Yoko Ono — "IMAGINE PEACE" al MoMA: L’arte dopo il possibile
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C’è qualcosa di radicalmente perturbante nell’arte di Yoko Ono, nella sua ostinata capacità di sottrarre l’opera alla sicurezza dell’oggetto e di restituirla alla precarietà dell’idea. IMAGINE PEACE, al Museum of Modern Art di New York, dal 3 settembre 2026 fino alla primavera del 2027, non si presenta semplicemente come un’esposizione dedicata alla pace, ma come la riattivazione di una delle questioni fondamentali della pratica di Ono: che cosa può accadere quando un’idea, invece di essere rappresentata, viene affidata alla coscienza di chi la incontra? È una domanda apparentemente elementare, ma la sua semplicità è ingannevole. Perché “immaginare la pace” significa innanzitutto mettere in discussione l’assunto secondo cui il reale coincida con ciò che esiste già. L’immaginazione diventa allora non evasione, ma una facoltà politica: il luogo mentale nel quale il possibile acquista, per la prima volta, il diritto di esistere. Il fatto che questa riflessione avvenga oggi al MoMA è tutt’altro che secondario. Il museo newyorkese è uno dei luoghi fondamentali della costruzione della modernità artistica: uno spazio nel quale opere, movimenti e linguaggi vengono continuamente ricollocati all’interno di una storia. Ma l’opera di Ono introduce una tensione particolare in questa macchina della memoria, perché appartiene a una tradizione artistica che ha messo in crisi proprio l’idea dell’opera come oggetto stabile. Nel suo lavoro, l’opera può essere un’istruzione, una frase, un gesto possibile, un atto immaginato. Può esistere prima di essere realizzata e, in alcuni casi, persino senza esserlo. Il suo luogo ultimo non è necessariamente la materia, ma la mente di chi la riceve.
Per questo IMAGINE PEACE va considerata anche nella sua relazione con il museo come istituzione. Il MoMA conserva, ordina, storicizza; Ono propone, invece, di riattivare. Il museo tende a trasformare l’esperienza in memoria, mentre l’artista insiste sulla possibilità che l’opera rimanga esperienza, che continui ad accadere ogni volta che qualcuno la pensa. Ne deriva una contraddizione feconda: un’istituzione fondata sulla conservazione ospita una pratica fondata sulla trasmissione. L’opera non è importante perché possiede una forma definitiva, ma perché può passare da una coscienza all’altra senza esaurirsi.
È questa la genealogia intellettuale nella quale IMAGINE PEACE trova il proprio significato. Yoko Ono ha lavorato a lungo sul rapporto fra linguaggio, istruzione e partecipazione, sviluppando una concezione dell’arte nella quale lo spettatore non è semplicemente colui che guarda, ma colui che completa. L’artista offre una possibilità e il pubblico deve decidere se accoglierla, immaginarla, eseguirla o lasciarla sospesa. La tradizionale distinzione fra autore e destinatario si incrina: l’opera diventa una relazione. In questo senso, la smaterializzazione dell’arte in Ono non è mai soltanto un esercizio formale. Non si tratta semplicemente di sostituire l’oggetto con il concetto. Il concetto diventa piuttosto un modo per reintrodurre nell’arte ciò che l’oggetto tende a escludere: l’incertezza, la responsabilità, il desiderio, il tempo, la partecipazione. L’opera non è più soltanto qualcosa che possiede un significato; diventa una situazione nella quale il significato deve essere prodotto.
La storia personale e artistica di Ono rende questa posizione particolarmente complessa. Nel 1969, nel pieno della guerra del Vietnam, Ono e John Lennon concepirono WAR IS OVER! (if you want it), trasformando una formula apparentemente semplice in un dispositivo concettuale. La frase contiene infatti un paradosso: attribuisce alla volontà individuale una possibilità che appartiene alla dimensione collettiva della storia. Ma proprio quel paradosso è il punto. L’utopia non viene proposta come una certezza, bensì come una possibilità condizionata dall’immaginazione e dalla volontà. Prima che una realtà politica possa essere trasformata, deve poter essere concepita come trasformabile.
