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"MINGLING": Le frequenze di un dialogo internazionale

17 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Mingling, veduta della mostra alla Fondazione Giorgio e Armanda Marchesani, nell’ambito del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania, Venezia, 2026.
Mingling, veduta della mostra alla Fondazione Giorgio e Armanda Marchesani, nell’ambito del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania, Venezia, 2026.

Dal 2 al 25 ottobre, la Fondazione Giorgio e Armanda Marchesani ospita Mingling, decimo appuntamento di Diary, il programma del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. L’inaugurazione è prevista per venerdì 2 ottobre alle 18.30. Curata da Martina Cavallarin e Ji Shaofeng, la mostra riunisce sedici artisti itnternazionali, intrecciando pittura, scultura, installazione, ricamo, tecniche miste e opere su carta in un progetto che assume la pluralità culturale come condizione concreta dello sguardo.

Mingling — termine che indica il mescolarsi, il confluire, l'entrare reciprocamente in relazione — trova nel titolo una definizione tutt'altro che programmatica. Il suo significato emerge infatti nella pratica dell'allestimento, nella prossimità fra opere appartenenti a genealogie differenti e nella possibilità che un'immagine modifichi la percezione di quella successiva.

Cavallarin e Ji Shaofeng hanno lavorato sugli ambienti con particolare controllo, evitando tanto la neutralizzazione dello spazio quanto un'eccessiva teatralizzazione dell'esposizione. Le opere mantengono una propria autonomia, ma vengono collocate entro una sequenza nella quale distanze, consonanze materiche e variazioni di linguaggio diventano strumenti di lettura. L’unico elemento che finisce per compromettere, almeno in parte, questa costruzione è l’illuminazione, non sempre adeguata alle esigenze delle opere: in alcuni ambienti la qualità e l’incidenza della luce ostacolano una percezione pienamente nitida delle superfici e dei dettagli, limitando la corretta fruizione visiva di lavori che avrebbero richiesto condizioni luminose più calibrate.

È una scelta curatoriale particolarmente pertinente per un progetto che nasce all'interno di Minor Frequencies: The Inner Life of a Nation. Se il progetto principale indaga la dimensione interiore di una comunità, Mingling ne amplia la prospettiva fino a interrogare ciò che accade quando l'identità viene sottratta alla fissità della provenienza e sottoposta all'esperienza dell'incontro. La questione non riguarda più soltanto il luogo da cui un artista proviene, ma ciò che accade alle immagini quando entrano in uno spazio condiviso e vengono osservate accanto a forme, memorie e sistemi visivi differenti.

Fra le presenze più significative emerge Zhang Yanzi con Away from Home (2026), opera in tecnica mista il cui stesso titolo introduce una condizione di scarto rispetto al luogo d'origine. L'espressione inglese non designa semplicemente una distanza geografica ma contiene la percezione di un'appartenenza osservata dall'esterno, quando il rapporto con il proprio luogo si modifica proprio perché ci si trova altrove. La tecnica mista appare qui particolarmente coerente con una condizione di stratificazione e dislocazione. L'opera non si lascia ricondurre a un unico procedimento e conserva, nella pluralità del suo linguaggio, qualcosa della complessità con cui la memoria si deposita sull'esperienza. Away from Home introduce così nel percorso una nozione di identità sottratta alla retorica dell'appartenenza: essere lontani significa anche percepire con maggiore nitidezza ciò che ci definisce.

Il lavoro di Jiang Heng, You Are My Body (2025-26), affronta il corpo da una prospettiva radicalmente diversa. Realizzata in ricamo e tecnica mista, l'opera trasferisce la corporeità dalla pura rappresentazione alla dimensione della superficie e della materia. Il ricamo, con la sua natura reiterativa e tattile, introduce una temporalità manuale all'interno di un'immagine contemporanea, facendo della superficie stessa un luogo di sedimentazione del gesto.La ricerca di Heng si colloca nella traiettoria della Cartoon Generation sviluppatasi a Guangzhou negli anni Novanta, movimento nel quale l'immaginario dell'animazione e della cultura popolare veniva assunto come strumento per interrogare identità, desiderio e trasformazione della soggettività. La sua figura tende a oscillare fra seduzione e straniamento: un'estetica levigata, apparentemente accessibile, può rivelare una dimensione più ambigua quando viene osservata come costruzione culturale dell'immagine. In You Are My Body, questa relazione viene condensata già nel titolo, che stabilisce fra soggetto e corpo un rapporto di quasi reciproca sostituzione. Il corpo è contemporaneamente presenza, immagine e superficie; il ricamo, attraverso la ripetizione del gesto, ne sottolinea la natura costruita. La componente manuale introduce inoltre una frizione significativa con l'immaginario pop: alla levigatezza dell'immagine si contrappone la lentezza del fare, alla superficie apparentemente immediata corrisponde la materialità del processo. Il confronto con Zhang Yanzi diventa perciò particolarmente fertile. Away from Home mette in tensione individuo e luogo; You Are My Body individuo e immagine. In un caso l'identità è attraversata dalla distanza, nell'altro dalla rappresentazione. Due opere differenti convergono così su una medesima domanda: in quale misura il corpo, la memoria e l'appartenenza costituiscono realtà originarie e in quale misura sono invece costruzioni continuamente riscritte dall'esperienza?

