"Aki Sasamoto’s Life Laboratory" al NMAO di Osaka: quando la materia diventa performance
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Nel lavoro di Aki Sasamoto gli oggetti non sono mai semplicemente presenti; un tubo, una corda, una tazza, una ventola, una struttura metallica o un elemento proveniente dalla dimensione quotidiana conservano la propria identità materiale, ma nello spazio espositivo iniziano ad aprire nuove possibilità percettive e narrative. Non perché siano portatori di un significato simbolico già definito, bensì perché entrano in una situazione dinamica nella quale il corpo, il linguaggio e il tempo ne modificano continuamente la funzione, la posizione e il potenziale interpretativo. Gli oggetti, nella pratica di Sasamoto, non vengono dunque trasformati in metafore di qualcos’altro, ma diventano elementi attivi all’interno di una rete di relazioni nella quale materia, gesto e presenza si influenzano reciprocamente.
È questo il territorio esplorato da Aki Sasamoto’s Life Laboratory, presentata al National Museum of Art di Osaka. La mostra prende origine dal progetto realizzato al Museum of Contemporary Art Tokyo nel 2025, ma la sua nuova configurazione a Osaka assume una fisionomia autonoma e specifica: il percorso espositivo è stato parzialmente riconfigurato attraverso una diversa disposizione delle opere e l’inserimento di lavori appartenenti alla collezione del museo. Il passaggio da un’istituzione all’altra non costituisce quindi una semplice trasposizione, ma diventa una nuova occasione per osservare la ricerca dell’artista attraverso un differente rapporto tra spazio, opere e pubblico. Ogni nuova collocazione produce infatti una diversa modalità di esperienza, rivelando come la pratica di Sasamoto sia profondamente legata alle condizioni concrete del luogo in cui si manifesta.
Il titolo dell’esposizione contiene una chiave di lettura essenziale: il laboratorio è il luogo della verifica, dell’esperimento e dell’osservazione ravvicinata; uno spazio nel quale il risultato non viene separato dalle condizioni che lo generano. In questa prospettiva, il processo non rappresenta una fase preparatoria destinata a essere superata dall’opera compiuta, ma costituisce una componente fondamentale del lavoro stesso. L’errore, la variazione, l’adattamento e l’imprevisto non sono elementi marginali, bensì strumenti attraverso cui la ricerca prende forma.
Questa dimensione attraversa l’intera pratica di Sasamoto, artista giapponese nata e cresciuta nella prefettura di Kanagawa e successivamente trasferitasi negli Stati Uniti per proseguire gli studi universitari e sviluppare la propria attività artistica. La sua ricerca, incentrata principalmente sulla performance e sull’installazione, mantiene al centro un interesse costante per la materia, il movimento e i modi attraverso cui gli individui costruiscono relazioni con ciò che li circonda. Il suo lavoro indaga infatti il rapporto instabile tra il corpo e l’ambiente, tra ciò che appare fisso e ciò che è continuamente soggetto a trasformazione. La sua opera si colloca in una zona difficile da classificare. La scultura costituisce il punto di partenza, ma viene continuamente attraversata e ridefinita dalla performance, dalla narrazione orale, dal disegno e dall’improvvisazione. Le installazioni non funzionano come ambienti immobili da osservare a distanza, ma come dispositivi aperti nei quali il gesto dell’artista modifica la percezione degli elementi presenti. Una superficie, un oggetto domestico o un materiale industriale possono assumere una diversa intensità nel momento in cui vengono attraversati da una voce, da un movimento o da una storia. La materia, nella pratica di Sasamoto, non è mai una presenza conclusa o autonoma: rimane disponibile alla trasformazione, continuamente rinegoziata attraverso l’incontro con il corpo e con il tempo. Gli oggetti acquistano così una nuova condizione esistenziale, non più definita soltanto dalla loro forma o dalla loro funzione originaria, ma dalle relazioni che sono in grado di attivare.
La performance rappresenta dunque il cuore della mostra. Le opere di Sasamoto possiedono una natura profondamente temporale: esistono nella loro forma materiale, ma anche nelle trasformazioni che avvengono quando vengono riattivate. Le performance programmate durante il periodo espositivo riprendono lavori precedenti lasciando spazio alle variazioni, agli scarti e alle modificazioni che appartengono inevitabilmente a ogni esecuzione dal vivo. La differenza tra una performance e l’altra non costituisce un elemento secondario, ma una componente essenziale della struttura stessa del lavoro. L’opera non viene quindi concepita come un’entità definitiva e immutabile, ma come un sistema aperto, capace di rinnovarsi attraverso ogni nuova attivazione. È proprio questa disponibilità al cambiamento a permettere alle installazioni di Sasamoto di mantenere una tensione costante tra stabilità e precarietà, tra costruzione e trasformazione.
Efthalia Rentetzi



























