le incertezze del nostro tempo, riscoprendo nella speranza una visione condivisa del futuro.


Efthalia Rentetzi


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