Un ulteriore scarto è introdotto da Wang Shaoqiang con Another World e Sinechism, entrambe realizzate a inchiostro su carta. La scelta del medium stabilisce un rapporto immediato con una delle più profonde tradizioni della cultura visiva cinese, ma l'interesse delle opere risiede proprio nel modo in cui tale eredità viene sottratta a una funzione puramente identitaria. L'inchiostro non vale qui come citazione della tradizione: diventa un dispositivo contemporaneo attraverso cui interrogare il segno, lo spazio e la continuità. Another World apre verso l'idea di un altrove, mentre Sinechism richiama la continuità, la connessione fra elementi che potrebbero apparire separati. È una relazione concettuale sottile: da una parte l'apertura verso ciò che si trova oltre il campo immediato dell'esperienza, dall'altra la ricerca di un principio capace di mantenere in rapporto ciò che è distinto.

La carta e l'inchiostro concentrano questa ricerca sul gesto. La superficie registra il segno e, nello stesso tempo, ne conserva l'intervallo, il silenzio, la possibilità di arrestarsi prima che l'immagine venga completamente saturata. In questo senso, il bianco della carta non costituisce semplicemente uno sfondo, ma partecipa alla costruzione dello spazio visivo. La tradizione calligrafica rimane sullo sfondo come memoria del medium, mentre il lavoro si apre a una concezione contemporanea del segno, sospesa fra scrittura, immagine e astrazione. Le opere di Wang Shaoqiang introducono quindi una diversa temporalità rispetto a quelle di Zhang Yanzi e Jiang Heng. Là dove Away from Home affronta la condizione dell'essere altrove e You Are My Body quella del corpo trasformato in immagine, Another World e Sinechism interrogano la possibilità di mantenere una continuità mentre si attraversa la trasformazione. Distanza, corporeità e segno diventano tre modalità attraverso cui la mostra affronta, senza dichiararla didascalicamente, la questione dell'identità.

Attorno a questi nuclei, Mingling costruisce una costellazione più ampia. Angelo Accardi porta nella mostra una pittura attraversata dall'immaginario urbano e dalla cultura popolare, nella quale l'accumulo iconografico produce una realtà volutamente sovraccarica; Alessandra Carloni si muove invece verso una figurazione visionaria, trasformando il paesaggio in uno spazio narrativo e mentale. La ricerca di Shay Frisch, fondata sul rapporto fra materia, struttura e percezione, introduce una diversa concezione della superficie e dello spazio.

Le presenze di Chen Yongjin, Junjie Lai, Yan Laichao, Luo Qi, Dong Shubing e Xu Wentao ampliano il confronto con differenti posizioni della scena artistica cinese contemporanea, mentre Alfred Mirashi Milot, Ciro Palumbo, Michele Tombolini e Jacopo Mandich contribuiscono, da prospettive differenti, a spostare il percorso verso ulteriori possibilità della figurazione, della materia e dell'immaginario. La loro presenza non funziona come un repertorio di nazionalità, ma come una serie di deviazioni all'interno di uno stesso campo visivo.

È proprio questa struttura a sottrarre Mingling alla formula, ormai consueta, della mostra interculturale intesa come semplice giustapposizione di provenienze. La geografia rimane importante, ma non determina il significato delle opere. Italia e Cina costituiscono due poli iniziali; ciò che accade nello spazio espositivo è più complesso, perché le opere producono corrispondenze che attraversano i confini geografici e si stabiliscono piuttosto sul terreno della forma, della materia, del corpo e della memoria.

In questo passaggio risiede anche la qualità della curatela di Cavallarin e Ji Shaofeng. La loro regia non cerca di rendere omogenea una mostra intrinsecamente eterogenea; al contrario, preserva le dissonanze e lavora sulle condizioni che permettono loro di diventare leggibili. La Fondazione Giorgio e Armanda Marchesani viene utilizzata come una struttura capace di sostenere questa complessità: gli ambienti offrono pause, prossimità e distanze, consentendo alle opere di costruire progressivamente una rete di relazioni. Mingling trova così una posizione precisa all'interno di The Inner Life of a Nation. La dimensione interiore non viene rappresentata attraverso un'identità nazionale illustrata o dichiarata, ma attraverso condizioni più sottili: la distanza dal luogo d'origine, la percezione del corpo, la permanenza della tradizione, la costruzione dell'immagine, il rapporto fra memoria e presente. L'identità emerge come un processo, non come una forma conclusa.

È questa capacità di complicazione a rendere Mingling più interessante di una semplice esposizione collettiva. Il progetto non cerca una sintesi delle differenze, né pretende di trasformare culture distinte in un'unica voce. Al contrario, lascia che ogni linguaggio conservi la propria specificità e fa della prossimità il luogo nel quale tale specificità può essere nuovamente interrogata. Il risultato è una mostra costruita sull'idea che l'identità non preceda necessariamente l'incontro, ma possa essere modificata dall'incontro stesso. Le opere arrivano da contesti differenti, portano con sé memorie tecniche e culturali riconoscibili, ma nel momento in cui vengono poste nello stesso spazio entrano in una nuova economia dello sguardo. È in questa trasformazione, nel passaggio dalla provenienza alla relazione, che Mingling trova la propria autentica ragione critica.


Efthalia Rentetzi

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