È impossibile non riconoscere, in IMAGINE PEACE, la prosecuzione di questa logica. “Imagine” è diventato uno dei vocaboli più carichi della cultura contemporanea, ma Ono sembra interessata a restituirgli una funzione precedente alla retorica: quella di verbo. Immaginare non è possedere un’immagine ideale del futuro; è aprire una frattura nel presente. Significa riconoscere che ciò che chiamiamo realtà non è necessariamente l’unica configurazione possibile del mondo. La pace, in questa prospettiva, non è tanto un’immagine quanto una prova dell’immaginazione. Non è qualcosa che l’artista può rappresentare compiutamente, perché una rappresentazione definitiva della pace rischierebbe di trasformarla in un’icona, in una superficie rassicurante, in un concetto già consumato. Ono sceglie invece l’imperativo: immaginare. È l’azione mentale a costituire l’opera. La semplicità del suo linguaggio diventa così una forma di sofisticazione. In un sistema dell’arte nel quale la complessità viene talvolta identificata con l’oscurità, Ono sceglie parole elementari, quasi primitive: imagine, peace, think, act, spread. Ma la riduzione linguistica non impoverisce il discorso; lo espone. Una frase semplice non offre allo spettatore il rifugio dell’interpretazione infinita. Lo costringe a confrontarsi con il proprio rapporto con ciò che la frase domanda.
La politica di Ono è precisamente una politica della soglia. Non consiste nel fornire una dottrina, ma nel creare una condizione mentale. Non dice allo spettatore che cosa deve pensare; gli ricorda che deve ancora pensare. È una distinzione fondamentale, soprattutto in un’epoca nella quale le immagini politiche vengono prodotte e consumate con una velocità che spesso lascia pochissimo spazio alla riflessione. L’opera di Ono sembra opporre a questa accelerazione una forma di lentezza mentale: prima dell’opinione, l’immaginazione; prima della risposta, la possibilità della domanda. È anche per questo che la presenza di IMAGINE PEACE nel programma del MoMA può essere letta come parte di un organismo più ampio. Il museo, nella stagione in cui presenta Ono, non appare come una semplice somma di mostre indipendenti, ma come una struttura nella quale ricerche differenti finiscono per produrre risonanze inattese. La presenza di Pierre Huyghe: UUmwelt, con la sua interrogazione dei rapporti fra percezione, ambiente e intelligenza; di Architects of Liberation: Modernism in Western Africa, dedicata alle relazioni fra modernismo, architettura e liberazione; e di It’s Alive! A Century of Animation from the Collection, che attraversa un secolo di immagini animate, costruisce attorno a Ono un campo di questioni più vasto. Altre esposizioni che entrano nella programmazione del museo nello stesso periodo, come Full Disclosure: The Edge of Information Design, Nilima Sheikh: Fractured Skies e Sarah Michelson: nowhere, contribuiscono a rendere il programma una costellazione di linguaggi e problemi più che una sequenza di eventi isolati.
Non è necessario sostenere che queste mostre siano state concepite come un unico discorso curatoriale per riconoscere che, una volta riunite nello stesso organismo istituzionale, esse producono un dialogo. È il museo stesso a generare questa forma di prossimità. Le mostre condividono lo stesso presente e, inevitabilmente, modificano il modo in cui vengono percepite. IMAGINE PEACE entra così in una conversazione più ampia con questioni che riguardano l’ambiente, la percezione, la tecnologia, la storia, l’architettura, il corpo e la circolazione delle immagini.
Il MoMA diventa, in questa lettura, qualcosa di simile a un organismo vivente. Non un contenitore neutrale, ma un sistema nervoso nel quale le opere sono nodi, impulsi, interferenze. Il significato non è soltanto nelle singole sale: emerge anche negli intervalli, nelle prossimità, nelle contraddizioni. Ono è particolarmente adatta a questo ambiente perché la sua pratica è costruita sull’idea di relazione. La sua opera non chiede di essere isolata; chiede di essere trasmessa. È significativo, inoltre, che la dimensione pubblica di IMAGINE PEACE non si esaurisca nello spazio museale. Il progetto è accompagnato da una presenza collegata al Terminal 6 dell’aeroporto John F. Kennedy di New York, dove nell’autunno del 2026 viene presentata THINK PEACE, ACT PEACE, SPREAD PEACE, IMAGINE PEACE. Il passaggio dal museo al terminal non è una semplice estensione geografica: modifica la natura stessa dell’incontro. Nel museo si entra con una certa aspettativa di attenzione; in aeroporto si passa, si attende, ci si sposta. L’opera incontra persone che non sono necessariamente venute a cercarla. Il messaggio diventa allora parte del paesaggio quotidiano.
Questa capacità di spostarsi fra contesti differenti è una delle caratteristiche più profonde della pratica di Ono. Il suo lavoro ha continuamente cercato di liberare l’arte dalla dipendenza dall’oggetto e dalla destinazione museale. Manifesti, istruzioni, messaggi e interventi pubblici diventano strumenti attraverso i quali l’opera può migrare. Non c’è più un centro unico dell’esperienza estetica. Il centro si sposta ogni volta verso colui che riceve il messaggio. Qui si trova forse anche la dimensione più radicalmente anti-monumentale di IMAGINE PEACE. Un monumento pretende di durare attraverso la materia; un’idea dura attraverso la sua ripetizione. Un oggetto può essere posseduto; un pensiero, nel momento stesso in cui viene condiviso, si moltiplica. Ono sembra aver compreso che la persistenza di un’opera può essere inversamente proporzionale alla sua materialità. Più un’opera è capace di abbandonare il proprio supporto, più può circolare.
