"Antonio Fontanesi: Transcending landscape" al MoMA di Kyoto. Il paesaggio come luogo d’incontro tra Europa e Giappone.
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 2 ore fa

Al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Kyoto, la mostra Antonio Fontanesi: Transcending Landscape – A European Artist at the Opening of Japan, curata da Elena Volpato e Alessandro Botta, propone una rilettura ampia e articolata di una figura che occupa un ruolo singolare nella storia dell’arte dell’Ottocento: un pittore italiano profondamente radicato nella cultura europea del paesaggio e, al tempo stesso, protagonista di un passaggio decisivo nella formazione della pittura moderna giapponese. L’esposizione non si limita a ricostruire la carriera di un artista, ma affronta il problema storico del trasferimento dei modelli artistici occidentali nel Giappone della Restaurazione Meiji e delle trasformazioni che tali modelli subirono nel nuovo contesto culturale. In questa prospettiva, la scelta del museo come sede della mostra assume un significato particolarmente coerente. Fondato nel 1963 come sede distaccata del Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo, il MoMAK ha sviluppato una raccolta che attraversa le arti applicate, la pittura giapponese, la pittura occidentale, la fotografia e l’arte contemporanea, con una specifica attenzione alle vicende artistiche del Kansai e del Giappone occidentale. La sua storia collezionistica riflette una concezione dell’arte moderna non come una successione isolata di movimenti nazionali, ma come un territorio dinamico di scambi, incontri e rielaborazioni, in piena sintonia con il tema centrale della mostra: il dialogo tra culture artistiche diverse e la loro reciproca trasformazione.
La mostra nasce dalla collaborazione tra istituzioni italiane e giapponesi, coinvolgendo la Fondazione Torino Musei, la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, gli Istituti Italiani di Cultura di Tokyo e Osaka e le istituzioni museali giapponesi che ospitano il progetto. La costruzione curatoriale integra due prospettive complementari, quella italiana, orientata alla definizione del profilo di Fontanesi come artista europeo, e quella giapponese, che interpreta il suo soggiorno a Tokyo come un episodio centrale nella storia della nascita della pittura occidentale giapponese, la cosiddetta yōga. Da questo confronto emerge una lettura più articolata della sua vicenda, spesso ricordata soltanto per il ruolo didattico svolto dall’artista, ma in realtà decisiva nel processo di incontro e trasformazione tra differenti tradizioni pittoriche.
Il percorso espositivo si articola in otto sezioni tematiche che seguono lo sviluppo della ricerca di Fontanesi senza ricondurla a una semplice scansione biografica. La mostra costruisce infatti un percorso interpretativo nel quale il paesaggio assume il ruolo di elemento generatore dell’intera vicenda artistica dell’autore: da soggetto della composizione pittorica, ancora legato alla tradizione europea della prima metà dell’Ottocento, a spazio percettivo e interiore, capace di tradurre il rapporto tra uomo e natura in una dimensione emotiva e spirituale. È lungo questa progressiva trasformazione dello sguardo che si definiscono le diverse fasi della ricerca di Fontanesi, a partire dagli anni della formazione italiana e dalle esperienze che contribuirono alla costruzione del suo linguaggio pittorico.
La formazione a Reggio Emilia, l’esperienza risorgimentale e il successivo trasferimento in Svizzera costituiscono il primo capitolo di questo percorso di maturazione. A Ginevra, dove si stabilì nel 1850, Fontanesi entrò in relazione con la cultura del paesaggio alpino e con la pittura di artisti come Alexandre Calame, sviluppando un linguaggio ancora fondato su una rigorosa organizzazione dello spazio naturale, ma già orientato verso una maggiore intensità espressiva. Le opere di questo periodo testimoniano la ricerca di un equilibrio tra osservazione del dato reale e sua idealizzazione poetica, in sintonia con alcune delle principali tendenze della pittura europea contemporanea.
Una svolta decisiva si colloca negli anni successivi, quando il confronto con la scuola di Barbizon determina un profondo ripensamento del rapporto tra pittura e natura. La visita all’Esposizione Universale di Parigi del 1855, l’incontro con Constant Troyon e la conoscenza delle opere di Jean-Baptiste-Camille Corot e degli altri protagonisti dell’ambiente di Barbizon introducono nella sua ricerca una nuova attenzione per la percezione immediata del paesaggio e per la dimensione atmosferica della pittura. L’amicizia con Auguste-François Ravier, incontrato nel Delfinato nel 1858, consolida questa direzione, conducendo Fontanesi verso una concezione più intima e meditativa della natura, non più semplicemente oggetto di rappresentazione, ma spazio privilegiato dell’esperienza emotiva e della memoria.
La mostra dedica inoltre attenzione a un aspetto meno noto della produzione di Fontanesi: il rapporto con il paesaggio urbano. I soggiorni a Ginevra, Londra, Firenze e Torino mostrano un artista interessato agli spazi abitati e alla presenza degli individui all’interno della città. Le litografie ginevrine del 1855 e l’album Sketches of London del 1866 testimoniano un progressivo spostamento dello sguardo verso la vita quotidiana, verso le persone e verso le trasformazioni degli ambienti urbani.
