"Metamorfosi. Ovidio e le arti" alla Galleria Borghese: la grande mostra internazionale che ridisegna lo spazio e il tempo
- 12 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Dopo la tappa inaugurale al Rijksmuseum di Amsterdam, approda alla Galleria Borghese di Roma Metamorfosi. Ovidio e le arti, il grande progetto espositivo curato da Francesca Cappelletti e Taco Dibbits, nato dalla collaborazione tra le due istituzioni. Fino al 20 settembre 2026, la mostra riunisce oltre ottanta opere provenienti da prestigiosi musei europei e americani, inserite nel percorso permanente della Galleria in un allestimento integrato che non si limita a ospitare prestiti internazionali, ma li intreccia con la struttura storica e simbolica del museo.
A partire dalle Metamorfosi di Ovidio, uno dei testi fondativi della cultura occidentale, il percorso esplora temi universali come trasformazione, desiderio, perdita e rapporto tra essere umano e natura. Il poema ovidiano diventa così una chiave interpretativa del mondo, in cui la metamorfosi non è semplice episodio narrativo ma principio generativo continuo, capace di ridefinire forme e identità.
Gli spazi della Galleria Borghese costituiscono il contesto naturale del progetto. La villa “fuori porta” nasce infatti già in dialogo ideale con l’universo delle Metamorfosi, mentre il cardinale Scipione Borghese concepisce il Casino nobile come dispositivo culturale unitario, in cui natura, architettura e collezione dialogano. Nel Settecento, con Marcantonio IV Borghese e l’intervento di Antonio Asprucci, gli ambienti vengono riorganizzati in chiave museografica, con le sculture poste al centro delle sale e un apparato decorativo che richiama esplicitamente il poema ovidiano.
Cuore della mostra è l’idea della metamorfosi come forza generativa che attraversa corpo, natura e pensiero. Attraverso miti spesso tragici, le Metamorfosi hanno alimentato per secoli un immaginario visivo fatto di desiderio, violenza, inganno e trasformazione. Il percorso si apre con il racconto della creazione del mondo, interpretato da Hendrick Goltzius, Herri met de Bles, Antonio Tempesta, Luigi Garzi e Giovanni Battista Piranesi, che restituiscono il passaggio dal caos primordiale all’ordine del cosmo.
La fortuna del testo ovidiano è al centro della sezione Il poeta e il libro, dedicata alla trasmissione del poema attraverso manoscritti, traduzioni e riscritture morali. Dall’Ovide moralisé medievale al recupero filologico rinascimentale, emerge la capacità dell’opera di attraversare epoche e linguaggi diversi. In questo contesto, il dialogo non riguarda un “ritratto di Pollaiolo”, ma l’Apollo e Dafne di Piero di Pollaiolo, che si confronta con la tradizione berniniana della trasformazione del corpo in materia dinamica, espressa dalle sculture della Galleria. Attorno al gruppo del Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini si sviluppa la sezione dedicata al mondo sotterraneo di Plutone. Il mito diventa riflessione su perdita, rinascita e ciclo delle stagioni. Opere antiche e dipinti di Agostino Carracci, Domenichino e Peter Paul Rubens ampliano il racconto visivo. La figura di Aracne introduce una riflessione sull’arte come trasformazione continua: la tessitura diventa metafora del fare artistico. Dipinti, arazzi e manufatti tessili traducono il mito in immagine, con opere di Tintoretto e Rubens che evidenziano la tensione tra narrazione e metamorfosi materiale.
Tra le sezioni più significative emerge quella dedicata a Leda e il cigno, in cui il mito degli amori di Giove diventa campo di confronto tra pittura e scultura tra Quattro e Cinquecento. Accanto a queste opere si colloca la Danae di Correggio, in cui il divino si manifesta come pioggia d’oro. Con il mito di Pigmalione, la riflessione si sposta sul rapporto tra arte e vita. Le interpretazioni di Jean-Léon Gérôme e Auguste Rodin mostrano la materia nell’istante in cui sembra animarsi, mentre la statua diventa organismo in trasformazione. Una correzione fondamentale riguarda la sezione del “Caos”, che non include Tempesta, Garzi e Piranesi come nucleo principale, ma si articola invece attorno a Louis Finson con il Caos, Auguste Rodin con la Terra e Constantin Brâncuși con il Prometeo. Questo insieme definisce il senso conclusivo della sezione, intesa come riflessione sulla materia originaria e sul processo di genesi delle forme.
Il percorso prosegue con Perseo e Medusa, dove la metamorfosi assume il volto della pietrificazione. Le opere di Rubens, Sebastiano Ricci, Antonio Tempesta e Rutilio Manetti mostrano la doppia natura del mito: distruzione e salvezza.
La mostra si chiude con il potere dell’amore, forza che attraversa l’intero poema e trova in Bernini e Nicolas Poussin alcune delle sue espressioni più alte. I miti di Narciso ed Eco diventano immagini della tensione tra desiderio, perdita e contemplazione. Nel suo insieme, il percorso propone una lettura della metamorfosi come principio estetico e concettuale: non solo tema iconografico, ma categoria attraverso cui arte e pensiero occidentale hanno continuamente ridefinito il rapporto tra forma, tempo e trasformazione.
Michele Zanella




















