La grande mostra di Yayoi Kusama a Basilea è già sold out
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- 4 giorni fa
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Aggiornamento: 4 giorni fa

Yayoi Kusama a Basilea propone un’indagine profonda sulla ripetizione, sull’infinito e sull’estetica dell’impersonale. La sua mostra alla Fondazione Beyeler di Riehen è ormai sold out e non accetta ulteriori prenotazioni, segnale non solo della notorietà dell’artista, ma anche della capacità dell’esposizione di trasformare la fruizione in un’esperienza che trascende la temporalità dell’evento e sospende la logica convenzionale del consumo culturale.
Curata da Mouna Mekouar con il coordinamento di Charlotte Sarrazin, la mostra rifiuta ogni criterio storico o cronologico. Non si tratta di una retrospettiva tradizionale, ma di un percorso in cui la narrazione cede il passo a una logica ontologica. Le opere non si limitano a essere osservate: instaurano una condizione percettiva e concettuale che pone al centro la loro stessa esistenza. Il punto, unità primaria ossessivamente reiterata fino all’esaurimento, perde ogni funzione iconografica o simbolica; non rappresenta né rinvia a significati esterni, ma accade. Precede sintassi e articolazioni figurative, dissolvendo ogni gerarchia del senso. La superficie pittorica si trasforma in un piano di immanenza totale, privo di profondità, centro o trascendenza.
Questa logica si manifesta in modo radicale nei dipinti delle Infinity Nets, con una selezione che attraversa le origini newyorkesi della pratica di Kusama. La ripetizione non genera differenze né sviluppo, non costruisce ritmo o progressione: annulla ogni variazione possibile. Non vi è climax, tensione o evento; esiste solo una durata uniforme e potenzialmente infinita. La pittura smette di essere un oggetto da contemplare per configurarsi come temporalità pura, esperienza percettiva di saturazione che non offre nulla allo sguardo.
Accanto alla pittura, questa logica attraversa le Accumulation Sculptures, in cui oggetti quotidiani vengono ricoperti da protuberanze tessili fino a perdere la loro identità funzionale. Sedie e arredi imbottiti degli anni Sessanta mostrano come il corpo e l’oggetto siano già trattati come superfici da saturare e rendere anonime, anticipando la progressiva dissoluzione del soggetto che caratterizza l’intera pratica successiva.
La dimensione ambientale del lavoro di Kusama trova una delle sue espressioni più emblematiche in Narcissus Garden, nella versione 1966/2025, articolata tra spazi interni ed esterni della Fondazione. La distesa di sfere riflettenti frammenta il mondo in una molteplicità indifferenziata di riflessi, dove ogni punto di vista si equivale e si annulla. L’opera non invita all’autocontemplazione, ma disarticola il principio stesso di identità visiva.
La crisi percettiva raggiunge la sua forma più radicale nelle Infinity Mirror Rooms, tra cui l’installazione del 2025 The Hope of the Polka Dots Buried in Infinity Will Eternally Cover the Universe. Lo specchio non è strumento di riconoscimento, ma dispositivo di dispersione: la moltiplicazione dei riflessi non amplia lo spazio, ma lo rende indiscernibile. Ogni punto di vista perde stabilità e ogni posizione viene immediatamente annullata dalla propria replica. Lo spettatore è incluso solo per essere negato, constatando l’inutilità della propria presenza.

Il percorso comprende anche i dipinti più recenti della serie My Eternal Soul, in cui la ripetizione si manifesta in forme cromatiche e biomorfe più esuberanti, senza perdere l’impersonalità che caratterizza l’intera pratica. Qui non esiste narrazione né interiorità, ma un campo visivo autosufficiente, governato da proliferazioni senza origine e senza fine.
Nel complesso, la mostra dimostra come l’intera pratica di Kusama proceda non per accumulo, ma per sottrazione. Dalle azioni corporee degli anni Sessanta fino alle installazioni immersive contemporanee, il ruolo dell’umano viene progressivamente ridotto fino a diventare contingente e non necessario. L’artista non è più origine dell’opera, ma catalizzatore di processi impersonali che eccedono l’intenzionalità individuale.
In un contesto culturale che insiste sull’esperienza, sull’identità e sul coinvolgimento emotivo, Kusama propone un’estetica dell’indifferenza. Non richiede empatia né identificazione, ma l’accettazione della perdita di centralità. L’infinito non è promessa di senso o trascendenza, ma neutralizzazione di ogni finalità. Non apre a un altrove, ma svuota il presente di ogni teleologia.
L’opera di Kusama a Basilea non costruisce un’estetica dell’eccesso, nonostante la saturazione visiva, ma una metafisica del minimo: un’arte che non rappresenta l’infinito, ma lo lascia operare come forza anonima, senza soggetto e senza scopo.
Efthalia Rentetzi

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