Marina Abramović: Seven Deaths. Le cisterne di Copenhagen come teatro dell’esistenza
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Nel cuore sotterraneo di Copenhagen, nelle oscure camere delle Cisternerne, Marina Abramović presenta Seven Deaths, un’opera che sfida la percezione e la comprensione del pubblico. Questa installazione immersiva, realizzata in collaborazione con i Frederiksbergmuseerne, trasforma un antico serbatoio idrico in uno spazio di attraversamento sensoriale dove osservare non basta. Lo spettatore è chiamato a immergersi fisicamente nelle scene della morte, facendole proprie e vivendo la tensione emotiva di ogni momento tragico, percependo corpo, spazio e suono come un tutt’uno.
Da oltre quarant’anni l'artista serba ha superato i confini delle arti tradizionali, fondendo performance, teatro, cinema, installazione e rituale in esperienze olistiche. La sua pratica radicale porta l’arte oltre la dimensione convenzionale e crea ambienti in cui corpo, spazio, suono e tempo si intrecciano, generando realtà sensoriali uniche e totalizzanti, dove ogni gesto diventa parte di un flusso più ampio di significati.
In Seven Deaths la performance si fa viaggio e architettura, il cinema si rende tangibile e l’opera lirica si trasforma in paesaggio sonoro che avvolge completamente il pubblico. Al centro risuona la voce di Maria Callas, non solo presenza musicale ma simbolo culturale che permea ogni aspetto del lavoro. Abramović mette in scena sette morti ispirate a ruoli femminili nell’opera lirica, interpretando lei stessa la protagonista, mentre Willem Dafoe interviene come figura maschile che guida, sfida o sancisce il destino tragico.
L’opera non si compone di scene isolate ma scorre come un continuum. Il pubblico smette di essere semplice osservatore e diventa parte integrante dell’esperienza, vivendo ogni morte in tempo reale. La voce di Callas, il corpo di Abramović, la memoria dell’opera e la percezione sensoriale dello spettatore si intrecciano, generando una realtà in cui biografia, mito, teatro e vita si fondono, amplificandosi reciprocamente in un’unica esperienza immersiva.
Abramović racconta di come fin da giovane sia stata affascinata dalla potenza vocale di Callas, dalla sua dedizione totale all’arte e dalla capacità di vivere ogni emozione fino al limite, pagando il prezzo di questa radicalità. La morte solitaria della cantante greca a Parigi diventa l’immagine finale di una vita consumata dall’arte, resa ancora più intensa e palpabile nella performance.
Ogni morte in Seven Deaths diventa un viaggio nella genealogia tragica della figura femminile nell’arte. L’opera invita lo spettatore a vivere il tragico in prima persona, come se fosse la propria morte, e lo spazio delle Cisternerne diventa elemento fondamentale di questa esperienza. Questi antichi serbatoi idrici, trasformati in luogo espositivo, offrono un ambiente singolare e suggestivo: l’umidità, l’oscurità quasi totale e il riverbero dei suoni sulle pareti creano un’atmosfera surreale che amplifica ogni percezione e trasforma l’architettura in un vero e proprio attore dell’opera.
Camminando tra le camere, il visitatore attraversa immagini che si trasformano in paesaggi mentali, dove la memoria della tragedia prende forma e avvolge chi vi entra. In questa dimensione sotterranea l’installazione assume una valenza quasi psichica. Le Cisternerne diventano metafora dell’inconscio collettivo, un luogo nascosto sotto la superficie della città dove riaffiorano immagini universali della cultura occidentale come amore, perdita, desiderio, sacrificio e morte.
La riflessione filosofica accompagna ogni momento dell’opera. La ripetizione delle morti e il loro riemergere ciclico richiamano la filosofia del divenire, in particolare la visione di Emanuele Severino, secondo cui la morte non è annientamento ma trasformazione che partecipa all’eternità dell’essere. In Seven Deaths la morte non segna la fine ma un passaggio: il corpo di Abramović muore e rinasce, suggerendo l’impossibilità della conclusione, la continua trasformazione e il legame indissolubile tra vita e morte, in un flusso che unisce tragedia, memoria e presenza sensoriale in un’esperienza unica.
Efthalia Rentetzi






