L’eredità bizantina in Marina Abramović
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- 6 giorni fa
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Marina Abramović trasforma il proprio corpo in una icona vivente, reinterpretando in chiave contemporanea la funzione originaria dell’arte bizantina. Se l’icona non rappresenta il mondo ma lo sospende, se non narra ma istituisce una presenza, Abramović fa della propria fisicità lo strumento attraverso cui il visibile e l’invisibile si incontrano. La sua pratica non è decorativa né narrativa: il corpo diventa soglia tra esperienza estetica e esperienza esistenziale, spazio in cui il tempo e la percezione dello spettatore vengono riorientati. La mostra all’Albertina Modern di Vienna, curata da Bettina M. Busse e aperta fino al 1° marzo 2026, rende evidente questa continuità, in cui la tradizione bizantina non è mera citazione storica, ma paradigma operativo grazie a un allestimento che invita lo spettatore a muoversi lentamente, sostare e vivere ogni performance come esperienza immersiva. Le sale, concepite per accentuare la frontalità e la concentrazione, trasformano il museo in uno spazio in cui il tempo lineare si sospende e la presenza dell’artista diventa fulcro dell’esperienza estetica.
L’arte di Bisanzio, per lungo tempo confinata al dominio del sacro e considerata marginale nella linearità evolutiva dell’arte occidentale, custodisce in realtà un potenziale ancora attivo: la sua frontalità ieratica, l’appiattimento dello spazio, la fissità e l’oro come luce metafisica non sono semplici dispositivi stilistici, ma strumenti di mediazione tra il visibile e l’assoluto. Abramović trasla questi principi sul piano corporeo. Come l’icona, il suo corpo non agisce, non comunica contenuti narrativi: si offre, si dispone, rende presente senza mediazione.
Nei suoi lavori più noti, come The Artist Is Present (MoMA, 2010), l’immobilità non è assenza, ma concentrazione assoluta. Seduta frontalmente allo spettatore, Abramović istituisce una relazione che rifiuta psicologismo e mimetismo: lo sguardo diventa portale, il tempo si sospende, lo spazio si rarefà. Non c’è racconto, solo durata. In quell’intervallo silenzioso, chi osserva non assiste passivamente, ma è chiamato a entrare in uno stato di attenzione e trasformazione, analogamente a quanto accade di fronte a un’icona.
In Rhythm 0 (1974), la passività apparente di Abramović di fronte al pubblico, cui offre 72 oggetti, tra cui una pistola carica, produce una situazione estrema di esposizione. Come nelle icone del martirio, il corpo non è strumento di spettacolo, ma superficie di rivelazione: il sacrificio non è narrato, ma accade nel presente. La disciplina fisica e mentale dell’artista, che comprende digiuno, silenzio, isolamento e concentrazione, richiama una pratica ascetica: l’arte diventa esercizio di spoliazione per accedere a uno stato di presenza pura.
Anche nelle installazioni immersive e nei progetti di lunga durata, Abramović istituisce situazioni in cui lo spettatore non guarda semplicemente, ma è guardato: la performance non produce immagini, ma condizioni. Non comunica significato, ma sospende la possibilità stessa del significato, facendo percepire lo spazio, la durata e la soglia come elementi costitutivi dell’opera. Come l’icona bizantina, l’opera non spiega, non persuade: appare e impone attenzione.
Questa sospensione temporale attraversa tutta la sua pratica. Le performance non seguono una progressione narrativa: sono cicliche, rituali, ripetitive. La durata non misura, ma trasfigura. Lo spazio museale, come quello dell’Albertina, smette di essere contenitore e diventa luogo liminale: ciò che accade non è spettacolo, ma esperienza attiva. Il corpo dell’artista funge da strumento e tempio, non come oggetto erotico o narrativo, ma come reliquia vivente: un canale di intensità che richiama la presenza assoluta dei santi bizantini.
In questo senso, la pratica di Abramović costituisce il punto di arrivo di una linea storica che dalla bidimensionalità delle icone bizantine attraversa l’astrazione spirituale del Novecento per culminare in un corpo performativo che diventa icona vivente. La sua arte non è religiosa, ma custodisce la memoria di un sacro rimosso: quello del silenzio, della soglia, della durata. All’Albertina, come di fronte a un’icona, il corpo di Abramović non rappresenta il mondo: lo interrompe e lo rende presente e la disposizione delle sale permette allo spettatore di percepire pienamente questa relazione tra immobilità, durata e spazio.
Efthalia Rentetzi

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