La sua arte non è tuttavia ingenua. La semplicità non implica l’assenza di consapevolezza delle contraddizioni del mondo. Al contrario, la parola “pace” è tanto più problematica quanto più viene pronunciata in un’epoca nella quale la pace stessa è una condizione fragile e continuamente contestata. Il rischio della retorica è sempre presente: una parola troppo universale può diventare vuota. Ono affronta questo rischio non complicando il linguaggio, ma restituendogli un compito. La pace non deve essere soltanto dichiarata; deve essere pensata, immaginata, praticata.
Da questo punto di vista, IMAGINE PEACE è meno un’opera sulla pace che un’opera sulle condizioni della possibilità. La questione decisiva non è “come sarà il mondo pacificato?”, ma “siamo ancora capaci di immaginare un mondo diverso?”. La seconda domanda precede necessariamente la prima.
Ed è qui che la mostra acquista una dimensione quasi ontologica. L’immaginazione occupa il confine fra essere e non essere, fra realtà e possibilità. Non è ancora azione, ma senza di essa l’azione rimane priva di orizzonte. Non è ancora politica, ma senza di essa la politica rischia di limitarsi all’amministrazione dell’esistente. Non è ancora realtà, ma impedisce alla realtà di presentarsi come necessità assoluta.
Il gesto di Ono consiste precisamente nell’aprire questo intervallo. Non promette che immaginare sia sufficiente. Non attribuisce all’arte un potere salvifico che non possiede. Non confonde il desiderio con la trasformazione storica. La sua ambizione è più sottile e, proprio per questo, più radicale: difendere il diritto del possibile a precedere il reale.
In un’epoca dominata dalla sovrapproduzione delle immagini, questa posizione acquista una particolare urgenza. Siamo circondati da rappresentazioni e, paradossalmente, rischiamo di perdere la capacità di immaginare. Le immagini vengono continuamente prodotte per noi, anticipate, selezionate, offerte, consumate. Ono compie il movimento opposto: non ci consegna un’immagine definitiva della pace, ma ci restituisce il compito di produrne una interiormente. L’opera comincia nel momento in cui l’immagine esterna viene meno.
Per questo IMAGINE PEACE, al MoMA di New York dal 3 settembre 2026 alla primavera del 2027, può essere considerata una presenza particolarmente significativa nella vita contemporanea del museo. Non perché domini le altre esposizioni, né perché debba essere letta come una chiave interpretativa obbligatoria del programma, ma perché introduce una domanda che può attraversarle tutte: che cosa significa ancora produrre immagini, idee e forme quando il futuro stesso è diventato un campo di conflitto? La risposta di Ono è disarmante nella sua semplicità; bisogna immaginare. Ma dentro quel verbo apparentemente innocuo si nasconde una teoria della libertà. Immaginare significa rifiutare l’idea che il presente sia definitivo. Significa riconoscere che ogni ordine del mondo è anche una costruzione e che, proprio perché costruito, può essere pensato diversamente. Significa sottrarre il futuro alla fatalità.
Il museo, allora, non è più soltanto il luogo nel quale guardiamo ciò che l’arte ha fatto. Diventa il luogo nel quale possiamo chiederci che cosa l’arte renda ancora possibile. Le opere diventano pensieri in circolazione; le mostre, organismi temporanei; il visitatore, non più semplice spettatore, ma elemento attivo di un sistema di relazioni.
È forse questa la lezione più persistente di Yoko Ono. L’opera non deve necessariamente dirci qualcosa. Può anche lasciarci qualcosa da fare. Può consegnarci una possibilità e ritirarsi, lasciando che il resto accada altrove: nella mente, nella strada, nella memoria, nello spazio pubblico, nella relazione con l’altro. In questo senso, IMAGINE PEACE non conclude nulla. Non è una dichiarazione definitiva, ma una sospensione. È il punto nel quale l’arte rinuncia alla pretesa di rappresentare il futuro e si limita, con maggiore ambizione, a renderlo pensabile.
In un tempo che tende a confondere il possibile con il probabile, Yoko Ono difende una facoltà ancora più radicale: quella di immaginare l’improbabile. E forse è proprio qui, in questa ostinazione apparentemente ingenua e in realtà profondamente intellettuale, che la sua opera continua a trovare la propria necessità. Non ci chiede di credere che il mondo possa cambiare. Ci chiede di non accettare troppo presto che non possa farlo.
Daniel Wilson








