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La metamorfosi inquieta di Mattia Moreni

  • Immagine del redattore: ⠀
  • 23 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min
Ah!! Quel Freud..."La psicoanalisi sul divano", 1997, tecnica mista su tela, 200 x 280 cm. Galleria d'Arte Maggiore G.A.M., Bologna
Ah!! Quel Freud..."La psicoanalisi sul divano", 1997, tecnica mista su tela, 200 x 280 cm. Galleria d'Arte Maggiore G.A.M., Bologna

La mostra dedicata a Mattia Moreni (1920-1999) negli spazi del Secondo Piano Nobile di ACP Palazzo Franchetti by Fondazione Calarota, curata da Roberta Perazzini Calarota, è ormai prossima alla chiusura e sta ricevendo un consenso sorprendentemente solido. Entrando nelle sale si percepisce un flusso continuo in cui ogni opera appartiene a un movimento perpetuo, un campo di energia in perenne trasformazione che sfugge a ogni tentativo di semplificazione. Le superfici respirano un’autonomia propria, come se la pittura avesse scelto di proseguire indipendentemente dall’autore, seguendo un destino autonomo. La capacità di attraversare il Novecento senza fissarsi in alcuna definizione conferisce al percorso espositivo un’unità intensa, dove ogni gesto e ogni colore concorrono a un pensiero visivo aperto e inquieto.

Nulla nel percorso di Moreni cerca stabilità. L’artista attraversa linguaggi e materiali senza trasformarli in rifugi definitivi. Ciò che insegue è uno spazio di risonanza in cui l’immagine resta aperta e pronta a mutare. Questa tensione silenziosa emerge in modo emblematico nel ciclo delle Angurie. L’apparente leggerezza del soggetto svanisce alla prima osservazione e il frutto, anziché mostrarsi familiare, si trasforma in un corpo enigmatico, carico di energia, sospeso tra promessa e minaccia. Non è più un oggetto naturale ma una massa vibrante, un organismo che occupa la tela e ne mette alla prova i limiti. La forma perde il suo significato abituale e in quella sottrazione trova una nuova potenza.

Con il passare degli anni questa dinamica si sposta sul corpo umano. Nascono gli Umanoidi, figure sospese tra carne e macchina in cui la distinzione tra organismo e tecnologia diventa incerta. Le forme oscillano, si frantumano e si ricompongono. Non evocano inquietudine spettacolare, ma uno smarrimento profondo in cui l’identità appare come un campo attraversato da interferenze continue. Moreni non giudica e non consola, registra invece un’umanità in trasformazione, anticipando interrogativi che oggi ci appartengono. La pittura assume un tono mentale come se ogni gesto custodisse un pensiero in fieri.

Fin dagli esordi Moreni si è mosso con una libertà che rifiuta compromessi. La sua pittura nasce da scarti improvvisi, accelerazioni e deviazioni imprevedibili. Ogni quadro è un pensiero tradotto in gesto e per questo pur nella varietà degli esiti mantiene un’unità profonda. La coerenza non risiede nello stile, ma nella capacità di mettere costantemente in discussione ogni soluzione. Le figure degli ultimi anni, sospese tra corpo e macchina, dialogano con le inquietudini del presente, con la permeabilità tra naturale e artificiale, con la trasformazione dell’identità e con il rapporto sempre più intimo con la tecnologia.

Il percorso della mostra rende leggibile questa complessità senza ridurla. Non impone direzioni rigide ma un ritmo interno che unisce le opere in una logica sotterranea. Lo spettatore attraversa un territorio insieme visivo e interiore e ne esce con la sensazione di aver seguito una tensione piuttosto che una narrazione. L’impressione persiste anche al di fuori delle sale come un’eco che continua a muoversi nello sguardo. Chi visita la mostra non cerca una storia ordinata, ma quella vibrazione interna che attraversa l’intero percorso dell’artista. In un tempo che premia riconoscibilità e ripetizione, Moreni propone un’altra forma di coerenza, fondata sulla capacità di mutare senza perdere la propria voce più segreta. Le sue opere non chiudono un significato ma lo aprono, sospendono la risposta e invitano a prolungare il pensiero. Qui risiede la forza più viva del suo lavoro. La pittura si mostra come domanda e movimento che continua a interrogare il mondo e chi lo osserva, restituendo al pensiero la capacità di rimanere vigile.


Efthalia Rentetzi

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