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Katharina Grosse a White Cube Bermondsey: immersione nella pittura e dissoluzione dello spazio

  • 19 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min
           Katharina Grosse, Senza titolo, 2026, White Cube Bermondsey, Londra
           Katharina Grosse, Senza titolo, 2026, White Cube Bermondsey, Londra

A Londra, a White Cube Bermondsey, la pittura smette di configurarsi come oggetto per assumere la forma di un evento che occupa lo spazio fino a ridefinirlo. In "I Set Out, I Walked Fast di Katharina Grosse", il colore non si dispone davanti allo sguardo, ma lo attraversa, lo disloca, lo costringe a una continua rinegoziazione della propria posizione. La mostra è attualmente aperta al pubblico e sarà visitabile fino al 31 maggio.

Nel lavoro dell'artista tedesca, la pittura non è mai stata una questione di superficie, ma di espansione. Da decenni Katharina Grosse, ridefinisce il linguaggio pittorico sottraendolo al supporto per farlo coincidere con lo spazio della sua manifestazione. Il gesto pittorico non produce immagini in senso rappresentativo, ma ambienti percettivi in cui colore, architettura e corpo dello spettatore entrano in una relazione instabile e continuamente negoziata. La pittura non occupa uno spazio preesistente: lo genera come campo temporaneo di esperienza.

La mostra londinese non si configura come retrospettiva né come sequenza cronologica, ma come un sistema polifonico in cui opere di periodi differenti coesistono all’interno di una stessa struttura percettiva. Il tempo della pratica non è lineare: si organizza piuttosto come rete di rimandi, in cui ogni lavoro riattiva e modifica la lettura degli altri. Ne deriva una condizione in cui la pittura non si stabilizza mai in una forma definitiva, ma rimane costantemente esposta a rielaborazione. Elemento centrale del progetto è la relazione tra gesto e campo visivo. L’utilizzo dello spray industriale estende il corpo dell’artista oltre i propri limiti fisici, trasformando il movimento in traccia visibile. Il dipingere coincide con un atto di attraversamento dello spazio, in cui l’immagine non è separata dall’azione che la produce. In questo senso, la pittura non rappresenta uno spazio, ma lo mette in tensione attraverso la propria esecuzione.

Le opere su tela evidenziano questa logica di instabilità. Mascherature, sovrapposizioni e campiture aperte non costruiscono figure, ma producono zone di interferenza visiva in cui il bordo perde funzione delimitante. Colature e nebulizzazioni non definiscono la superficie, ma la rendono porosa, impedendo qualsiasi distinzione netta tra interno ed esterno dell’immagine. Il quadro si configura così come una soglia, più che come un campo chiuso.

Nelle opere più recenti, realizzate in condizioni ambientali specifiche, il processo pittorico si apre ulteriormente alla contingenza. Fattori atmosferici, luce e variabilità del contesto entrano a far parte della costruzione dell’immagine, trasformandola in un sistema aperto, non completamente controllabile. La pittura non si presenta più come esito stabile di un’intenzione, ma come risultato di una negoziazione continua tra gesto e ambiente.

Accanto alle tele, l’installazione ambientale costituisce il nucleo espanso della mostra. Qui la pittura si estende direttamente nello spazio architettonico, attraversando pareti, oggetti e superfici senza rispettarne la funzione originaria. Il colore non si limita a ricoprire, ma agisce come forza che riorganizza le relazioni tra gli elementi presenti, dissolvendo le gerarchie tra pittura, scultura e ambiente.

In questo assetto, lo spazio espositivo non funziona come contenitore neutro, ma come parte attiva del dispositivo pittorico. L’opera non è separabile dal luogo in cui si manifesta: ne modifica continuamente la percezione, rendendo instabile qualsiasi punto di osservazione privilegiato. Il visitatore non si colloca davanti all’opera, ma all’interno di un campo in cui la visione è sempre situata e in trasformazione.

Ne risulta una condizione in cui la pittura non produce immagini da contemplare, ma situazioni da attraversare. Ogni elemento diventa nodo di una rete percettiva in cui nulla si stabilizza definitivamente. La mostra non si organizza come percorso lineare, ma come campo continuo di variazioni, in cui ogni spostamento del corpo corrisponde a una ricalibrazione del visibile.

Alla luce di questa prospettiva, "I Set Out, I Walked Fast" non rappresenta la pittura, ma la espone come processo attivo, sottratto a ogni forma di chiusura. Ogni superficie si configura come soglia operativa, e ogni soglia come luogo di trasformazione. Ciò che emerge non è un’immagine, ma un sistema percettivo in cui spazio e pittura coincidono solo nella loro continua instabilità.


Ilektra Zanella




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