Nathaniel Rackowe. L’estetica della frattura luminosa
- 15 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 23 nov 2025

La recente mostra “Asphaltos Phos” di Nathaniel Rackowe, allestita alla Varvara Roza Galleries di Londra (dal 10 al 29 novembre 2025), costituisce il punto d’ingresso privilegiato per comprendere l’intera sua ricerca artistica. Già nel titolo, la giustapposizione di asphaltos, la materia urbana per eccellenza, e phos (luce), si condensa la tensione che anima tutta la sua opera: la collisione tra densità opaca e vibrazione immateriale, tra peso e attraversamento, tra superficie e pensiero.
In un’epoca in cui la città si consuma in un flusso di immagini sovraccariche e di percezioni distratte, la pratica di Rackowe emerge come un contro-campo radicale: un esercizio di precisione percettiva, un lento lavoro di scavo nella materia stessa dell’urbano. Rackowe non raffigura l’architettura; la interroga, la seziona, ne individua le linee di forza invisibili attraverso un uso della luce che non è decorazione, ma principio strutturale.
La sua poetica nasce dalla frizione fra materiali industriali (pannelli, superfici bituminose, moduli metallici) e la potenza immateriale della luce artificiale, trattata come una forma di pensiero, come un mezzo cognitivo capace di riorganizzare la percezione dello spazio. In questo senso, Rackowe si colloca in una genealogia che attraversa il minimalismo e l’arte post-industriale, ma sovverte entrambe le tradizioni grazie a un’attenzione quasi umanistica all’esperienza del visitatore. Le sue opere non occupano semplicemente uno spazio ma lo riprogrammano, generando zone di intensità, fenditure ottiche, approdi temporanei per uno sguardo che si fa lento e interrogante.
All’interno di “Asphaltos Phos” questa matrice concettuale si rivela in tutta la sua finezza. Le linee luminose tagliano lo spazio come vettori di una geometria nascosta; le griglie e i pannelli metallici si trasformano in pagine di un alfabeto architettonico; le superfici scure assorbono e restituiscono la luce in un gioco di chiaroscuri che richiama più la meditazione filosofica che la scenografia urbana. Ciò che si manifesta non è una metafora della città, ma la sua anatomia luminosa, colta in una sorta di lentezza contemplativa.
Il gesto di Rackowe, in questa mostra, è allo stesso tempo chirurgico e poetico: il nero dell’asfalto non è negazione, ma campo di possibilità, una superficie su cui la luce incide un ritmo, una pulsazione, una presenza. La città emerge come un sistema di energie sovrapposte, una stratificazione di tensioni che l’artista rende percepibile attraverso dispositivi visivi concepiti per farci sostare, per sospendere l’automatismo del nostro attraversamento urbano.
In ultima analisi, a colpire non è solo la raffinatezza formale delle opere, ma la loro valenza etica. Rackowe ci costringe a riconoscere la nostra complicità con l’urbanità che abitiamo: ci ricorda che ogni gesto, ogni passo, ogni luce artificiale che ci guida nella notte cittadina partecipa a un sistema più ampio di relazioni. La sua arte non cerca lo spettacolo; cerca la coscienza.
Le installazioni di Rackowe non chiedono di essere guardate, ma di essere attraversate. Offrono una rieducazione dello sguardo, una disponibilità a percepire la città non solo come materia, ma come energia, vibrazione, densità sensibile. La mostra alla Varvara Roza Galleries è un’esperienza trasformativa, un invito a vedere nella luce non un ornamento, bensì un modo di pensare lo spazio e il nostro posto dentro di esso.
Ilektra Zanella








