Tracey Emin. A Second Life alla Tate Modern
- 1 mar
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Entrare in A Second Life significa immergersi in un mondo in cui la vita e l’arte di Tracey Emin si intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. Alla Tate Modern, dal 27 febbraio al 31 agosto 2026, la mostra offre uno spazio in cui installazioni, pittura, neon, tessuti, video e sculture dialogano tra loro in maniera continua creando un percorso che non racconta semplicemente una carriera ma cerca di far percepire il battito interno di un’opera ancora viva resistente e spesso inquietante. Non si tratta di una celebrazione formale né di un omaggio convenzionale ma di una convivenza con la tensione la fragilità e la persistenza della memoria. Ogni opera richiede attenzione non come oggetto da contemplare ma come corpo che respira spazio che interroga e testimonianza che chiede di essere vissuta.
Il titolo della mostra non è simbolo consolatorio ma indicazione concreta di una condizione esistenziale. Nel 2020 Emin affronta un tumore alla vescica e torna a vivere a Margate città della sua infanzia. La sua seconda vita non è metafora ma realtà tangibile e il corpo stesso segnato dalla malattia e dall’intervento chirurgico diventa materiale dispositivo narrativo e sorgente di ogni gesto creativo. Qui autobiografia e metodo coincidono non per suscitare pietà ma per trasformare l’esperienza personale in materia estetica in qualcosa di percepibile tattile e mentale insieme.
Gli spazi espositivi sono concepiti come ambienti immersivi dove le installazioni e le sculture non si limitano a essere osservate ma si respirano si attraversano e diventano presenze vive. In un corridoio fotografico autoritratti recenti mostrano cicatrici e stomia senza filtri dialogando con immagini precedenti alla malattia. Non c’è spettacolarizzazione della sofferenza ma un’osservazione intensa che non consente distacco. La freddezza apparente di queste immagini lascia emergere un’emozione complessa fatta di presenza e tensione e chi guarda si trova implicato in un’esperienza che non può essere neutralizzata dalla distanza critica.
Al centro della mostra rimane My Bed installazione che negli anni Novanta trasformò un letto disfatto in scandalo e icona culturale. Collocata nel contesto della retrospettiva perde la sua aura provocatoria e rivela la natura originaria come documento materiale di una crisi spazio domestico che registra corpo e mente. La familiarità dell’oggetto amplifica la sua potenza emotiva e ciò che poteva apparire teatrale diventa esperienza concreta e condivisa residuo di vita che mantiene la propria tensione senza mediazioni interpretative.
Margate attraversa la mostra come presenza invisibile ma costante. La città natale segnata da marginalità e identità plurime diventa fondamento concettuale per opere come Mad Tracey from Margate Everybody’s Been There o il video Why I Never Became a Dancer. L’esperienza individuale si fa architettura della memoria e gesto politico e la danza solitaria l’umiliazione adolescenziale e la messa in scena di sé trasformano il personale in universale facendo emergere la complessità della condizione sociale ed emotiva senza proclami retorici. La pittura recente costituisce il nucleo più urgente della mostra. I corpi emergono e si dissolvono nella materia cromatica attraversati da correnti troppo forti per essere contenute. Il segno rapido esposto e privo di compiacimento lascia spazio a vuoti che non indicano assenza ma sospensione momenti di respiro intensamente carichi di tensione emotiva. Ogni tela sembra dipinta in un tempo guadagnato consapevole della precarietà e invita lo spettatore a condividere la concentrazione necessaria per sostenere la presenza e la vulnerabilità dell’artista. Le installazioni i neon e i tessuti scritti a mano amplificano la percezione di intimità e fragilità. Le frasi luminose un tempo percepite come slogan provocatori diventano confessioni delicate segnali di dolore desiderio e attesa. Insieme alle sculture e alle installazioni costruiscono uno spazio immersivo che non si osserva semplicemente ma si attraversa si respira e si sente trasformando il visitatore in partecipante di un dialogo continuo tra memoria corpo e gesto creativo.
La retrospettiva conserva una qualità rara perché non addolcisce né neutralizza l’opera ma lascia emergere le asperità affinché la malattia l’abuso l’aborto e la vergogna di classe restino visibili. Uscendo verso il Tamigi davanti alla scultura monumentale I Followed You Until the End la figura in bronzo sembra tendere verso un punto che non possiamo vedere e in quel gesto sospeso si concentra la qualità più profonda dell’arte di Emin capace di offrire domande più che risposte trasformando vulnerabilità e memoria in presenza viva e duratura che persiste oltre la soglia del museo.
A Second Life non racconta la rinascita trionfale di un’artista ma la complessità di restare di trasformare l’esperienza del corpo e della memoria in linguaggio di rendere visibile ciò che resiste all’astrazione. Curata da Maria Balshaw con Alvin Li e Jess Baxter come curatori associati la mostra costruisce un dialogo tra spazio oggetto gesto e spettatore in cui ogni opera è presenza materia viva e testimonianza che continua a interpellare molto dopo aver lasciato la Tate Modern.
Ilektra Zanella






















