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Lo strappo e l’eco: Pallaoro, Bertolucci e lo sguardo di Rotella – Premio Rotella 2026

  • 12 ore fa
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Rremio Rotella. Da sinistra: Gianvito Casadonte,  Andrea Pallaoro,Karole P.B. Vail, Nicola, Nicola Canal.
Rremio Rotella. Da sinistra: Gianvito Casadonte, Andrea Pallaoro,Karole P.B. Vail, Nicola, Nicola Canal.

C’è qualcosa di profondamente rotelliano nel gesto di prendere un’immagine, sottrarla al suo luogo d’origine e costringerla a vivere una seconda volta. È forse questo il filo più sottile che lega il Premio Fondazione Mimmo Rotella, giunto alla sua venticinquesima edizione, ad The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, premiato ieri sera alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia nell'ambito della 83a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Più che una semplice coincidenza, il rapporto sembra appartenere a quella particolare logica del frammento che ha attraversato tutta l’opera dell'artista di Catanzaro: ciò che viene separato, consumato o dimenticato può tornare a essere visibile, ma sotto una forma diversa.

Mimmo Rotella aveva fatto dello strappo una poetica. I suoi manifesti cinematografici non erano soltanto immagini prelevate dalla strada ma superfici già cariche di desiderio, seduzione, divismo e consumo, immagini nate per essere guardate e immediatamente sostituite. Nel momento in cui l’artista le strappava dal muro, interrompeva quel destino e la lacerazione diventava un atto creativo. Il manifesto perdeva la propria funzione pubblicitaria e, attraverso il décollage, acquistava una nuova presenza: non più l’immagine di un film, ma la memoria dell’immagine di un film.

È una differenza sottile e decisiva; Rotella non dipingeva semplicemente sopra il mondo delle immagini, lo lasciava affiorare nella sua stessa materia, con le sue abrasioni, le sovrapposizioni, le parti mancanti. Il suo lavoro nasceva da ciò che rimane. Da un volto cancellato, da una parola interrotta, da un colore che emerge sotto un altro colore. Il frammento, in questa prospettiva, non è una parte incompleta dell’opera: è l’opera stessa, perché porta con sé la traccia di qualcosa che è stato e che non può più essere ricostruito integralmente.

Anche The Echo Chamber sembra muoversi dentro questa zona di perdita e riapparizione. Il film di Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, mette al centro una relazione nella quale il passato continua a occupare il presente. Leo e Anne, interpretati da Luca Marinelli e Alicia Vikander, vedono progressivamente incrinarsi il proprio equilibrio; la presenza di Ava, interpretata da Susan Sarandon, riporta nella loro storia ciò che sembrava essere stato lasciato alle spalle.

Il titolo stesso, The Echo Chamber, suggerisce uno spazio nel quale nulla scompare davvero. Una voce ritorna, un sentimento si ripete, una memoria cambia forma senza cessare di esercitare la propria influenza. L’eco non restituisce mai esattamente il suono originario: lo altera, lo allontana, lo trasforma. È proprio nella distanza tra l’originale e ciò che ne rimane che il film può essere accostato alla sensibilità di Rotella.

Per Rotella, infatti, l’immagine non era mai innocente né definitiva. Era un oggetto attraversato dal tempo e dal desiderio. I suoi manifesti appartenevano alla cultura popolare, al cinema, alla pubblicità, alla strada; ma una volta strappati diventavano altro. L’artista non cancellava la loro origine, la rendeva più evidente. Il volto della star rimaneva riconoscibile proprio mentre veniva distrutto. La bellezza sopravviveva nella sua stessa ferita.

Questa ambivalenza — attrazione e perdita, apparizione e cancellazione — è uno dei luoghi più fertili attraverso cui guardare anche al cinema di Pallaoro. In The Echo Chamber ciò che interessa non è soltanto la vicenda di una coppia, ma il modo in cui i legami continuano a esistere anche quando sembrano essersi spezzati. Il passato non è un archivio immobile: ritorna, modifica il presente, cambia il significato di ciò che credevamo di conoscere. Come nei décollage di Rotella, anche qui qualcosa emerge da una superficie già segnata.

È forse per questo che il Premio Rotella conserva, dopo venticinque anni, una particolare forza. Il suo rapporto con il cinema non si limita alla celebrazione di registi o film. Affonda in una concezione dell’arte nella quale le immagini appartengono a tutti e, proprio per questo, possono essere continuamente riaperte. Rotella guardava alla cultura di massa senza il distacco dell’artista che osserva dall’esterno. Ne era immerso. Amava il cinema, le sue icone, la loro capacità di entrare nella memoria collettiva. Ma proprio per questo ne conosceva anche la natura effimera.Le sue Marilyn, i suoi James Dean, i suoi manifesti consumati raccontano un’epoca nella quale la fama era già diventata superficie, riproduzione, desiderio seriale. Rotella prendeva quella superficie e la rompeva. Non per distruggerla, ma per mostrarne la fragilità. Dietro l’immagine perfetta della star appariva il muro, la colla, la carta strappata, il tempo. L’idolo diventava materia. In questo senso, il cinema e l’arte di Rotella si incontrano in un territorio che riguarda la memoria. Il cinema conserva volti, corpi, gesti e voci; l'artista calabrese mostrava quanto anche la memoria abbia bisogno di essere continuamente ricostruita. Nulla rimane intatto. Ogni immagine che ritorna è già un’altra immagine.

Il riconoscimento ad Andrea Pallaoro acquista allora un significato che va oltre la serata veneziana e oltre il dato, pure importante, della sua assegnazione. The Echo Chamber arriva al Premio con la singolare eredità dell’ultima sceneggiatura di Bertolucci, mentre il Premio arriva al suo venticinquesimo appuntamento e ricorda, a vent’anni dalla sua scomparsa, un artista che aveva fatto della trasformazione delle immagini una forma di pensiero.

Rotella appartiene a un’epoca nella quale le immagini cominciavano a diventare onnipresenti. Oggi viviamo dentro quella previsione, in un universo nel quale ogni istante viene fotografato, riprodotto, condiviso e rapidamente sostituito. La sua intuizione appare allora meno legata al passato di quanto potrebbe sembrare. Il suo gesto più radicale continua a essere quello di fermare ciò che sta scomparendo.

Strappare un manifesto significava sottrarlo all’oblio. Ma significava anche accettare che non sarebbe mai più tornato quello di prima.

Forse è qui che il cinema di Pallaoro incontra davvero lo spirito di Rotella: nella consapevolezza che ciò che amiamo non ci viene restituito mai nella sua forma originaria. Torna come eco, come frammento, come immagine ferita. E proprio in quella trasformazione, nel punto esatto in cui qualcosa si perde, può nascere una nuova forma di bellezza.



Efthalia Rentetzi

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