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Nicolás Lamas a Ca’ Pesaro: l’archeologia del presente

8 minuti fa
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Nicolás Lama,. Corpus Serialis, Ca' Pesaro, Venezia
Nicolás Lama,. Corpus Serialis, Ca' Pesaro, Venezia

Una vecchia fotocopiatrice Xerox sostiene il busto in gesso di Isocrate. Dentro la macchina, tra cavi e componenti, compaiono un nido di vespe, un libro, un corallo. È l’immagine da cui si può entrare in Corpus serialis, la mostra di Nicolás Lamas alla Project Room di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, dal 23 settembre al 22 novembre 2026, curata da PROGETTO LUDOVICO in collaborazione con la Galleria Max Goelitz di Berlino e Monaco di Baviera. L’artista peruviano, nato a Lima nel 1980, accosta materiali e oggetti provenienti da mondi lontani, lasciando che siano le loro differenze, più che una spiegazione unificante, a costruire il percorso.

Lamas guarda all’archeologia e alla storia della tecnologia con una curiosità comune: in entrambi i casi ciò che rimane è importante quanto ciò che è scomparso. L’archeologo ricostruisce un mondo a partire da frammenti; la tecnologia, intanto, produce continuamente i propri resti. Un dispositivo progettato per rappresentare l’innovazione può diventare in pochi anni un oggetto fuori dal tempo, conservato perché racconta un modo ormai superato di lavorare, comunicare, archiviare.

Da qui il titolo Corpus serialis, legato alla trasmissione delle f

orme attraverso copie, calchi, immagini e sistemi di conservazione. La storia della scultura offre un precedente inevitabile. Le copie romane hanno permesso la sopravvivenza di molte immagini della scultura greca e, nei secoli successivi, calchi, ricostruzioni e fotografie hanno continuato a sostituire ciò che andava perduto. La memoria delle forme passa spesso attraverso la loro ripetizione.

Planned Obsolescence, del 2019, porta questa storia nel paesaggio tecnologico del Novecento. Il busto di Isocrate è appoggiato su una fotocopiatrice privata del rivestimento esterno. La macchina è aperta come un corpo: si vedono i cavi, i meccanismi, gli spazi nei quali sono stati inseriti altri materiali. Il nido di vespe e il corallo sembrano essersi appropriati di una struttura ormai libera dalla sua funzione.

La fotocopiatrice era stata costruita per moltiplicare le immagini. Qui è diventata un oggetto singolare, quasi un piedistallo, certamente un reperto. La sua presenza accanto al gesso di Isocrate rende visibili due forme di riproduzione che appartengono a epoche diverse. Il calco conserva una tradizione antica della copia; la macchina prometteva una riproduzione automatica, veloce, seriale. Entrambe dipendono però dalla materia e dal tempo. Anche la tecnologia più efficiente finisce per lasciare un corpo.

La stessa materia tecnologica riappare in Posthuman portrait (Blue wafer), del 2026, dove un wafer di silicio blu copre gran parte del volto di un imperatore romano. L’immagine ha qualcosa di volutamente spiazzante: una superficie quasi astratta interrompe un ritratto costruito per rendere riconoscibile una persona. Il silicio appartiene all’universo dei microprocessori, dell’elaborazione e della circolazione dei dati; la scultura appartiene alla tradizione del ritratto come forma di permanenza.

Il confronto porta in primo piano anche la provenienza fisica del digitale. Il silicio è materia geologica trasformata attraverso procedimenti industriali sofisticati. Dietro la leggerezza apparente dei dati esistono miniere, metalli, energia, impianti, infrastrutture. Il ritratto romano e il wafer appartengono a due mondi tecnologici lontanissimi, ma entrambi dipendono da un processo attraverso cui la materia viene organizzata per conservare qualcosa: un volto, un’identità, un’informazione.

Lamas torna sul corpo in Vectorial body collapse (2026), dove forme anatomiche e strutture tecniche si sovrappongono. La figura appare attraversata da elementi che sembrano appartenere contemporaneamente all’organismo e alla macchina. Più che proporre una nuova immagine dell’uomo tecnologico, il lavoro mette in discussione la distinzione stessa tra organismo e dispositivo. Un corpo è fatto di connessioni, reazioni, cedimenti; una macchina ha una propria anatomia e diventa leggibile soprattutto quando qualcosa al suo interno smette di funzionare.

In The Agony of the Past un libro è stretto tra due blocchi di marmo Portoro Leonardo. La scena ha una semplicità quasi brutale. La carta, supporto della memoria culturale, si trova compressa tra due masse geologiche che appartengono a una scala temporale completamente diversa. Il libro può conservare un testo per secoli, ma resta vulnerabile alla decomposizione, all’acqua, al fuoco, alla perdita del contesto che ne rende possibile la lettura. Il marmo porta con sé una durata che precede di gran lunga quella del testo.

La questione della conservazione ritorna in Pulses of Extinction, dove materiali organici e industriali sono raccolti in teche che ricordano quelle della storia naturale. La forma museale è importante: una teca protegge, separa e stabilisce una distanza. Ciò che viene esposto cessa di essere soltanto una cosa e diventa un campione, un documento, qualcosa che deve essere osservato e interpretato.

È uno dei motivi per cui le opere di Lamas hanno spesso l’aspetto di reperti provenienti da un museo che ancora non esiste. Non raccontano un futuro immaginario, piuttosto guardano il presente con la distanza che di solito riserviamo al passato. Una fotocopiatrice, un wafer, un frammento organico, un libro: oggetti molto diversi che possono essere riuniti nello stesso spazio perché tutti, in modi differenti, registrano una trasformazione.

La mostra procede per attriti e corrispondenze. La natura entra nella macchina, la macchina diventa supporto della scultura, il minerale si trasforma in tecnologia, il corpo assume una struttura meccanica. Le categorie restano riconoscibili, ma smettono di essere sufficienti.

La serialità del titolo riguarda allora il passaggio delle forme da un supporto all’altro. Ogni passaggio lascia una traccia, modifica l’oggetto e ne sposta il significato. La copia non cancella l’originale, così come l’obsolescenza non cancella completamente la funzione precedente di un oggetto. Restano materiali, segni, residui. Il tempo delle cose si misura anche in ciò che rimane quando hanno smesso di essere quello per cui erano state costruite.


Redazione

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