Il capitolo giapponese di Antonio Fontanesi costituisce il nucleo interpretativo più originale della mostra di Kyoto, perché consente di leggere la sua esperienza orientale non come una parentesi esotica nella biografia di un pittore europeo, ma come un momento fondativo nella costruzione della modernità artistica giapponese. È proprio su questo passaggio che la rassegna compie uno dei suoi contributi più significativi: ricostruire, attraverso opere, documenti e confronti, il processo attraverso il quale un linguaggio pittorico nato nell’Europa dell’Ottocento venne assimilato, discusso e trasformato nel contesto della Restaurazione Meiji.
Quando Fontanesi giunse in Giappone nel 1876, chiamato dal governo Meiji come docente di pittura presso la Kobu Bijutsu Gakko, il Paese attraversava una fase di radicale riorganizzazione delle proprie istituzioni culturali. La scuola, fondata dal Ministero dei Lavori Pubblici nell’ambito del programma di modernizzazione nazionale, rappresentava uno degli strumenti attraverso cui il Giappone cercava di acquisire conoscenze tecniche e artistiche occidentali. La presenza di artisti stranieri rispondeva a questa esigenza, ma il caso di Fontanesi presenta caratteristiche peculiari: il suo contributo non si esaurì nell’introduzione di procedure accademiche o di modelli formali, bensì riguardò un diverso modo di concepire il rapporto tra artista e natura.
L’insegnamento di Fontanesi si fondava infatti su una pratica dello sguardo. La pittura di paesaggio, nella sua concezione, non era una semplice trascrizione del dato naturale, ma un’esperienza nella quale osservazione, memoria e sensibilità individuale concorrevano alla costruzione dell’immagine. Questo principio, maturato attraverso il confronto con la tradizione romantica europea, con la scuola di Barbizon e con la ricerca atmosferica di artisti come Corot e Ravier, trovò in Giappone un terreno di ricezione particolarmente fertile.
La rassegna ha il merito di non presentare il rapporto tra Fontanesi e i suoi allievi secondo il consueto schema dell’influenza occidentale sul Giappone, ormai superato dalla storiografia più recente. Il percorso evidenzia piuttosto un processo di traduzione culturale: gli studenti della Kobu Bijutsu Gakko non assorbirono passivamente un modello straniero, ma rielaborarono gli strumenti ricevuti per costruire una propria idea di pittura moderna. Tra questi artisti emerge innanzitutto Asai Chū (1856-1907), una delle figure centrali della prima generazione della pittura occidentale giapponese (yōga). Formatosi sotto la guida di Fontanesi, Asai sviluppò una concezione del paesaggio nella quale la lezione europea veniva assimilata attraverso una sensibilità profondamente legata alla cultura visiva giapponese. La sua ricerca dimostra come l’insegnamento del maestro italiano non abbia prodotto una semplice occidentalizzazione della pittura, ma abbia contribuito alla nascita di un linguaggio nuovo, fondato sull’incontro tra metodo europeo e percezione giapponese dello spazio naturale. La figura di Koyama Shōtarō (1857-1916) assume un ruolo altrettanto rilevante. Pittore, teorico e insegnante, Koyama fu tra coloro che contribuirono alla diffusione e alla legittimazione della pittura occidentale in Giappone in una fase nella quale il rapporto con i modelli europei era ancora oggetto di confronto e discussione. Attraverso la sua attività artistica e didattica, l’eredità di Fontanesi entrò in una dimensione istituzionale più ampia, trasformandosi da esperienza individuale in patrimonio condiviso. Anche Matsuoka Hisashi (1862-1944) testimonia la durata di questa influenza. La sua vicenda mostra come l’esperienza formativa presso Fontanesi abbia continuato ad agire ben oltre il breve soggiorno dell’artista italiano. Il maestro lasciò il Giappone nel 1878, dopo appena due anni di insegnamento, a causa del peggioramento delle condizioni di salute, delle difficoltà economiche del governo Meiji e dei problemi legati all’organizzazione della scuola; tuttavia il suo metodo continuò a circolare attraverso gli allievi, che ne divennero interpreti e trasmettitori.
Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza dalla mostra riguarda proprio la distanza tra la brevità dell’esperienza giapponese di Fontanesi e la profondità delle sue conseguenze. La sua produzione realizzata in Giappone fu limitata, ma il suo ruolo storico fu determinato soprattutto dalla dimensione pedagogica. La frase rivolta agli studenti al momento della partenza — l’invito a prendere la natura come propria maestra — sintetizza una concezione dell’arte nella quale il rapporto diretto con il mondo sensibile diventa il fondamento della ricerca pittorica.
La mostra di Kyoto interpreta dunque Fontanesi non come un semplice intermediario della cultura europea, ma come una figura capace di generare una trasformazione. Il suo insegnamento entrò in dialogo con una tradizione visiva diversa e contribuì alla nascita di una nuova pittura, nella quale l’esperienza occidentale venne assimilata senza cancellare l’identità culturale giapponese.
È questo uno dei punti di maggiore interesse della rassegna: mostrare come la modernità artistica non si sviluppi attraverso trasferimenti lineari di modelli, ma attraverso incontri, adattamenti e reciproche ridefinizioni. La vicenda di Fontanesi appartiene così alla storia della pittura italiana dell’Ottocento, ma anche alla storia della formazione dell’arte moderna giapponese, dove il suo nome rimane legato a una stagione decisiva di apertura e sperimentazione.
Efthalia Rentetzi












































